L’ora della dieta nel food delivery, le aziende tagliano per tornare a correre
di Filippo SantelliPer gli italiani ormai è un’abitudine: anche dopo la fine dei lockdown le ordinazioni a domicilio di pizza, hamburger o sushi hanno continuato a crescere. Eppure, a vent’anni dalla nascita delle prime piattaforme che hanno trasformato la consegna cibo in un’industria tecnologica — il delivery — e creato una nuova categoria di lavoratori — i rider — resta una domanda: tutto ciò è sostenibile? Il Financial Times ha descritto un cambiamento di era: dopo la grande abbuffata, l’espansione a ogni costo, i colossi del settore hanno iniziato una dieta detox, per mostrare a suon di efficienze che i soldi possono anche farli, non solo bruciarli.
Vale pure per l’Italia. Alcuni operatori che non avevano sfondato, come UberEats o Getir, si sono ritirati. E i tre big che restano, Deliveroo, Just Eat e Glovo, provano a far quadrare i conti alzando le spese di consegna, espandendo l’offerta oltre i pasti e cercando di usare meno rider per trasportare più cose. «Il nostro mercato resta molto competiti…
Per gli italiani ormai è un’abitudine: anche dopo la fine dei lockdown le ordinazioni a domicilio di pizza, hamburger o sushi hanno continuato a crescere. Eppure, a vent’anni dalla nascita delle prime piattaforme che hanno trasformato la consegna cibo in un’industria tecnologica — il delivery — e creato una nuova categoria di lavoratori — i rider — resta una domanda: tutto ciò è sostenibile? Il Financial Times ha descritto un cambiamento di era: dopo la grande abbuffata, l’espansione a ogni costo, i colossi del settore hanno iniziato una dieta detox, per mostrare a suon di efficienze che i soldi possono anche farli, non solo bruciarli.
Vale pure per l’Italia. Alcuni operatori che non avevano sfondato, come UberEats o Getir, si sono ritirati. E i tre big che restano, Deliveroo, Just Eat e Glovo, provano a far quadrare i conti alzando le spese di consegna, espandendo l’offerta oltre i pasti e cercando di usare meno rider per trasportare più cose. «Il nostro mercato resta molto competitivo — dice Daniele Contini, alla guida di Just Eat in Italia — il consolidamento non è ancora terminato».
Ne resterà solo uno? Non per forza, ma a Palermo sta succedendo: Glovo si è presa quasi tutti i ristoranti — racconta Matteo, giovane padre di famiglia e rider — e chi vuole lavorare non ha alternative. Lui e i colleghi sono in mobilitazione da quando la società spagnola ha tagliato le voci di paga («tre euro a consegna — racconta —: lavorando 28 giorni al mese, meno tasse e spese, mi restano mille euro e qualcosa, fritti e mangiati diciamo qui»).
Dominare un mercato, in un business fatto di grandi volumi, permette di dettare le regole. Glovo, ultima arrivata in Italia, resta la piattaforma più aggressiva nell’espansione, ma per questo appare anche la più fragile. Il bilancio 2021, ultimo disponibile, registrava 40 milioni di perdita su un fatturato di 114, con «dubbi significativi sulla continuità aziendale».
Quello del 2022 non è stato depositato, ma è noto che la sopravvivenza dell’azienda sia appesa alle garanzie finanziarie dell’azionista, la multinazionale Delivery Hero. Rispondendo per iscritto, Glovo dice che il ritardo del bilancio è dovuto al riassetto societario e che “con numeri che continuano a migliorare, continuerà a investire in Italia per espandersi e consolidare il business”.
Lo ha assicurato anche ai sindacati, che temono una fuga stile UberEats, senza indennizzi per i fattorini. I bilanci delle altre due società (anno 2022) sono in utile: 3,6 milioni per Deliveroo su un fatturato di 168, e 7,5 per Just Eat su 106 di fatturato. Profitti comunque risicati, considerato che molte spese sono in capo alla casa madre: c’è spazio per incrementarli? Lato utenti, le piattaforme hanno tutte alzato le commissioni di consegna. Ora superano spesso i 3 euro e a volte avvicinano i 5. Difficile chiedere di più, come del resto ai ristoranti, per cui le commissioni arrivano al 30% dell’incasso.
La crescita del delivery in Italia non sembra esaurita: il Politecnico di Milano stima che le ordinazioni aumenteranno di un 9% pure quest’anno. Contro le piattaforme però giocano fattori strutturali e culturali: poche grandi città, l’abitudine a cucinare ed uscire, un limitato potere di spesa che si traduce in ordinazioni povere. La loro strategia ora è più “intensiva” che “estensiva”: si tratta di aumentare la frequenza e il valore degli acquisti, per esempio offrendo prodotti diversi dai pasti, nella convinzione che insieme ai volumi aumenti l’efficienza delle consegne.
Il pioniere di questo quick commerce universale — spesa, prodotti di bellezza, elettronica — è stata Glovo, subito inseguita da Deliveroo: sono le due aziende che inquadrano i fattorini come autonomi e li pagano a consegna. Mentre Just Eat si è mossa più tardi, anche perché il suo modello è diverso: a molti ristoranti fornisce solo il servizio ordinazione (profittevole) lasciando che gestiscano in proprio le consegne. Questo spiega anche perché sia stata l’unica a decidere di assumere i rider, magari sperando che prima o poi fosse imposto anche alle altre.
Buona parte del futuro di un food delivery che diventa quick delivery resta legata ai suoi lavoratori, i rider che dagli algoritmi sono diretti. La grande dieta ha riguardato anche loro: se al termine del 2021 erano 63mila, di cui 33.400 “attivi”, alla fine del 2023 erano scesi a 25 mila. Le piattaforme cercano di selezionare i più presenti e affidabili, e la mossa di Glovo a Palermo racconta come neppure il magro compenso che ricevono sia al sicuro.
A decidere chi sopravviverà, e chi vincerà, potrebbero però essere le regole sul loro inquadramento, da cui dipendono i costi delle aziende. La legge che in Spagna ha obbligato le piattaforme ad assumerli ha portato Deliveroo a lasciare il Paese e spinto Glovo sull’orlo del fallimento. In Italia le stesse due imprese continuano ad applicare un contratto collettivo che li inquadra come autonomi firmato con il solo sindacato Ugl, sebbene una sentenza l’abbia giudicato illegittimo.
Su questo e altri punti, Deliveroo non ha risposto a Repubblica. Ma la pressione sulle aziende sembra scesa, come dimostra la decisione della loro associazione Assodelivery di far saltare un tavolo che qualche mese fa si era riaperto con i sindacati. Un po’ perché la direttiva europea sull’economia delle piattaforme che prometteva la rivoluzione — i rider sono subordinati fino a prova contraria — nella versione finale è stata molto annacquata e lascia grandi margini di recepimento agli Stati. Un po’ perché una parte non trascurabile dei fattorini apprezza la flessibilità di un lavoro che è organizzato dall’algoritmo, ma non è neppure subordinato in senso classico: a parte la Spagna, la maggior parte dei Paesi li considera autonomi, magari rafforzando tutele e retribuzioni.
Il paradosso italiano è che l’attuale area grigia penalizza proprio chi ha dato maggiore stabilità ai rider: «Abbiamo adottato un modello più responsabile ma anche più impegnativo», dice Contini di JustEat. «Bisogna creare un insieme di tutele minime, anche previdenziali, che prescindano dal tipo di inquadramento. In questo momento i vari operatori giocano con regole diverse».