Silvio Garattini ha fondato il Mario Negri di Milano ormai 61 anni fa e resta un punto di riferimento per la farmacologia italiana e in generale per tutta la sanità.
Il sistema sanitario ha bisogno di maggiori risorse. Significa che i margini per risparmiare sono finiti?
«Al servizio sanitario pubblico certo servirebbero più soldi, ad esempio per alzare gli stipendi a medici e infermieri, sottopagati rispetto alla media europea. Ma abbiamo ancora tante spese eccessive. In Italia ci sono ben 4 milioni di malati di diabete di tipo 2, una malattia evitabile che dà molti tipi di complicazioni. Il 40% dei tumori è evitabile ma nel nostro Paese ogni anno muoiono di cancro 180 mila persone. Dobbiamo fare prevenzione».
Quella che si fa non basta?
«No, c’è bisogno di una rivoluzione culturale, perché ci siamo dimenticati che non tutte le malattie piovono da cielo. Abbiamo sviluppato un sistema che si è concentrato tutto sulle cure, delle quali c’è un grande mercato, che vuole crescere come tu…
Silvio Garattini ha fondato il Mario Negri di Milano ormai 61 anni fa e resta un punto di riferimento per la farmacologia italiana e in generale per tutta la sanità.
Il sistema sanitario ha bisogno di maggiori risorse. Significa che i margini per risparmiare sono finiti?
«Al servizio sanitario pubblico certo servirebbero più soldi, ad esempio per alzare gli stipendi a medici e infermieri, sottopagati rispetto alla media europea. Ma abbiamo ancora tante spese eccessive. In Italia ci sono ben 4 milioni di malati di diabete di tipo 2, una malattia evitabile che dà molti tipi di complicazioni. Il 40% dei tumori è evitabile ma nel nostro Paese ogni anno muoiono di cancro 180 mila persone. Dobbiamo fare prevenzione».
Quella che si fa non basta?
«No, c’è bisogno di una rivoluzione culturale, perché ci siamo dimenticati che non tutte le malattie piovono da cielo. Abbiamo sviluppato un sistema che si è concentrato tutto sulle cure, delle quali c’è un grande mercato, che vuole crescere come tutti i mercati. E invece dobbiamo combatterlo, intanto riducendo il numero delle diagnosi evitabili».
Su cosa interverrebbe?
«Ci sono 12 milioni di fumatori nel nostro Paese, in una condizione di rischio per ben 27 malattie. L’alcol, inoltre, è cancerogeno ma non facciamo niente per ridurne il consumo. Lo Stato, del resto, incassa soldi dalla vendita di questi prodotti. Ma se avesse meno entrate di questo tipo, allo stesso tempo spenderebbe molto meno per curare le malattie. Dovrebbe aumentare il prezzo delle sigarette. In Italia un pacchetto costa 5 euro, in Francia 14, in Inghilterra 10 sterline. Lo Stato però ha paura di adottare certe decisioni».
Basterebbe intervenire sui prezzi?
«No, dobbiamo anche formare i dirigenti sanitari, ma purtroppo non abbiamo una scuola superiore di sanità. Se queste figure, oggi scelte dalla politica, fossero preparate, avrebbero una cultura della prevenzione. Neanche i medici di medicina generale lavorano sulla prevenzione, ma dovrebbero essere giudicati sulla loro capacità di farla. Ad esempio, se un dottore su 1.500 assistiti ha duecento fumatori e cento obesi, bisogna valutare se, dopo un certo periodo, è riuscito a migliorare questi numeri. E poi nessuno insegna la salute a scuola. Ci vorrebbe un’ora alla settimana dalle elementari dedicata ai temi degli stili di vita corretti e della prevenzione».
La spesa farmaceutica continua a salire ogni anno. Come mai?
«Nel settore dei farmaci ci sono grandi margini di risparmio. L’ultima revisione del prontuario terapeutico, l’elenco dei medicinali rimborsati dal sistema sanitario, è stata fatta nel 1993. Se eliminassimo i doppioni, si potrebbero trattare prezzi di gara migliori. E il risparmio varrebbe miliardi. Invece abbiamo 7 statine, usate contro il colesterolo, e 70 farmaci per il diabete diversi, tra l’altro senza sapere se uno è meglio dell’altro perché non si fanno studi comparativi. Certo, se si riducono i farmaci autorizzati c’è il ricatto occupazionale dell’industria e i politici cedono. Ma noi dobbiamo dire se il servizio sanitario nazionale è fatto per dare lavoro o per occuparsi dei malati».
È molto alta anche la spesa “out of pocket”, cioè privata. Come ridurla?
«Siamo immersi nella pubblicità, spendiamo cinque miliardi all’anno in integratori alimentari. Sono prodotti che fanno bene a chi li vende, non c’è prova che funzionino. Invece sono presentati come medicinali, che risolvono problemi, dall’invecchiamento ai dolori al ginocchio o alla pancia. Ancora oggi, la gente spende 300 milioni all’anno per i farmaci omeopatici, che non contengono nulla. Poi ci sono i farmaci da banco, in libera vendita».
Serve intervenire sulle farmacie?
«Il loro ruolo è un grande problema. Da un lato sono considerate fonti di educazione sanitaria, dove si fanno anche controlli. Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato vorrebbe che tutto passasse dalla farmacia ma i farmacisti devono decidere se fare gli educatori o i mercanti. Perché vendono di tutto, contro ogni ricerca scientifica: pure estratti, prodotti alimentari e di bellezza. Come fai a fare educazione in quei posti lì?».
Come si aiutano i consumatori?
«Dando informazioni corrette. Un altro problema riguarda proprio l’informazione, che viene sempre fatta da chi vende. Non solo ai consumatori, attraverso la pubblicità, ma anche ai medici. Chi paga i corsi di formazione per i professionisti, chi sostiene le associazioni di pazienti e le società scientifiche dando indirizzi su cosa fare? L’industria. Così non si può sperare di avere informazioni indipendenti».