Scout, l’Agesci compie 50 anni. L’associazione mista fu una rivoluzione: “In tenda e sotto le stelle abbiamo scoperto la parità tra i sessi”
di Luigi GaetaniIl raduno di Bracciano per i 50 anni Agesci (foto Giorgio Pincitore)
«All’epoca fu una rivoluzione. Venivo da scuole ancora tutte maschili, un’associazione dove ragazzi e ragazze giocavano e facevano attività fianco a fianco, magari dormendo fuori casa, era una cosa nuovissima». Valerio Montagner ricorda bene i primi anni dell’Agesci. L’Associazione guide e scouts cattolici italiani nacque 50 anni fa, nel maggio 1974, dalla fusione dell’Asci, aperta solo ai maschi, e dell’Agi, esclusivamente femminile. E così i giovani seguaci di Baden-Powell — divisa azzurra e fazzolettone al collo — si ritrovarono a campeggiare insieme, senza distinzioni di genere. «Oggi pare normale — riflette Graziella Culini, moglie di Montagner — ma nelle famiglie qualche timore c’era. “Davvero dormite in tenda maschi e femmine?”». Ma i capi stavano attenti.
«All’epoca fu una rivoluzione. Venivo da scuole ancora tutte maschili, un’associazione dove ragazzi e ragazze giocavano e facevano attività fianco a fianco, magari dormendo fuori casa, era una cosa nuovissima». Valerio Montagner ricorda bene i primi anni dell’Agesci. L’Associazione guide e scouts cattolici italiani nacque 50 anni fa, nel maggio 1974, dalla fusione dell’Asci, aperta solo ai maschi, e dell’Agi, esclusivamente femminile. E così i giovani seguaci di Baden-Powell — divisa azzurra e fazzolettone al collo — si ritrovarono a campeggiare insieme, senza distinzioni di genere. «Oggi pare normale — riflette Graziella Culini, moglie di Montagner — ma nelle famiglie qualche timore c’era. “Davvero dormite in tenda maschi e femmine?”». Ma i capi stavano attenti.
«La capogruppo ci sorvegliava da vicino — ricorda Culini, ridendo — I pantaloncini troppo corti erano banditi, “sennò non lamentatevi se vi beccate un pizzicotto”. Docce rigorosamente separate e col costume, meglio se intero». Precauzioni che non hanno impedito all’amore di sbocciare. «Ci siamo conosciuti in un campo — racconta Montagner — Ero aiuto-caporeparto e per pranzo mi spostavo da una squadriglia all’altra. Quando la capogruppo mi vedeva nella squadriglia di Graziella si insospettiva: e tu che ci fai sempre qui? Aveva capito prima di me...».
Bedonia, 1979, route nazionale capi (archivio Agesci)
Oltre gli stereotipi di genere
Al di là dei risvolti sentimentali, si scalfivano gli stereotipi di genere. «A scuola — ricorda Culini — nell’ora di tecnica noi ragazze lavoravamo ancora all’uncinetto. Con gli scout ti rendevi conto che potevi accendere un fuoco o costruire con le filagne di legno, pure meglio dei maschi». “Scoperte” condivise anche dall’altra metà del cielo: «Che soddisfazione vincere le gare di cucina contro le femmine!», ricorda Montagner.
Terremoto in Friuli, 1976 (archivio Agesci, Lucio Costantini)
Più complesso si rivelò il lavoro di sintesi ai vertici. Tra le due associazioni c’era diffidenza. Era soprattutto la componente maschile — l’ala più conservatrice dell’Asci — a temere che con la fusione si potesse tradire il metodo educativo dello scautismo originario. «Ero capo nei primi anni dell’unificazione — racconta Maria Teresa Spagnoletti — Fu una scelta profetica. Un periodo entusiasmante e una scommessa, perché c’era da mettere insieme due modelli molto diversi. Intanto noi ragazze eravamo molto meno numerose. I maschi dell’Asci erano molti di più e molto più inquadrati, quasi militarmente». Specie nel rapporto con i bambini — la “branca” lupetti e coccinelle — il lato femminile era tradizionalmente più attento alla dimensione spirituale, all’educazione attraverso il racconto, mentre i maschi erano più concreti, più proiettati sulle attività fisiche. «A posteriori, mi passi il termine, abbiamo aiutato i maschi a darsi una calmata — sottolinea Spagnoletti — Ma all’epoca alcune compagne temevano che l’unificazione ci avrebbe schiacciate. Mentre la parte più tradizionalista dei maschi ci considerava un po’ troppo alternative. Circolava una battutaccia: che alcune di noi, prima dell’unificazione, erano come vergini folli. Mentre dopo eravamo sempre folli, ma non più vergini». Alla fine il matrimonio si fece, non senza dibattiti accesi e opinioni contrarie (quasi un terzo dell’Asci votò contro la fusione). «Mi ricordo il Consiglio generale in cui fu approvato il regolamento delle branche — racconta ancora Spagnoletti — Abbiamo passato una notte a mettere a posto le virgole. Ci sono stati momenti di confronto acceso. Ma sono nate amicizie profonde, che durano tuttora».
1992 Palermo, fiaccolata per Falcone (Archivio Centro Documentazione Agesci)
I numeri
A testimoniare il successo dell’operazione, i numeri. Oggi in Italia gli scout e le guide dell’Agesci sono 182 mila, i gruppi oltre 2.000, distribuiti in tutte le regioni, in particolare Veneto, Emilia Romagna, Lombardia, Lazio e Sicilia. I capi sono 33mila. Un’associazione dove la parità di genere è fondante: ogni carica è ricoperta da due persone, un uomo e una donna. Il prossimo agosto, dal 22 al 25, a Verona ci sarà la terza Route nazionale delle comunità capi. «L’ultima risale al 1997 — dicono Roberta Vincini e Francesco Scoppola, presidenti del Comitato nazionale — nel 2024 festeggiamo i cinquant’anni di una scelta rivoluzionaria, che all’epoca ci pose all’avanguardia nel rapporto con la società ma anche con la chiesa. Lo facciamo guardando avanti, ai temi che consideriamo fondamentali: l’educazione, vero motore per cambiare il mondo, la presenza politica sul territorio e l’attenzione alla cura dell’ambiente».
In questi decenni Valerio e Graziella Montagner, come molte altre coppie nate sotto la stella di Baden-Powell, hanno messo su famiglia e oggi sono nonni. «Anche le nostre figlie sono state scout — raccontano — I nostri capi di allora sono stati dei maestri di vita. E anche se oggi non siamo più attivi nell’associazione, abbiamo costruito la famiglia su quei valori. Perché scout lo si resta per sempre».