Messner: “Mai caduto in vetta, nella vita sì. Il dolore più grande? Essere cacciato da casa”
dal nostro inviato Giampaolo VisettiCASTEL JUVAL (MERANO) – Reinhold Messner il 17 settembre avrà 80 anni: chi è oggi?
“Sono uno che si prepara ad andarsene, in pace con la vita e con la morte”.
Perché ha dedicato la vita alla montagna?
“Perché sono nato sul fondo della Val di Funes. In inverno non arriva il sole: volevo e voglio andare sempre più in alto per vedere la luce”.
Ricorda l’istante in cui è diventato Reinhold Messner?
“Non c’è stato un momento. Ci sono voluti ottant’anni: e non ho finito di diventare quello che sono”.
Com’è una vita controvento, titolo dell’autobiografia in uscita il 3 settembre?
“Sono cresciuto grazie a tutti quelli che hanno tentato di bloccarmi: è il vento contrario che mi ha fatto crescere le ali”.
Qual è stato il momento più felice della sua vita?
“Tu…
CASTEL JUVAL (MERANO) – Reinhold Messner il 17 settembre avrà 80 anni: chi è oggi?
“Sono uno che si prepara ad andarsene, in pace con la vita e con la morte”.
Perché ha dedicato la vita alla montagna?
“Perché sono nato sul fondo della Val di Funes. In inverno non arriva il sole: volevo e voglio andare sempre più in alto per vedere la luce”.
Ricorda l’istante in cui è diventato Reinhold Messner?
“Non c’è stato un momento. Ci sono voluti ottant’anni: e non ho finito di diventare quello che sono”.
Com’è una vita controvento, titolo dell’autobiografia in uscita il 3 settembre?
“Sono cresciuto grazie a tutti quelli che hanno tentato di bloccarmi: è il vento contrario che mi ha fatto crescere le ali”.
Qual è stato il momento più felice della sua vita?
“Tutte le volte che scendevo da una montagna, anche se avevo fallito. La felicità è restare vivi e tornare a casa”.
E il suo momento più difficile?
“Quando la mia seconda moglie Sabine cinque anni fa mi ha cacciato di casa e dalla famiglia, separandomi dai miei quattro figli. Non mi ha spiegato perché”.
Pensa di aver fallito come marito e come padre?
“Sì. Per sessant’anni ho girato il mondo, la mia non è una figura tradizionale. Ho fatto oltre cento spedizioni, ma era la mia vita: nemmeno i figli potevano negarmela. Quando ho donato il mio patrimonio ai miei cari, ignorando i consigli del notaio, qualcosa si è rotto”.
La spedizione con Reinhold Messner sull'Annapurna nel 1985 (per concessione di Hans Kammerlander)
Perché?
“Non lo so. Non si sono mai occupati delle cose che ho fatto. Ora sperano che io diventi pazzo per farmi interdire e bloccarmi”.
Sua moglie Diane sopporta le sue assenze?
“Siamo inseparabili. Quando sono rimasto solo a 75 anni, è stata lei a raccogliermi. Per gli altri la sua colpa è che ha 36 anni meno di me. Io invece so che sa fa fare tutto ciò che io non posso più imparare. Sta raccogliendo la mia eredità alpinistica, culturale e umana, per trasmetterla a tutti. Il nostro amore ci sta portando fino alla fine del mondo”.
Cosa intende dire quando rivendica la libertà di andare dove vuole e fare ciò preferisce?
“Non voglio farmi intrappolare dagli altri. Ho rifiutato sia la vita borghese che quella tradizionale di paese. Mi assumo la responsabilità di dare il mio senso alla mia vita”.
Perché accetta di parlare pubblicamente della sua vita privata?
“Rispondo alle domande e dico la verità”.
È caduto più volte in montagna o nella vita?
“Arrampicando, da primo di cordata e in libera, non sono mai caduto. Nella vita tante volte. Arrampicare è più facile che vivere perché è un fatto tecnico. In parete solo tu sei responsabile dei tuoi passi, nella vita gli altri sono decisivi”.
Crede in Dio?
“Sono panteista. Il divino è in ogni cosa: gli dei invece sono invenzioni e le religioni narrazioni. Non posso essere definito ateo”.
Qual è stata la persona più importante della sua vita?
“Mia madre”.
Per tutta la vita le ha intimato invano di stare zitto: chi aveva ragione?
“Lei. Ho disubbidito perché io dovevo fare la mia vita. Ho sbagliato ma non sono pentito”.
Messner nella spedizione Franz-Josef-Land nel 2003
Le piace essere un vecchio?
“No: ho perso la mia velocità. Il problema non è la vecchiaia, ma il processo dell’invecchiamento. So di essere nella mia ultima età”.
Qual è il luogo del mondo che ama di più?
“Il pascolo della malga di Casnago, in Val di Funes. Ho una baita dove da bambino ho passato le mie estati con i miei fratelli”.
