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Cantiere sanità, intervista a Cristina Tassorelli: “Paghiamo meglio i giovani medici, ma il numero chiuso va mantenuto”

(ansa)

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La preside di Medicina a Pavia interviene nel dibattito sulla carenza di personale che affligge la sanità pubblica
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Tremila medici di famiglia e 20mila ospedalieri. Sono stime sulle carenze di organico del sistema sanitario italiano. E altri 40mila camici bianchi andranno in pensione nel 2025.

«In passato ci sono stati errori nel calcolo del fabbisogno di medici, e quindi nel decidere quanti studenti ammettere all’università e alle scuole di specializzazione» secondo Cristina Tassorelli, neurologa esperta di cefalea, che guida la facoltà di Medicina dell’Università di Pavia.

Alcuni problemi del sistema sanitario nascono all’università?

«Non so con quale logica sia stato calcolato il fabbisogno di medici in Italia in passato, ma il numero oggi risulta inadeguato e molti concorsi ospedalieri vanno deserti. Il rapporto fra medici e abitanti in Italia rientra nella media europea, ma l’età media dei medici è ampiamente al di sopra di quella media. Se vi aggiungiamo le crescenti dimissioni degli ultimi anni (per pensionamento o per p…

Tremila medici di famiglia e 20mila ospedalieri. Sono stime sulle carenze di organico del sistema sanitario italiano. E altri 40mila camici bianchi andranno in pensione nel 2025.

«In passato ci sono stati errori nel calcolo del fabbisogno di medici, e quindi nel decidere quanti studenti ammettere all’università e alle scuole di specializzazione» secondo Cristina Tassorelli, neurologa esperta di cefalea, che guida la facoltà di Medicina dell’Università di Pavia.

Alcuni problemi del sistema sanitario nascono all’università?

«Non so con quale logica sia stato calcolato il fabbisogno di medici in Italia in passato, ma il numero oggi risulta inadeguato e molti concorsi ospedalieri vanno deserti. Il rapporto fra medici e abitanti in Italia rientra nella media europea, ma l’età media dei medici è ampiamente al di sopra di quella media. Se vi aggiungiamo le crescenti dimissioni degli ultimi anni (per pensionamento o per passare al privato) e il fatto che una parte dei laureati preferisce andare all’estero, si capiscono molte difficoltà del nostro sistema sanitario nazionale».

Negli ultimi anni i posti a Medicina sono aumentati. Basterà?

«Formare un medico richiede 6 anni per la laurea e da 3 a 5 anni per la specializzazione. Il numero di iscritti a medicina è cresciuto negli ultimi anni e i contratti per gli specialisti sono aumentati di oltre il 70% rispetto al 2017/2018, ma servono ancora anni per vederne gli effetti».

L’abolizione del numero chiuso sembrerebbe la soluzione più logica.

«Formare un medico richiede dedizione e attenzione, da parte dei ragazzi, ma anche dei professori. C’è una parte pratica e di tirocinio importante. Non è possibile passare a un insegnamento di massa a Medicina. Piuttosto mi chiederei perché i nostri laureati non vogliono lavorare nel sistema sanitario».

Perché?

«Sono pagati poco, molto meno che all’estero. Ci sono paesi europei in cui gli ospedalieri hanno uno stipendio doppio rispetto all’Italia. Da noi uno specializzando guadagna 25mila euro lordi all’anno, pur essendo un medico laureato e abilitato, con turni e guardie, il cui impegno permette spesso al reparto di andare avanti».

Il Covid ha dato il suo contributo?

«Quando c’è stato bisogno di reclutare medici in tutta fretta per i vaccini si è deciso di pagarli bene. Dopo, molte Regioni hanno scelto di sopperire alle carenze d’organico con le prestazioni a gettone, con tariffe che hanno creato sperequazioni nei confronti dei medici strutturati negli ospedali. I giovani medici si sono allontanati così dal sistema sanitario verso opzioni più remunerative. Dal Covid resta poi in vigore una norma, dettata dalla situazione di emergenza e per fortuna temporanea, che permette oggi l’assunzione dello specializzando già a partire dal secondo anno di scuola. Non molti, per fortuna, fanno questa scelta, che significa di fatto rinunciare a una formazione completa».Tra le scuole di specializzazione più gettonate c’è chirurgia plastica. A medicina d’emergenza invece due terzi dei posti restano liberi.

«Tutte le scuole di specializzazione negli ultimi anni hanno aumentato i posti. A neurologia entravano 3-4 medici all’anno. Ora sono 10-12. Accedere è diventato più semplice ovunque e molti scelgono discipline che aprono le porte ad attività private più remunerative».

Un’altra specializzazione con pochi studenti è Medicina delle comunità e delle cure primarie. Dal Covid ripetiamo quanto sia importante l’assistenza sul territorio, ma pochi studenti vogliono diventare medici di famiglia.

«A partire dal 2020 la laurea di Medicina e Chirurgia è diventata abilitante con un tirocinio di 3 mesi. È obbligatorio dedicare uno dei 3 mesi alla medicina generale ed è un’occasione preziosa per uno studente vicino alla laurea per cimentarsi con questa realtà. Nella nostra esperienza molti studenti sono rimasti soddisfatti del tirocinio con i medici di famiglia, il che lascia ben sperare per le loro scelte future».

La medicina cambia con terapie avanzate e intelligenza artificiale. L’insegnamento riesce a stare al passo?

«Le facoltà si stanno adeguando con corsi di informatica applicata alla medicina o di intelligenza artificiale e in lingua inglese. Il lavoro del medico sta cambiando. Prima usavamo le mani e pochi strumenti. Oggi tecnologi e informatici giocano un ruolo importante. Il nostro resta un campo bellissimo, che ci ha regalato il raddoppio dell’aspettativa di vita nell’ultimo secolo».

La riforma del test di accesso è positiva?

«È un modo per fare selezione, potrebbe andare bene, ma anche il metodo precedente selezionava studenti preparati. Potrebbe essere utile includere una valutazione psicologica. I medici devono farsi carico della fragilità delle persone e accompagnarle in un percorso a volte molto difficile. È un aspetto importante del mestiere e il Covid lo ha messo in risalto ancora di più».

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