50 anni di Agesci, Piero Badaloni: “Un metodo antico ma i ragazzi di oggi ne hanno ancora più bisogno”
di Luigi Gaetani«Io sono stato scout due volte. D’altronde non si smette mai di esserlo: Semel scout, semper scout, è il motto». Piero Badaloni, giornalista ed ex governatore del Lazio, ha collaborato al libro sui 50 anni Agesci che uscirà nelle prossime settimane, a cura di Niccolò Carratelli (per Fiordaliso).
Una vita in divisa e fazzolettone?
«Ho cominciato da bambino, negli anni 50, e ho fatto tutto il cammino, fino a capo. Ho smesso dopo la laurea. Quando è nata l’Agesci avevo già concluso il mio ciclo, o così credevo. In realtà molto dopo, a quarant’anni, con mia moglie, ho dovuto ricominciare a fare il capo, perché nel gruppo dei miei figli non ce n’erano abbastanza. A volte capita. Ma per chi ci crede è normale essere sempre disponibili al servizio».
Un approccio che le è tornato utile anche nella vita pubblica?
«Quando mi chiedono perché ho accettato di candidarmi a presidente della Regione Lazio, rispondo che l’ho fatto con lo stesso spirito, con l’idea di fare qualcosa per il bene com…
«Io sono stato scout due volte. D’altronde non si smette mai di esserlo: Semel scout, semper scout, è il motto». Piero Badaloni, giornalista ed ex governatore del Lazio, ha collaborato al libro sui 50 anni Agesci che uscirà nelle prossime settimane, a cura di Niccolò Carratelli (per Fiordaliso).
Una vita in divisa e fazzolettone?
«Ho cominciato da bambino, negli anni 50, e ho fatto tutto il cammino, fino a capo. Ho smesso dopo la laurea. Quando è nata l’Agesci avevo già concluso il mio ciclo, o così credevo. In realtà molto dopo, a quarant’anni, con mia moglie, ho dovuto ricominciare a fare il capo, perché nel gruppo dei miei figli non ce n’erano abbastanza. A volte capita. Ma per chi ci crede è normale essere sempre disponibili al servizio».
Un approccio che le è tornato utile anche nella vita pubblica?
«Quando mi chiedono perché ho accettato di candidarmi a presidente della Regione Lazio, rispondo che l’ho fatto con lo stesso spirito, con l’idea di fare qualcosa per il bene comune, senza guardare troppo alle affiliazioni partitiche. Ho messo insieme otto gruppi politici, dai cattolici fino a Rifondazione, e se ci sono riuscito è perché in fondo ero libero, non appartenevo a nessuno».
Lo scautismo è una buona palestra politica, dunque?
«Lo è davvero, prima di tutto perché ti insegna la sensibilità per i problemi sociali. E ti impegna a risolverli».
Quella di cinquant’anni fa fu una scelta giusta?
«Fu coraggiosa e lungimirante. Non fu facile mettere insieme due segmenti educativi impostati in maniera così diversa. Ma oggi l’Agesci è un esempio: un’associazione dove vige la “diarchia”, l’assoluta parità tra uomini e donne. Accadeva cinquant’anni fa, ma non dimentichiamoci che lo scautismo ha oltre un secolo. Eppure resta un metodo di un’attualità straordinaria. Anzi, oggi ce n’è più bisogno di ieri».