Montserrat Fernandez Blanco: “Porto sul palco chi è inciampato. È catartico ripartire dai propri errori”
di Sabina PignataroIn un’epoca di felicità a buon mercato e di ricette facili per il successo, la possibilità che la vita non vada come ci si immagina non è molto contemplata. Montserrat Fernandez Blanco, invece, è così convinta che tutte le esistenze siano costituite da un’abbondante dose di fallimenti, che su questa convinzione ha costruito un mestiere. «Sono una ricercatrice di falliti», racconta. «Da quasi dieci anni vado in cerca di persone che abbiano il coraggio di condividere i propri inciampi e le invito alle FuckUp Nights».
Cosa sono?
«Ha presente i TedX,in cui gli speaker raccontano competenze o idee che vale la pena diffondere? Le FuckUp Nights sono l’opposto: in queste serate, che organizzo a Milano ogni due mesi, tre ospiti salgono sul palco per confessare i loro fallimenti personali e professionali davanti a una platea di sconosciuti».
Come li sceglie?
«Alcuni sono famosi, come Roberto Saviano, la linguista Vera Gheno, i giornalisti Mario Calabresi e Pablo Trincia. Altri meno, come la psi…
In un’epoca di felicità a buon mercato e di ricette facili per il successo, la possibilità che la vita non vada come ci si immagina non è molto contemplata. Montserrat Fernandez Blanco, invece, è così convinta che tutte le esistenze siano costituite da un’abbondante dose di fallimenti, che su questa convinzione ha costruito un mestiere. «Sono una ricercatrice di falliti», racconta. «Da quasi dieci anni vado in cerca di persone che abbiano il coraggio di condividere i propri inciampi e le invito alle FuckUp Nights».
Cosa sono?
«Ha presente i TedX,in cui gli speaker raccontano competenze o idee che vale la pena diffondere? Le FuckUp Nights sono l’opposto: in queste serate, che organizzo a Milano ogni due mesi, tre ospiti salgono sul palco per confessare i loro fallimenti personali e professionali davanti a una platea di sconosciuti».
Come li sceglie?
«Alcuni sono famosi, come Roberto Saviano, la linguista Vera Gheno, i giornalisti Mario Calabresi e Pablo Trincia. Altri meno, come la psicoterapeuta Ronke Oluwadare, la scrittrice Laura Campiglio o Arianna Forzani, dirigente Ibm che fino a 15 anni fa era un uomo».
Dette così sembrano tristissime.
«Non raccontano i propri inciampi per fare una pornografia della disgrazia, né per rallegrare il pubblico, perché vada a casa sollevato di non aver avuto quelle sfighe. Anzi, spesso i contributi sono proprio divertenti».
Cosa li accomuna?
«Sono persone che hanno scelto di non nascondere il momento in cui la loro vita si è complicata. Accettano di parlare di quando hanno avuto il timore di essere fuori tempo o fuori posto, l’ansia di non essere riconosciuti per i propri talenti o di aver perso il treno giusto».
Ci vuole coraggio.
«Forse. Quasi tutti salgono sul palco parecchi anni dopo quello che considerano “il fallimento”. Il tempo ha lenito la ferita, li ha aiutati a mettere quel momento in prospettiva, a emendare eventuali colpe. E la condivisione diventa catartica, anche per chi ascolta».
È quello è successo alla scrittrice e filosofa Ilaria Gaspari.
«Un’infanzia da secchiona, una laurea in Filosofia alla Normale e un dottorato alla Sorbona: la carriera accademica pareva un destino. Peccato che quando avrebbe dovuto presentare la documentazione per entrare nell’olimpo dei docenti parigini, abbia sbagliato data. In pratica si è autosabotata, buttando alle ortiche la professione a cui si sentiva promessa».
Il lato positivo qual è?