Come è diventato l’alpinista contemporaneo più influente del mondo?
“Documentando e raccontando ciò che facevo per oltre mezzo secolo. Alpinismo e avventura sono la somma di azione e narrazione”.
Cos’è l’alpinismo?
“L’arte di salire dove si può morire senza morire. L’arte è non morire: diventa alpinismo solo se dove vai la morte è realmente una possibilità”.
E l’avventura?
“E’ muoversi in stile tradizionale nelle ultime macchie bianche delle carte geografiche. Non devono esserci infrastrutture e possibilità di aiuti esterni. Da trent’anni si confonde il turismo con l’avventura, sogno pressoché estinto a causa del denaro”.
Si è appena ricordato il 70° anniversario dalla prima salita del K2, compiuta dagli italiani: le sono piaciute le celebrazioni?
“Per niente. Il primo errore è parlare ancora di conquista, usando un linguaggio che appartiene alla fase colonialista dell’alpinismo. Il secondo errore è che il K2 non è la montagna degli italiani perché le montagne sono di tutti e non appartengono a nessuno. Il K2 è solo la seconda vetta più alta del pianeta, la montagna più bella e tra le più ricche di storia: proprio su questo sto ultimando un film”.
Lei è stato parlamentare europeo, indipendente dei Verdi: qual è oggi la sua posizione politica?
“Sono un verde liberale. Penso verde, ma rivendico la libertà di agire senza dogmatismi”.
Definirebbe ancora “piagnucolosi pappamolle” i giovani di Fridays for Future?
“Spero che la finiscano con le chiacchiere e che comincino con i fatti. I giovani sono stati fortunati perché chi li ha preceduti, pur tra molti errori dettati dall’ignoranza, ha migliorato la vita umana sulla terra. Per salvare il pianeta bisogna studiare, fare ricerca, approfondire la scienza”.
Teme un ritorno in Europa di fascismo, razzismo e anti-semitismo?
“Sì. Non è più un timore, è una constatazione: la paura è che questi rigurgiti di disumanità spingano l’Europa in una guerra civile”.
Perché a una simile tendenza si sommano sovranismi e neo-nazionalismi?
“La violenza fa paura e l’impoverimento non viene accettato. I responsabili di entrambi impongono soluzioni ideate per approfondire crisi di cui beneficiano nelle urne”.
Quali sono i politici che l’hanno ispirata?
“Alex Langer, Daniel Cohn Bendit, Joschka Fischer, Romano Prodi e Angela Merkel: tutti amici”.
E oggi? Cosa pensa di Giorgia Meloni?
“Ha preso il potere dicendo cose spaventose. Nei fatti, per ora, tenta di fare meno paura. La sua visione però tradisce un inaccettabile lato fascista. Il rischio è finire per accettare l’inaccettabile”.
Le piace l’autonomia imposta dalla Lega?
“Salvini a me non va, come tutto ciò che dice e che fa. Nord e Sud sono mondi diversi, ma l’Italia esiste solo se camminano insieme. Quella della Lega non è autonomia, è divisione”.
Il suo impegno ambientalista è finito?
“No. Con la mia fondazione cerco di far capire che la natura è l’unico sinonimo del mondo. Il problema è il progressivo distacco delle persone dalla natura e dunque dal mondo. Io lavoro perché le persone tornino a toccare la natura con le mani, a viverci in mezzo per capirla.
Pensa che l’anti-ambientalismo guadagni terreno?
“Sì. Non discutiamo abbastanza di temi cruciali perché non li studiamo. Per l’umanità essere contro l’ambiente è impossibile: si pone in contrapposizione a livello verbale perché teme di non riuscire più a vivere in modo essenziale e compatibile con la vita”.
Perché il rapporto con il suo Sudtirolo è stato e resta tanto conflittuale?
“Non amo i nazionalismi, nemmeno se territoriali. In una terra dominata da un monopolio informativo tradotto in una commistione di interessi personali, economici e politici, non ho accettato di trasformarsi in uno che sa muoversi nell’aria e come sempre ho resistito al vento contrario”.
Cosa intende dire?
“Che io decollo con il vento contrario. Tutto è iniziato quando ho dichiarato che la mia bandiera è il mio fazzoletto. Non ho accettato di portare sulla vetta dei 14 Ottomila vessilli di Stati o di Province, accettando di infilare nello zaino la storia scritta da altri per compiacere il potere. Io sono andato su da solo e senza ossigeno per la necessità di arrivare dove un passo più in là non c’è che il vuoto”.
Quale eredità lascia?
“Lascio un atteggiamento. Vivere, soffrire e raccontare liberi dentro la natura selvaggia. In montagna e nella vita il problema è scendere vivi dalla propria vetta: questa è la nostra difficilissima missione. Alex Langer ci ha affidato un compito: ‘Continuate in ciò che era giusto’".