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Andrea Ferrara: “Sono diviso fra musica e studio delle stelle. Ma presto i computer ci sostituiranno in entrambe le cose”

Ferrara ascolta l'effetto di un'installazione sonora a Santa Fe 

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Professore di astrofisica alla Normale di Pisa, è anche compositore. “Ma ho sempre usato uno pseudonimo per non farmi riconoscere dai colleghi. Vorrei ibernarmi, risvegliarmi fra 5mila anni e scoprire in quale futuro le macchine ci avranno condotto”
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Andrea Ferrara e Ongakuaw non sempre vanno d’accordo. Il primo insegna Cosmologia in un tempio del sapere come la Scuola Normale Superiore di Pisa. Con l’aiuto del computer ricostruisce la forma e i movimenti delle prime galassie, cercando di avvicinarsi il più possibile al momento del Big Bang.

Il secondo si dedica anima e corpo alla musica elettronica, chiuso nello studio di casa in riva all’Arno, isolato dal mondo. Con l’aiuto del computer, cerca di creare suoni nuovi: “Suoni che nessuno ha sentito mai”. Inventa mostre, installazioni, accompagna con le sue composizioni artisti e danzatori in giro per il mondo.

Andrea Ferrara non ama farsi riconoscere dagli amici di Ongakuaw e Ongakuaw si nasconde se incontra un collega di Andrea Ferrara. “Una volta è accaduto davvero. Avevo finito di preparare un’installazione musicale a Siena. Uscendo dalla galleria d’arte mi sono trovato di fronte un collega astrofisico. Mi ha chiesto cosa facessi. Sono andato nel panico, ho buttato lì la prima s…

Andrea Ferrara e Ongakuaw non sempre vanno d’accordo. Il primo insegna Cosmologia in un tempio del sapere come la Scuola Normale Superiore di Pisa. Con l’aiuto del computer ricostruisce la forma e i movimenti delle prime galassie, cercando di avvicinarsi il più possibile al momento del Big Bang.

Il secondo si dedica anima e corpo alla musica elettronica, chiuso nello studio di casa in riva all’Arno, isolato dal mondo. Con l’aiuto del computer, cerca di creare suoni nuovi: “Suoni che nessuno ha sentito mai”. Inventa mostre, installazioni, accompagna con le sue composizioni artisti e danzatori in giro per il mondo.

Andrea Ferrara non ama farsi riconoscere dagli amici di Ongakuaw e Ongakuaw si nasconde se incontra un collega di Andrea Ferrara. “Una volta è accaduto davvero. Avevo finito di preparare un’installazione musicale a Siena. Uscendo dalla galleria d’arte mi sono trovato di fronte un collega astrofisico. Mi ha chiesto cosa facessi. Sono andato nel panico, ho buttato lì la prima scusa”.

L’astrofisico e il musicista sono infatti la stessa persona. “Ma per qualche motivo ho sempre voluto che le due parti di me restassero separate. Temevo che i colleghi scienziati mi giudicassero poco serio, da musicista, e che gli amici musicisti mi sentissero distante, in quanto scienziato. Ho sempre vissuto questo sdoppiamento in modo problematico”.

Perché?

“Sono friulano. Timido”.

Che vuol dire Ongakuaw?

“Deriva dalla traduzione di musica in giapponese. Ho insegnato anche all’università di Tokyo”.

Ha mai composto la musica delle stelle?

“Ho aiutato degli artisti di Barcellona a trasformare in musica i dati sulle onde gravitazionali del cosmo. Ho anche proposto a un mio studente di dottorato un metodo per classificare le galassie. Usa lo stesso principio dell’app che riconosce i titoli delle canzoni dopo poche note”.

Ferrara nella sala controllo del più grande radiotelescopio al mondo, Fast, a Guizhou, Cina centrale 

Andrea Ferrara e Ongakuaw su una cosa andranno d’accordo: l’uso del computer.