«Sette anni dopo ha benedetto quell’errore. Ciò che le era apparso come un fallimento imperdonabile, in realtà le ha permesso di fiorire. Ora è una scrittrice affermata, tiene corsi di scrittura, collabora con diverse testate. “Il lavoro che faccio oggi — ha raccontato — probabilmente mi rende più felice di quanto sarei stata nel mondo accademico: stimolante, ma troppo rigido”».
Cos’è un fallimento per lei?
«Dipende dalla biografia di ciascuno, dalle risorse personali, famigliari, culturali, economiche. E poi, come ci disse Saviano nel 2019, “non si fallisce solo perché tutti ti hanno visto cadere, ma anche quando la vita che ti è capitata non è quella che avresti desiderato”. Le nostre vite raramente sono linee rette. Spesso seguono un percorso a spirale, fatto di inciampi, ruzzoloni, risalite. E non è un male».
Il fallimento insegna?
«Non sempre. Può essere una tappa necessaria per arrivare al successo. Ma il lieto fine non è garantito. Bisogna stare attenti alla narrazione del you can have it all, o del “se vuoi, puoi”. Impegno e determinazione non sempre bastano».
Un esempio?
«Audrey Hepburn sognava di diventare ballerina. Studiò danza nelle migliori scuole di Londra. Ma a causa della malnutrizione sofferta durante la guerra, il suo fisico non era adatto. Questo la portò a cercare altre strade, avviando la carriera da attrice. Fu straordinaria, ma il suo sogno non era quello».
Parliamo di lei. Qual è il suo fallimento da celebrare?
«Nel 2009 sono stata tra i primi ad avviare un co-working in Italia. Ci ho investito tutto dicendomi stessa: ora non guadagni abbastanza, ma un giorno sì. Invece mi sono ritrovata senza soldi né paracadute. Disperata, ho trovato lavoro in un catering. Pagavano bene ma per me era una sconfitta, che sentivo come un giudizio sulla mia persona. L’idea di lanciare le FuckUp Nights in Italia è nata allora, proprio a partire dalla mia esperienza».
L’ospite preferito?
«Forse Sarah Amatuzio, una direttrice creativa Usa. Ha lavorato per alcune delle migliori aziende al mondo, ha collaborato con Oprah Winfrey. Si sentiva arrivata, ma aveva un fantasma: da giovane sognava di fare la rockstar. Aveva studiato e aveva anche talento, ma a un certo punto ha pensato che quel sogno fosse troppo grande per lei e si è arresa. Alle FuckUp Nights è tornata a cantare, e il pubblico era commosso. molti, dopo, si sono chiesti: “E io? Cosa ho smesso di fare per paura di fallire?”».
Un uomo?
«Andrea Zorzi della “generazione di fenomeni”, la squadra di pallavolo maschile che negli anni ‘90 vinse quasi tutto. Si dice sia stata la delusione di aver perso l’Oro alle Olimpiadi ad averlo portato al ritiro a 33 anni. Ci ha raccontato cosa significa per uno sportivo “essere in una buca” e provare ad uscirne».
Cos’è cambiato in dieci anni?
«Le FuckUp Nights sono nate in Messico nel 2012, e sono diffuse in tutto il mondo. Quando organizzai la prima a Milano, nel 2015, il fallimento era tollerato solo in ambito imprenditoriale: nascevano molte startup ed era normale che qualcuna non fosse un successo. Nel tempo, ha acquisito una connotazione più esistenziale. Una cosa però non è cambiata: resta un tabù, qualcosa che di cui vergognarsi, da nascondere».
Oggi però è un tema pop.
«Esperti di ogni genere hanno cominciato a predicare che il fallimento non è solo una possibilità della vita, ma un’occasione di crescita. Sono nati scuole, saggi, manuali e una certa filosofia. Ma non mi convince. Esaltare il fallimento è pericoloso quanto negarlo».
Perché?
«Rompere il tabù non vuol dire che se fallisci non è un problema. Fallire è uno schifo, e se possiamo, lo evitiamo. Ma fa parte della vita, e ci succederà tante volte. Invece di negarlo potremmo chiederci: come vivere meglio questo momento?».