✕

I ragazzi che restaurano i vigneti abbandonati che i vignaioli anziani non riescono più a coltivare

La scelta di tre enologi di creare Grappoli Urbani puntando su affitti agricoli fra il Mugello e Scandicci per riportare in produzione terreni alla deriva. E ora c’è anche l’olio

3 minuti di lettura

Un vigneto abbandonato è un po’ come una casa lasciata vuota: a un certo punto qualcuno dovrà decidere che cosa farne. Si può aspettare che il tempo faccia il suo mestiere, oppure rimboccarsi le maniche e provare a rimettere tutto in piedi. Michele Bevacqua e Daniele Macchia hanno scelto la seconda strada, fondando nel 2024 Grappoli Urbani, un progetto che recupera vigne dimenticate tra Scandicci e il Mugello, con qualche incursione anche altrove.

L’idea è semplice da raccontare: riportare in produzione terreni che rischiano di finire fuori dai giochi, restituendo loro una ragione per esistere. I due enologi si conoscono dai tempi dell’università a Firenze. Poi le strade si sono divise: Bevacqua ha fatto esperienza anche all’estero, Macchia si è concentrato soprattutto sul Sangiovese e sul Chianti Classico, imparando a conoscere da vicino un’uva che non concede molte scorciatoie. Quando si sono ritrovati, hanno deciso di mettere in comune competenze e voglia di fare, guardando a un patrimonio agricolo che spesso si perde perché nessuno è più in grado di occuparsene. «Ci piace definirci restauratori di vigneti», racconta Bevacqua.

La definizione rende bene l’idea: non si parte da una pagina bianca, ma da qualcosa che esiste già e che bisogna riportare in condizione di produrre. Dietro le vigne da recuperare ci sono spesso storie familiari, proprietari anziani e terreni che le nuove generazioni non hanno intenzione di seguire. All’inizio erano i due soci a mettersi sulle tracce delle occasioni; oggi capita sempre più spesso che siano i proprietari a cercarli, mandando le particelle catastali e chiedendo un parere.

Il progetto, intanto, ha cominciato a uscire dai confini del vigneto: il bistrot aperto a Scandicci ha permesso di raccontarlo a un pubblico più ampio, mostrando che dentro una bottiglia non c’è soltanto il vino, ma anche il lavoro necessario a salvare un pezzo di campagna. Comprare terra in una zona dove i prezzi sono elevati non è alla portata di tutti, tanto meno di chi deve ancora costruire la propria attività. E impiantare un vigneto da zero significa affrontare spese importanti e aspettare anni prima di vedere i risultati.

La soluzione scelta dai due enologi è quella degli affitti agricoli, possibilmente di dieci o quindici anni: un arco di tempo che consente di programmare gli interventi, seguire le piante e cominciare a ragionare sul futuro. Il problema è che non sempre le cose vanno secondo i piani. Può capitare che il proprietario decida di riprendersi il terreno proprio quando la vigna è stata rimessa in sesto. È uno dei rischi del mestiere, ma anche il motivo per cui costruire rapporti duraturi è diventato un passaggio decisivo per la crescita dell’attività.

Nel 2026 Grappoli Urbani è arrivato alla terza vendemmia e mette in bottiglia quattro vini: un rosato da una singola vigna nel comune di Scandicci, un bianco e due rossi provenienti dal Mugello. Per i rossi si è scelto di battere due strade diverse. Uno punta sulla macerazione a grappolo intero, con un richiamo allo stile del Beaujolais; l’altro segue un’impostazione più classica, con affinamento in barrique. Non c’è l’obbligo di far corrispondere ogni vino a un singolo appezzamento: le scelte di cantina dipendono dal risultato enologico che si vuole ottenere e dalle quantità disponibili.

Il recupero, insomma, richiede anche di saper fare i conti con quello che la vigna può dare, senza imporle un copione prestabilito. A Scandicci il lavoro riguarda un’area di circa due ettari e mezzo, dove alle vigne si affiancano olivi e terreni da rimettere in ordine. Una parte è già diventata orto, mentre con il supporto del Comune si sta preparando un’attività di orticoltura. «Vogliamo dare valore anche al paesaggio che circonda le vigne», spiega Bevacqua.

Il ragionamento si allarga così oltre il vino, seguendo una logica che ha poco a che fare con le specializzazioni spinte e molto con la necessità di non lasciare inutilizzato ciò che può ancora produrre. Dagli olivi, con cultivar come frantoio e moraiolo, con una quota di Leccino, arriva anche l’olio extravergine servito al bistrot. È proprio qui che il progetto incontra chi magari non ha mai messo piede in una vigna recuperata. La cucina punta su preparazioni essenziali e materie prime ben scelte, come nel pan y tomate realizzato con i pomodori dell’orto e un pesto di capperi di Salina, mandorle e basilico. Accanto ai prodotti propri trovano spazio quelli di altre aziende agricole, dai salumi ai vini di piccoli produttori, con un’attenzione particolare al Mugello e alla sua rete di agricoltori e allevatori.

Dal 2026 c’è anche un punto vendita a Scandicci, ricavato da un vecchio magazzino ristrutturato, che allarga ulteriormente la possibilità di proporre specialità agricole toscane e non solo. Accanto alla premiata ditta Bevacqua e Macchia c’è Andrea Carisio, enologo e amico conosciuto all’università. Nei periodi più intensi arrivano altri aiuti, ma la parte principale del lavoro resta sulle spalle dei tre soci. L’ambizione è procedere per gradi, aggiungendo agli interventi sulle vigne il recupero di oliveti e campi incolti. «Siamo giovani, abbiamo conoscenze tecniche e voglia di ridare valore a quello che rischia di essere abbandonato”: questo significa misurarsi con contratti, potature, vendemmie e terreni che non sempre restituiscono subito quanto ci si è investito.

Grappoli Urbani prova a tenere insieme tutto questo, avvicinando la città alla campagna e riportando in attività appezzamenti che sembravano destinati a sparire dal paesaggio produttivo. La sostenibilità, in questo caso, ha radici ben piantate nella terra e parecchie ore di lavoro davanti.