MILANO – La “montagna degli italiani”, almeno per quest’anno, non diventerà anche la “montagna delle italiane”. La spedizione K2-70, organizzata in Pakistan dal Club alpino italiano per celebrare il 70° anniversario dalla prima ascesa mondiale sulla seconda vetta più alta della terra, portata a termine il 31 luglio 1954 dal gruppo di alpinisti italiani guidati da Ardito Desio, è stata costretta a rinunciare alla cima posta a quota 8611 metri. Tutte donne le otto guide alpine di Italia e Pakistan, guidate dal capospedizione Agostino Da Polenza, che hanno tentato di ripercorrere fino alla sommità la storica ascesa di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, resa infine possibile dalla forza e dal sacrificio di Walter Bonatti e del portatore Madhi, di etnia Hunza.
MILANO – La “montagna degli italiani”, almeno per quest’anno, non diventerà anche la “montagna delle italiane”. La spedizione K2-70, organizzata in Pakistan dal Club alpino italiano per celebrare il 70° anniversario dalla prima ascesa mondiale sulla seconda vetta più alta della terra, portata a termine il 31 luglio 1954 dal gruppo di alpinisti italiani guidati da Ardito Desio, è stata costretta a rinunciare alla cima posta a quota 8611 metri. Tutte donne le otto guide alpine di Italia e Pakistan, guidate dal capospedizione Agostino Da Polenza, che hanno tentato di ripercorrere fino alla sommità la storica ascesa di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, resa infine possibile dalla forza e dal sacrificio di Walter Bonatti e del portatore Madhi, di etnia Hunza.
Problemi fisici
Le ultime a cedere, trecento metri sopra quota 7 mila mentre tentavano di raggiungere i 7700 metri del campo quattro, sono state Federica Mingolla e Silvia Loreggian, tradite da problemi fisici e di acclimatamento. Ad attenderle al campo base Anna Torretta, Cristina Piolini (fermate da altri problemi fisici) e le due alpiniste pakistane che nei giorni scorsi non erano dovute rientrare a Skardu assieme a due altre connazionali, volate a Karachi già a inizio luglio.
Il fattore clima
“Il clima eccezionale di quest’estate – spiega Da Polenza dal campo base al termine del ghiacciaio Baltoro – ha impedito di acclimatarsi come necessario, salendo e scendendo più volte dai campi avanzati. Fino a pochi giorni fa sul Karakorum ha imperversato quasi sempre il maltempo, con venti forti e abbondanti nevicate oltre quota 7 mila. Il rischio valanghe è rimasto alto anche lungo i versanti sommitali, difficile perfino aprire una pista per attrezzare la salita”. Nessuno nega la delusione, dopo che lo stesso governo di Giorgia Meloni aveva sostenuto la spedizione con toni nazionalistici, rievocando l’entusiasmo patriottico che nel dopoguerra degasperiano aveva accompagnato l’impresa italiana sul K2, fino a diventare il simbolo politico della ripresa del Paese capace di riscattarsi dal fascismo.
Il sangue freddo di rinunciare
“Ancora una volta però – dice a Repubblica Antonio Montani, presidente del Cai, al telefono da Skardu - la montagna ci ha insegnato a rinunciare. Oggi volevamo portare l’attenzione del mondo sul grande alpinismo femminile, fenomeno inconcepibile ai tempi della conquista di 70 anni fa: questo risultato, la sostanziale parità di genere anche ad alta quota e pure nella civiltà locale, era il più importante ed è stato raggiunto. Non vedo l’ora di ringraziare di persona le nostre quattro guide alpine, che hanno generosamente accettato di perdere la loro stagione professionale. Hanno avuto il sangue freddo di rinunciare alle vetta per non rischiare la vita, pur sapendo di essere sotto i riflettori: da queste donne è arrivata una lezione per tutti”. Dopo un luglio segnato dal maltempo, sul K2 la stagione pre-monsonica ha offerto una finestra di sereno a partire dallo scorso sabato.
