‘Fine vita’ di nuovo alla Consulta. Altolà del governo: “Spetta al Parlamento”. Cappato: “Sono inerti e vogliono la nostra condanna”
di Liana MilellaROMA - “Spetta al Parlamento e non alla Consulta decidere sul fine vita”. Secco altolà del governo Meloni, e mani avanti in netto anticipo, in vista dell’udienza pubblica che mercoledì affronterà di nuovo la questione caldissima dell’aiuto al suicidio. Sul tavolo il ricorso dei giudici di Firenze per l’aiuto fornito a “Massimiliano” da Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, tutti dell’Associazione soccorso civile, accompagnato in Svizzera a morire perché affetto da sclerosi multipla. Cappato, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, si è autodenunciato. Rischia 12 anni di carcere per aver violato l’articolo 580 del codice Rocco che punisce “l’istigazione o l’aiuto al suicidio”. Non è la prima volta, tant’è che Cappato è indagato per altri casi dalle procure di Bologna, Milano e Roma. Ma adesso la novità è che un giudice ha messo sul tavolo della Consulta di nuovo le ben note quattro condizioni che consentono il suicidio.
ROMA - “Spetta al Parlamento e non alla Consulta decidere sul fine vita”. Secco altolà del governo Meloni, e mani avanti in netto anticipo, in vista dell’udienza pubblica che mercoledì affronterà di nuovo la questione caldissima dell’aiuto al suicidio. Sul tavolo il ricorso dei giudici di Firenze per l’aiuto fornito a “Massimiliano” da Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, tutti dell’Associazione soccorso civile, accompagnato in Svizzera a morire perché affetto da sclerosi multipla. Cappato, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, si è autodenunciato. Rischia 12 anni di carcere per aver violato l’articolo 580 del codice Rocco che punisce “l’istigazione o l’aiuto al suicidio”. Non è la prima volta, tant’è che Cappato è indagato per altri casi dalle procure di Bologna, Milano e Roma. Ma adesso la novità è che un giudice ha messo sul tavolo della Consulta di nuovo le ben note quattro condizioni che consentono il suicidio.
L’altolà del governo Meloni sul fine vita
Ed eccoci di nuovo allo scontro politico. Il governo Meloni dà mandato all’Avvocatura dello Stato di portare avanti la linea dura. Cioè dichiarare “inammissibile” la questione di legittimità costituzionale, o quantomeno, in subordine, bocciarla come “infondata”. Di fatto aprendo la porta alla condanna degli imputati. La linea del governo è che la materia del fine vita non può essere appannaggio esclusivo della Consulta, ma dev’essere trattata dal Parlamento. Nonostante proprio le Camere siano rimaste del tutto inerti dal 2018. Quando la Corte concesse loro dodici mesi per scrivere una nuova legge sul fine vita - in ballo c’era proprio il caso Cappato e l’aiuto che il segretario della Coscioni aveva dato a Dj Fabo per morire in Svizzera - ma senza alcuna risposta. Tant’è che, allo scadere dell’anno, nel 2019, la stessa Corte ha “risolto” il caso Cappato con la storica sentenza 242 e ha fissato le quattro condizioni per le quali l’accesso al suicidio assistito è possibile.
La quattro condizioni per poter morire
Ricordiamole: il malato dev’essere affetto da malattia irreversibile; la patologia dev’essere fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche; il paziente dev’essere in grado di prendere decisioni libere e consapevoli. E poi ecco la quarta condizione, proprio quella che oggi viene messa in discussione dal nuovo ricorso. La Consulta scriveva: “Il paziente sia dipendente da un trattamento di sostegno vitale”. Adesso il punto è tutto qui. Cosa s’intende per “trattamento di sostegno vitale”.
Premesso che stiamo parlando di ben cinque anni fa, tre governi intervenuti nel frattempo (Conte, Draghi, Meloni) e un’elezione politica di mezzo, il Parlamento non ha fatto assolutamente nulla. Non ha messo mano concretamente al dossier del fine vita. Nella totale disperazione di chi è gravemente malato e vuole porre fine al suo dolore.
