Casalinghitudine, come spiegare la vita che si insinua tra una ricetta e l’altra
di Martina LiveraniA ottant’anni dalla nascita di Clara Sereni, torna in edicola il libro che ha segnato un’epoca e inaugurato un intero genere
Clara Sereni è adolescente, la domestica è in vacanza e a lei tocca cucinare per il padre Emilio. Ma a ogni piatto arriva un’obiezione: il pollo è buono, però manca l’aglio, nelle bistecche l’aglio c’è, però il sale è messo male. “Odiavo l’aglio, odiavo i però”, scrive. Finché prepara un polpettone inventato da lei. Il padre lo assaggia e, per una volta, il però non arriva: “Proprio buono!”. Clara va in camera e piange. In poche pagine, la ricetta del polpettone al forno ricetta racconta un rapporto intero tra padre e figlia, fatto di rabbia, amore e bisogno di approvazione.
Quando Casalinghitudine uscì per Einaudi nel 1987, Clara Sereni aveva inventato un libro difficile da classificare e anche una parola nuova. Oggi che quella parola è entrata nei dizionari, il libro torna in libreria per La Tartaruga, a ottant’anni dalla nascita dell’autrice, in una nuova edizione curata da Benedetta Centovalli, con una nota di Claudia Durastanti.
Bisogna tornare all’inizio di tutto per capire quanto fosse insolito: oggi siamo abituati ai memoir gastronomici, alle autobiografie culinarie raccontate attraverso i piatti, alle ricette usate per parlare di madri e padri. Allora molto meno. Casalinghitudine è stato un libro precursore proprio perché ha fatto entrare le ricette nel racconto, con la stessa dignità (anche tipografica) della narrazione. Le ricette di Sereni diventano esse stesse un racconto. Hanno ingredienti, personaggi, una trama, un procedimento e un finale. Un piatto richiama qualcuno, da quel qualcuno affiora un episodio, e l’episodio privato si allarga alla storia collettiva.
Sereni cucina in prima persona, e non c’è atteggiamento manualistico, e tra un “metto a cuocere” e un “batto le chiare”, noi ci troviamo accanto a lei che cucina e racconta, per esempio, una delusione d’amore e una pasta e fagioli, o la minestra ai sette grani imparata da nonno Lello (Samuele Sereni, medico di Corte), gli involtini di cavolo della madre Xenia, o di quando prepara lo stracotto al dragoncello ai i bambini dell’asilo di via Forlì, preoccupati che quel nome nasconda un piccolo drago. Dai retroscena della pubblicazione si sa che Sereni volle le ricette nello stesso carattere del testo, perché non fossero percepite come un corpo separato. E che Natalia Ginzburg non amava il titolo Casalinghitudine.
Ma cos’è quindi la casalinghitudine? La casalinghitudine di Sereni non coincide semplicemente con lo stare a casa, ma è un luogo contraddittorio. Il libro si chiude con la ricetta dell’Amaro e con le parole che forse più di tutte spiegano il senso del libro: “perché nella mia vita costruita a tessere mal tagliate, nella mia vita a mosaico (come quella di tutti, e più delle donne) la casalinghitudine è anche un angolino caldo.
Un angolino da modificare ogni momento, se fosse fisso sarebbe morire, le ricette solo una base per costruire ogni volta sapori nuovi, combinazioni diverse. Reinventare unico sconfinamento possibile: reinventare per non rimasticare, reinventare per non mangiarsi il cuore”.
È qui che la cucina diventa una grande metafora della vita. La ricetta è una base da cui partire, qualcosa che si riceve e si conserva ma che, per restare vivo, deve poter cambiare. Come una casa, una famiglia, un’identità. Reinventare non significa cancellare ciò che c’è stato, ma non essere costretti a rimasticarlo per sempre. “Non dissi allora, ma lo penso da molto tempo – scrisse Sereni nel 2015 a proposito del suo libro – che il cibo è un linguaggio che tutte e tutti usiamo (chi non ha mai dato una caramella a un bambino o un cioccolatino a una vecchia signora?). Linguaggio per farsi accettare, per farsi voler bene… un linguaggio extra-verbale che le donne, talvolta escluse dalla parola maschile, usano con particolare sapienza”.