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I ragazzi e il sabbatico dopo la Maturità. “Una pausa per capirsi”

Volontariato o corsi di lingue, le partenze per l’estero aumentate del 20%. E ci si iscrive all’università un anno e mezzo dopo il diploma
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Roma — Al culto dell’iperproduttività preferiscono un anno sabbatico. Fermarsi, per capire cosa fare della propria vita. Disorientati e posti davanti a prospettive lavorative poco entusiasmanti, sono sempre di più gli studenti italiani che scelgono un periodo di sperimentazione dopo la maturità. Lo chiamano Gap year, espressione che rende meglio l’idea di uno scollamento. Un’esperienza sperimentata dal 90% degli studenti che, secondo le ultime rilevazioni di Elis e Skuola.net, si definisce sfiduciato o preoccupato per il proprio futuro, al punto che il 13,8% vorrebbe prendersi una pausa.

I dati

E così il ritardo medio nell’iscrizione all’università, rispetto alle età standard di 19 anni, è di 1,5 anni. Tantissimi, tra gli 1,5 mi…

Roma — Al culto dell’iperproduttività preferiscono un anno sabbatico. Fermarsi, per capire cosa fare della propria vita. Disorientati e posti davanti a prospettive lavorative poco entusiasmanti, sono sempre di più gli studenti italiani che scelgono un periodo di sperimentazione dopo la maturità. Lo chiamano Gap year, espressione che rende meglio l’idea di uno scollamento. Un’esperienza sperimentata dal 90% degli studenti che, secondo le ultime rilevazioni di Elis e Skuola.net, si definisce sfiduciato o preoccupato per il proprio futuro, al punto che il 13,8% vorrebbe prendersi una pausa.

I dati

E così il ritardo medio nell’iscrizione all’università, rispetto alle età standard di 19 anni, è di 1,5 anni. Tantissimi, tra gli 1,5 milioni di inattivi nella fascia d’età 15-24 anni, cercano la soluzione ai propri dubbi a bordo di un aereo. Poco importa che li porti dall’altra parte del mondo per un corso di lingua o che la destinazione finale sia un Paese europeo per un tirocinio. E chissà che non ci rimangano pure, perché il 20% ha già messo in conto di dover vivere all’estero per trovare lavoro. Nel frattempo, a partire quest’anno è il 20% in più rispetto al 2023, secondo EF Education First, organizzazione che si occupa di formazione internazionale: per metà dei nuovi viaggiatori l’esperienza si traduce in studio e lavoro, per il 30% in stage o volontariato, il resto in corsi di lingua straniera. L’inglese è la più quotata perché le mete preferite sono il Regno Unito e gli Stati Uniti, scelte rispettivamente dal 32 e dal 25 per cento degli studenti, anche se pure l’Australia e la Nuova Zelanda esercitano un certo fascino sui neodiplomati. Ma crescono anche Spagna e Corea del Sud, mentre Wep, organizzazione internazionale che organizza corsi di lingua all’estero, segnala come uno studente su dieci veda di buon occhio anche il Canada.

Più consapevolezza

«L’aspetto più rilevante che emerge dai feedback di chi ha frequentato un anno accademico all’estero - spiega l’ad di EF Italia Natalia Anguas - è una maggiore consapevolezza delle proprie capacità: secondo le nostre ultime rilevazioni, il 96% dei diplomati si sente molto più sicuro di sé, il 77% sta affrontando ora il proprio percorso universitario in modo più consapevole e maturo, ottenendo migliori risultati, mentre l’85% si dichiara soddisfatto del proprio lavoro dopo la laurea, una percentuale decisamente maggiore rispetto a chi non ha intrapreso questo percorso».

«Quando tornano dai viaggi sono completamente cambiati», conferma anche Alice Riva, che vent’anni fa, dopo il suo anno sabbatico in India, ha fondato YearOut, associazione che organizza progetti di volontariato all’estero. «I più richiesti sono quello ambientale in Namibia e quello in Nepal, con attività di insegnamento ai bambini - spiega -. I ragazzi sono spinti dalla voglia di sentirsi utili, ma anche di confrontarsi con culture sconosciute». L’aspetto che desta preoccupazione, però, è che non tutti affronteranno questa pausa in modo proattivo. «Per tanti non si tratta di vedere il mondo o di fare esperienza, ma piuttosto di “freezing”», spiega Gianluca Sabatini, responsabile sviluppo Area formazione di Elis. Il 23% ammette di volersi fermare perché non sa cosa fare dopo il diploma, il 21% vuole prendersi del tempo per valutare. Parte del problema è da rintracciare nella scuola, dove «l’orientamento non è efficace», annota Daniele Grassucci, co-founder di Skuola.net. Ecco il Gap Year, il salto nel buio.

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