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Intervista a Manuel Bortuzzo: “Camminare non è più la mia ossessione, ma a Parigi io vincerò”

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Il nuotatore ferito nel 2019 per uno scambio di persona, si racconta in occasione dell’uscita del nuovo libro. E mentre si allena per le Paralampiadi di agosto: “Se il rivale mi batterà sarà come se vincessi io. Ricominciare a nuotare è stata dura: ricordo le lacrime negli occhialini”
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“Se alle Paralimpiadi vince il mio rivale, io lo abbraccio. È un po’ come se avessi vinto anche io, so quello che ha passato”. Manuel Bortuzzo, classe ‘99, spinge da solo la sua carrozzina fino allo studio di Metropolis Extra, non vuole motorini elettrici, aborre i van con la pedana per i disabili e l’adesivo fuori dai locali con la sedia a rotelle barrata di rosso, perché, dice, “ci tiene fuori come i cani”. Manuel è in una forma smagliante, ha conquistato la qualificazione per Parigi. Ma ci ha messo molta strada per arrivare fin qui. La descrive in Soli nella tempesta, il suo nuovo libro uscito per Rizzoli, molto diverso dal primo, Rinascere, scritto subito dopo l’”incidente”, il proiettile che gli ha tolto l’uso delle gambe, sparato per uno scambio di persona il 2 marzo 2019.

Ad agosto andrai a Parigi, hai nuotato tanto e bene per arrivarci. Quante ore in vasca?

“Due in acqua più due di palestra ogni giorno”.

Come vivi queste gare?

“Con grande ansia, so che è un momento atteso non …

“Se alle Paralimpiadi vince il mio rivale, io lo abbraccio. È un po’ come se avessi vinto anche io, so quello che ha passato”. Manuel Bortuzzo, classe ‘99, spinge da solo la sua carrozzina fino allo studio di Metropolis Extra, non vuole motorini elettrici, aborre i van con la pedana per i disabili e l’adesivo fuori dai locali con la sedia a rotelle barrata di rosso, perché, dice, “ci tiene fuori come i cani”. Manuel è in una forma smagliante, ha conquistato la qualificazione per Parigi. Ma ci ha messo molta strada per arrivare fin qui. La descrive in Soli nella tempesta, il suo nuovo libro uscito per Rizzoli, molto diverso dal primo, Rinascere, scritto subito dopo l’”incidente”, il proiettile che gli ha tolto l’uso delle gambe, sparato per uno scambio di persona il 2 marzo 2019.

Ad agosto andrai a Parigi, hai nuotato tanto e bene per arrivarci. Quante ore in vasca?

“Due in acqua più due di palestra ogni giorno”.

Come vivi queste gare?

“Con grande ansia, so che è un momento atteso non solo da me. Non vorrei deludermi e deludere. Ma sono sicuro che quello che uscirà sarà il lavoro che sto facendo. È come una verifica a scuola. Se hai studiato, bene. Se no, non ti inventi nulla”.

Scrivi che è sbagliato trattare i paralimpici come degli eroi.

“Arrivare alle Olimpiadi è molto più difficile. Anche nella Paralimpiadi c’è una competitività incredibile. Eppure qui si arriva a un punto in cui io dico: ‘Ho dato tutto quello che potevo dare, magari anche lui’. E sono contento per lui perché so cosa ha affrontato per raggiungere quel risultato. C’è un’umanità, c’è un rispetto per l’altra persona incredibile. Mentre da atleta del nuoto olimpico ognuno pensava a se stesso”.

Dopo l’incidente ti cercavano tutti, dai giornalisti agli stilisti, alla tv. Hai deciso di partecipare al Grande Fratello perché volevi normalizzare la disabilità. Ci sei riuscito?

“Le barriere si superano, ma sono gli altri che ti fanno sentire disabile. Non sopporto quando mi mandano a prendere con il pulmino per i disabili, va bene per chi lo vuole, ma io guido e anche veloce. Oppure quando mi abbracciano e pare che non mi possano toccare! O chi ha paura delle parole. Io mi posso dare dell’handicappato senza problemi e con ironia, è l’intenzione che conta”.

Al GF fece scalpore la tua love story con Lulù, ne parli come di una relazione tossica in un mondo non reale. Per questo hai chiesto di uscirne?

“In tv non sapevo più chi ero. E al GF non stavo bene fisicamente, avevo perso un sacco di chili per lo stress. Non riuscivo a dedicarmi a me stesso, l’allenamento mi fa stare bene. Sono uscito e mi sono ritrovato, resto un atleta”.

Tornare in acqua non è stato come ti aspettavi.

