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Sabbatico, Giacomo Tosetto: “Non è un tempo in cui non fai nulla. È stato essenziale per ritrovarmi”

“Avevo bisogno di uscire dalla comfort zone: il confronto con altre culture ti cambia le priorità. E in Italia oggi non mi vedrei più”
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Dall’Italia a Londra, passando per Boston e Dubai. Soprattutto attraverso un anno sabbatico che, tiene a mettere in chiaro Giacomo Tosetto, «non è un anno dove uno non fa niente: per me è stato fondamentale per ritrovarmi». Giacomo oggi ha 23 anni e quasi un master in International management al King’s College di Londra. Ma cinque anni fa, a ridosso della Maturità, racconta, «ero troppo indeciso».

Come è nata l’idea dell’anno sabbatico?

«Arrivato all’ultimo anno di liceo sentivo che avevo bisogno di un orientamento: conoscevo già EF per le vacanze studio, poi tramite Internet ho visto che organizzavano corsi di preparazione all’università. Allora ho deciso di prendermi del tempo per me».

Cosa l’ha spinta a partire?

«Non ho mai messo in discussione l’idea di iscrivermi all’università, ma mi sentivo completamente perso. Una volta arrivato a New York ho capito perché».

Perché?

«Avevo bisogno di uscire dalla comfort zone: a casa sei sempre circondato dai soliti giri, le occasioni di…

Dall’Italia a Londra, passando per Boston e Dubai. Soprattutto attraverso un anno sabbatico che, tiene a mettere in chiaro Giacomo Tosetto, «non è un anno dove uno non fa niente: per me è stato fondamentale per ritrovarmi». Giacomo oggi ha 23 anni e quasi un master in International management al King’s College di Londra. Ma cinque anni fa, a ridosso della Maturità, racconta, «ero troppo indeciso».

Come è nata l’idea dell’anno sabbatico?

«Arrivato all’ultimo anno di liceo sentivo che avevo bisogno di un orientamento: conoscevo già EF per le vacanze studio, poi tramite Internet ho visto che organizzavano corsi di preparazione all’università. Allora ho deciso di prendermi del tempo per me».

Cosa l’ha spinta a partire?

«Non ho mai messo in discussione l’idea di iscrivermi all’università, ma mi sentivo completamente perso. Una volta arrivato a New York ho capito perché».

Perché?

«Avevo bisogno di uscire dalla comfort zone: a casa sei sempre circondato dai soliti giri, le occasioni di confronto sono poche. All’estero le priorità cambiano: ti confronti con culture diverse, capisci cosa vuoi davvero».

Cosa l’ha colpita di più a New York?

«Nel campus eravamo circa settecento, nella mia classe c’erano colombiani, venezuelani, peruviani, francesi, spagnoli. Giri di classe in classe, ti prepari per le certificazioni di lingua internazionali, hai un tutor che ti aiuta a inviare le candidature alle università».

E così è arrivata la scelta della Hult di Boston.

«Boston non era neppure la mia prima scelta: dopo una pausa imposta dal Covid mi sono traferito a Londra, sempre alla Hult, dove l’anno scorso mi sono laureato in Finanza».

Pensa di ritornare in Italia un giorno?

«Al momento non è nei miei piani. In Italia non mi rivedrei più: cerco sempre una dimensione aperta e globale».

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