“Quando ho iniziato a fare musica elettronica, negli anni ’90, avevo un Atari senza scheda audio. Feci arrivare una delle prime dall’Inghilterra. Mi affascinava l’idea di creare suoni completamente nuovi, mai esistiti in natura. Nel frattempo mi sono diplomato al conservatorio in chitarra classica e composizione elettronica. E ho iniziato a studiare fisica. Il cosmologo e Ongakuaw sono nati più o meno insieme”.

Ha mai preferito l’uno all’altro?

“No, avrei voluto invece diventare campione di basket. Giocavo a livello semiprofessionistico in serie C e ancora oggi non riesco a stare senza sport”.

I computer sono buoni alleati degli scienziati. Ma sanno fare musica?

“La mia ossessione è sempre stata ridurre l’intervento arbitrario del compositore, arrivare al punto in cui il computer riesce a generare un brano da solo, evolvendosi autonomamente. Per alcune installazioni ho usato dei caschetti per l’elettroencefalogramma. Indossati dai danzatori, registravano i loro movimenti e traducevano le onde cerebrali in musica”.

Ma questa non è intelligenza artificiale?

“Sì, ma è arrivata dopo”.L’intelligenza artificiale però impara da quel che l’uomo ha creato. Si nutre della nostra, di intelligenza.“Per ora, ma non durerà. Presto l’intelligenza artificiale riuscirà a fare da sola e prenderà il testimone che noi le lasceremo. La specie umana, a pensarla in termini darwiniani, sembra vicina ai limiti dell’evoluzione. Le nostre fragilità sono evidenti di fronte alle macchine. A me piacerebbe molto leggere tutta la biblioteca della Normale in mezz’ora, ma ho un cervello modesto. Non mi basterebbe una vita e se anche arrivassi in fondo avrei dimenticato quel che sta all’inizio. Se la natura vorrà massimizzare l’evoluzione dell’intelligenza, è sulle macchine che dovrà puntare”.

E noi umani?

“Ci dovremo accontentare di un ruolo secondario. Faremo un passo indietro rispetto alle macchine, ma non c’è motivo di esserne tristi. Piuttosto sarebbe bello ibernarsi oggi, risvegliarsi fra 5mila anni e togliersi la curiosità di vedere come si sarà trasformato il mondo. Forse nel frattempo le macchine saranno riuscite a colonizzare altri mondi. Lo avranno fatto senza di noi, che fatichiamo anche solo a immaginare un modo per raggiungere Marte”.

Lei fa ricerca con l’aiuto del nuovo telescopio spaziale della Nasa James Webb e cerca di andare assai più lontano di Marte, osservando le prime galassie dopo il Big Bang.

“Sono impazzito per le immagini di James Webb, mi sembra di essere un bambino nel paese delle meraviglie. Ogni tanto vado da un mio studente e gli chiedo: ma non ti pare incredibile questo risultato? Devo dire che non mi danno grande soddisfazione. Sorridono, rispondono sì certo, ma con zero entusiasmo. Ma cosa si fa lo scienziato a fare, se non per saltare sulla sedia di fronte a una nuova scoperta? I giovani a volte sembrano aver visto tutto ma senza conoscerlo. Lo noto coi miei nipoti come con gli studenti più dotati, i nostri alla Normale. Non gli manca la capacità di apprendere, ma quella di sorprendersi sì”.

Ma lei dove trova il tempo per fare tutto?

“Ho un rapporto particolare con il tempo. Sono in grado di concentrarmi per cinque ore sulla scienza senza accorgermi di altro nell’universo. Mi immergo in modo talmente profondo in quello che studio da sentirmi parte di esso. Quando ne esco non ho più energie e devo dedicarmi ad altro, musica o sport”.

In questo il professore Ferrara e Ongakuaw vanno finalmente d’accordo?

“Sì, usano lo stesso metodo di fare ricerca. E a volte riescono perfino ad avere un paio di ore libere per stare insieme”.

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