“Pensavo che mi fosse un po’ più amica. Mentalmente è stato devastante, le gambe erano una zavorra. Mi ricordo le lacrime negli occhialini. Ti senti completamente diverso in qualcosa che hai vissuto per vent’anni. Ti allenavi coi campioni olimpici, come un calciatore che gioca con Messi e Ronaldo, e ti ritrovi a non saper per fare più nulla. Si fa prima a cambiare sport”.

Hai molti tatuaggi, cosa significano?

“Il 12 sotto l’orecchio è il più importante, 12 millimetri tra il foro del proiettile e l’aorta che se colpita mi avrebbe dissanguato in 90 secondi. Sancisce il mio essere qua”.

Tatuata anche la data dell’ ‘incidente’, come lo chiami tu. Perché?

“Tutti i miei tatuaggi sono tristi. Do importanza a cose che fanno male. Trovo piacere a trattenerle dentro di me. Ho bisogno di stare male per stare bene. Come 'Feel alone', sulla mano sinistra, quando ho capito che con Martina, la mia ex, non c’era più niente da fare. Ero con lei la notte della sparatoria, ci legherà per sempre".

La notte hai ancora paura?

"Ogni notte è quella notte, è il trauma. Mi sento più vulnerabile, non mi piace non poter difendere la mia ragazza".

Vai nelle scuole, incontri tanti studenti. Cosa ti dicono?

“Soprattutto in certe zone e in certi posti, hanno sogni incredibili e progetti bellissimi. Ma dalle domande che mi fanno capisco che li vedono lontani, irrealizzabili. Ma il sogno è sempre irrealizzabile all’inizio. Come l’Olimpiade per me. Io e tanti che come me non erano nessuno. Vasco Rossi è arrivato ultimo a Sanremo e poi è diventato Vasco. Credi nell’impossibile e datti degli step da raggiungere passo dopo passo. Così arrivi al grande sogno”.

Tu i paletti te li metti convivendo col fatto che, ti cito, sei in lutto di te.

“Io il mio lutto me lo porto appresso, ho una parte di me morta, inutilizzabile. Ogni giorno mi ripresenta il conto. Ogni giorno ci convivo e devo imparare a farlo, se no ci litigo".

Non temi che le persone si avvicinino a te perché sei bello e famoso o perché su una sedia a rotelle?

“Perché bello e famoso per niente, non sono Justin Biber. Magari invece penso che le persone non si avvicinano proprio perché sono su una carrozzina, perché pensano che si sentirebbero limitati con me. Certo se uno ragiona così meglio perderlo, però ecco, vivi pensando che qualcuno ti eviti”.

Un amico liberatorio è stato un altro campione paralimpico, il greco Tzapatakis.

“Mi ha liberato dalla vergogna, metto i pantaloncini corti come lui. Ho trovato il coraggio di farmi portare in spalla da un amico per una corsa e un tuffo in mare. Lui è caduto in moto nel 2006, ha macinato tanto per essere così. Io grazie a lui ho fatto prima”.

Fai anche cose assai spericolate.

“Corse in auto, parapendio, safari, immersioni in gabbie per vedere gli squali”

E l’emozione del tuffo in vasca prima di una gara?

“Tra il tuffo e l’acqua passi dalla paura all’energia. In vasca è silenzio e forza”.

E quando esci?

“Guardi il cartellone e scopri se hai vinto, ma io anche se ho vinto non esulto”.

Tra 10 anni dove ti troviamo?

“Vorrei costruire un centro sportivo aperto a tutti, o fare qualcosa legato alle mie passioni: viaggi, auto, tatuaggi. Vorrei passarle agli altri”.

Nel libro parli anche di mettere su famiglia.

“Magari prima devo trovare una donna. Intanto il mio nuovo compagno di vita è il pianoforte, una scoperta da ragazzo seduto”.

Appena uscito dalla rianimazione pensavi solo a lavorare per tornare a camminare. Quanto ci pensi oggi?

“Mi sono tolto dalla mente il sogno di camminare per ricominciare a vivere, ma non completamente. Lo spero, ma in un modo che non sia una dannazione. Se ci sono sperimentazioni, io sono pronto".

Insomma, dopo la caduta, la fama, e l’inganno della tv, è nato un nuovo Manuel.

“Lo scopo di questo secondo libro era togliermi di dosso una certa miticizzazione, l’eroe che ce la fa e dice di che è sempre forte e che tutto è possibile. Ho voluto entrare in empatia con le persone e far vedere che anche io ho passato e passo tanta solitudine e tante tempeste. Alla fine è uscita la vera parte di me, quella che non si è mai vista e che non ho raccontato nei social e in televisione. Non è sempre tutto bello e sorrisi e forza. Il messaggio che vorrei mandare è: non si deve essere forti per forza, ma imparare ad essere deboli. Quella è la filosofia giusta. La vita è quando succedono le cose, non quando programmi tutto”.

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