Le rotte vessatorie per le navi delle ong “Andare al nord è stato come fare tre volte il giro del mondo”. Spesi otto milioni di euro in più
di Alessandra ZinitiRoma — Quattro giorni in più sul ponte in condizioni di caldo estremo, acqua razionata, servizi igenici saturi e rifiuti a bordo non smaltibili. L’ultimo “sfregio”, lungo 1.500 chilometri, è toccato ai 199 migranti soccorsi dalla Humanity 1 tra l’11 e il 12 agosto a sud di Lampedusa e sbarcati solo il 16 a Genova. Il sesto porto lontano per la Ong tedesca che solo negli ultimi 90 giorni è stata costretta a compiere 8.000 chilometri in più, pari a oltre 40 giorni di inutile navigazione per poter portare a terra le persone soccorse durante le missioni nel Mediterraneo. Questa volta, per di più, ai volontari è toccato pure l’inedito e ingrato compito di effettuare uno “sbarco selettivo”, scegliendo i 70 fortunati a cui invece la guardia costiera ha dato la possibilità di scendere a Lampedusa.
La mappa delle rotte vessatorie
La mappa delle rotte vessatorie inflitte dal Viminale alle navi della flotta civile nel tentativo di tenerle il più lontano possibile dall’area dei soccorsi e di re…
Roma — Quattro giorni in più sul ponte in condizioni di caldo estremo, acqua razionata, servizi igenici saturi e rifiuti a bordo non smaltibili. L’ultimo “sfregio”, lungo 1.500 chilometri, è toccato ai 199 migranti soccorsi dalla Humanity 1 tra l’11 e il 12 agosto a sud di Lampedusa e sbarcati solo il 16 a Genova. Il sesto porto lontano per la Ong tedesca che solo negli ultimi 90 giorni è stata costretta a compiere 8.000 chilometri in più, pari a oltre 40 giorni di inutile navigazione per poter portare a terra le persone soccorse durante le missioni nel Mediterraneo. Questa volta, per di più, ai volontari è toccato pure l’inedito e ingrato compito di effettuare uno “sbarco selettivo”, scegliendo i 70 fortunati a cui invece la guardia costiera ha dato la possibilità di scendere a Lampedusa.
La mappa delle rotte vessatorie
La mappa delle rotte vessatorie inflitte dal Viminale alle navi della flotta civile nel tentativo di tenerle il più lontano possibile dall’area dei soccorsi e di rendere finanziariamente insostenibili le missioni, fa davvero impressione. Le rilevazioni effettuate con il sistema di tracciamento Osint dal giornalista di Radio radicale Sergio Scandura mostrano, negli ultimi tre mesi, sette viaggi su e giù dal Mediterraneo al nord Italia per la Geo Barents di Msf, sei per la Humanity 1, cinque per la Ocean Viking, tre per la Sea Eye 4 e la Life Support, persino uno per la piccola Aita Mari che, nonostante la stazza ridotta, è stata spedita fino a Ravenna, 1.500 chilometri da Lampedusa, il porto più lontano con Genova.
Otto milioni di euro di costi aggiuntivi
I conti sono presto fatti: più di otto milioni di euro di spese aggiuntive nel 2023, 150.000 chilometri percorsi senza motivo (pari a tre volte e mezzo il giro del mondo), 374 giorni di assenza forzata dalla zona di ricerca e soccorso nell’anno che ha fatto segnare il record di morti con oltre 2.500 persone che hanno perso la vita. Un trend che si conferma e persino in crescita nella prima metàdel 2024 con le navi umanitarie costrette ad allungare le loro missioni mediamente di 6-8 giorni (tanti ce ne vogliono per fare avanti e indietro) e costi che lievitano di almeno 80 mila euro a viaggio. Un onere che, nonostante le donazioni generose, ha costretto diverse organizzazioni umanitarie a rallentare le missioni.
Emergency: “ Solo noi abbiamo speso un milione di euro in più”
«Solo nel 2023 abbiamo calcolato che i viaggi per arrivare ai porti distanti e tornare nel Mediterraneo hanno comportato 56 giorni di navigazione in più per la Life Support, allontanando le navi dalle zone Sar e sottraendo tempo prezioso alle attività di ricerca e soccorso — dice Davide Giacomino, dell’ufficio advocacy di Emergency — Per questi giorni di navigazione non necessari, abbiamo dovuto sostenere una spesa di quasi un milione di euro in più.
I giorni di navigazione in più aumentano le sofferenze delle persone soccorse che avrebbero diritto a essere portate in un luogo sicuro nel minor tempo possibile. Persone vulnerabili, già provate dalla traversata, da lunghi periodi di detenzione in Libia e che hanno subito violenze e violazioni dei diritti umani».