Adesso tutto torna alla Consulta. Che da mercoledì pomeriggio dovrà decidere sulla richiesta dei giudici di Firenze. Quattordici toghe, ne manca una da otto mesi dopo la fine del mandato di Silvana Sciarra. Nella logica del “pigliatutto” la premier Meloni ha ordinato ai suoi di attendere dicembre quando scadranno altri tre giudici, compreso l’attuale presidente Augusto Barbera. Proprio il voto di Barbera adesso è determinante se il caso dovesse finire in parità. Perché il suo vale doppio.
Come può decidere la Consulta
Ma cosa succederà mercoledì? Impossibile prevederlo. Bocche cucite alla Corte. Nessuno è avvicinabile. Due i relatori, il vicepresidente della Corte stessa Franco Modugno, già titolare del caso nel 2019, e il penalista milanese Francesco Viganò. Cosa può accadere? Innanzitutto le sentenze della Consulta non sono appellabili. Quindi anche un’interpretazione della sentenza, con un’eventuale apertura, potrebbe intaccarla, dicono i “puristi”, chi ritiene che una volta scritta una sentenza sia “eterna”. Ma in realtà delle chance aperturiste ci sono. Perché conta l’interpretazione di quelle parole - “trattamenti di sostegno vitale” - e cioè se essere attaccati a una macchina, oppure non essere in alcun modo autonomi e aver bisogno comunque dell’aiuto di una persona per svolgere le proprie funzioni vitali.
Quindi la Corte potrebbe anche emettere una sentenza che, tecnicamente, potrebbe essere una “interpretativa di rigetto”, oppure un “rigetto con interpretazione”. E cioè la questione sollevata da Firenze verrebbe respinta, ma con una lettura della sentenza del 2019, e dell’ultima delle quattro condizioni. Un corridoio molto stretto in cui devono passare i giudici. Impossibile sapere, adesso, se la decisione verrà presa già nella camera di consiglio di mercoledì pomeriggio, oppure in una delle ultime due previste prima della paura estiva. Certo adesso l’altolà del governo non aiuta. Perché suona come una stretta sul diritto della stessa Consulta alla valutazione della richiesta che ha sul tavolo. E a tutti gli effetti un altolà politico.
Cappato cita Nordio: “Consulta più avanti delle Camere”
Su tutto questo Marco Cappato già lancia l’allarme. E dice: “Con questa costituzione, e nel merito della memoria depositata, il governo Meloni chiede una decisione della Corte che implicherebbe il rischio di una condanna da 5 a 12 anni di carcere di Chiara Lalli, Felicetta Maltese e me per avere aiutato Massimiliano ad accedere all'aiuto alla morte volontaria in Svizzera". E ricorda quanto ha detto il Guardasigilli Carlo Nordio giusto il 20 maggio. Ecco le sue parole che si riferivano proprio al fine vita: “Ultimamente l'attività del Parlamento è lenta rispetto a quella della Corte costituzionale, che sembra essere più realistica e camminare in modo più veloce e più pragmatico nel confronto col Parlamento”. E Cappato prosegue così: “In queste settimane e mesi si evoca spesso il fascismo e il post-fascismo. Mi auguro che ciascuna personalità e forza politica, sia di maggioranza sia di opposizione, sappia fare la differenza tra gestualità e simboli, e norme del fascismo ancora in vigore, come l'articolo 580 del codice penale in base al quale il governo spinge per la nostra condanna, e si comporti di conseguenza”.
Ma Cappato va avanti
Ovviamente Cappato non fa alcuna marcia indietro sui suoi principi e conferma che lui, Chiara, Felicetta e gli altri disobbedienti, “nel pieno rispetto della sentenza della Consulta, qualunque sarà l'esito, saremo pronti ad affrontare le conseguenze della nostra azione, e continueremo fino al raggiungimento dell'obiettivo di ottenere il pieno riconoscimento del diritto all'autodeterminazione alla fine della vita".