Il meteo avverso
Silvia Loreggian e Federica Mingolla sono così partite dai 5 mila metri del campo base per tentare di raggiungere la vetta entro il primo pomeriggio di lunedì 29. Con loro anche i portatori baltì Ali Durani e Ali Nurani e altri due portatori sherpa. Ad accompagnare il gruppo Marco Majori e Federico Secchi, del progetto Ski in the Sky: i due alpinisti estremi italiani, raggiunta la sommità del K2, avrebbero dovuto scendere con gli sci concatenando poi il Broad Peak. “A sconvolgere i piani di tutti i 150 alpinisti internazionali accampati sul ghiacciaio Baltoro – spiega Montani – è stato il meteo avverso. Solo Mingolla e Loreggian, da fine giugno, erano riuscite a passare due notti al campo 2 e a salire ai 7350 metri del campo 3, potendo restarci poche ore. Non abbastanza per acclimatarsi come necessario”.
Una scalata da record
Il veterano Ali Durani, portatore baltì d’alta quota abituato alla rarefazione dell’aria e impegnato ad attrezzare la Piramide nera, il Traverso e il famoso Collo di bottiglia oltre quota 8 mila, alle 9.30 locali di lunedì è stato l’unico ad arrivare in vetta ricorrendo alle bombole d’ossigeno: dieci anni fa, per il 60° anniversario dalla prima ascesa, ci era arrivato senza. A mitigare la delusione italiana, il successo della spedizione della sezione di Biella del Cai.
Sei gli alpinisti impegnati sul K2: all’alba di lunedì, in vetta e senza ricorrere all’ausilio dell’ossigeno, è arrivato Tommaso Lamantia, 42 anni di Varese. Nelle stesse ore e sempre in Pakistan la guida valdostana Marco Camandona ha toccato la sommità del Gasherbrum 1, a quota 8080 metri: è diventato così l’ottavo italiano ad aver raggiunto tutti i 14 Ottomila del pianeta, il 41° in assoluto e il ventesimo a riuscirci senza l’aiuto dell’ossigeno. Ai limiti dell’umano invece l’impresa da record, sempre sul K2, del francese Benjamin Védrines. Domenica scorsa la guida di 32 anni ha raggiunto la vetta 10 ore e 59 minuti dopo aver lasciato il campo base, in stile alpino e senza ossigeno, rientrando poi in volo sul Baltoro in parapendio: abbassato di oltre sei ore il precedente primato di velocità.
L’avventura di 70 anni fa
Totalmente diverso il sapore della spedizione-avventura italiana di settant’anni fa, durata da aprile a settembre. Dodici alpinisti, guidati dal capo spedizione Ardito Desio, sono riusciti a spingere due compagni sulla vetta del K2, primi uomini della storia a raggiungere la seconda montagna più alta della terra, dopo l’Everest. Nell’impresa fallita prima da britannici e statunitensi, la guida di Courmayeur Mario Puchoz morì il 21 giugno per un edema polmonare causato dall’alta quota. Alla vigilia del 31 luglio, data scelta per l’attacco finale che ha portato in cima Lino Lacedelli e Achille Compagnoni, si consumò quello che è passato alla storia dell’alpinismo come il “caso K2”, chiarito solo nel 2008 da tre saggi nominati dal Cai. Lacedelli e Compagnoni, cambiando i programmi senza avvisare, alzarono l’ultimo campo 250 metri sopra il punto concordato. Walter Bonatti e il portatore honza Mahdi, incaricati di trasportare le bombole d’ossigeno per i compagni, furono costretti a bivaccare all’addiaccio per una notte, oltre quota 8100 metri, nella “zona della morte”, investiti da una bufera di neve e a 50 gradi sotto zero, in bilico su una cengia ghiacciata larga mezzo metro. Si salvarono grazie al loro fisico eccezionale: a Mahdi furono poi amputate tutte le dita dei piedi, Bonatti per anni accusò Lacedelli e Compagnoni di “tentato omicidio”.
“Il tempo li hai poi riconciliati – dice Antonio Montani – e in Pakistan il K2 resta la “montagna degli italiani”. Con il Cai stiamo attivando alcuni progetti di cooperazione internazionale per tutelare la cultura baltì, proteggere l’ambiente e migliorare l’assistenza medica nei villaggi della provincia Gilgit-Baltistan. Il 10 agosto sarò all’inaugurazione di un nuovo centro di addestramento per aspiranti guide locali. A settant’anni dalla prima salita è tempo di riconoscere concretamente dignità e livello del grande alpinismo della popolazione del Karakorum, allargando il suo sviluppo all’intera catena dell’Himalaya”.