Paola Caporaletti lavora al pronto soccorso da 26 anni e da cinque è primario a Foggia, dove il 17 agosto un infermiere è stato schiaffeggiato da un paziente. Ha visto ben di peggio in questi anni.
Lei è stata aggredita?
“È capitato varie volte. Nei primi anni 2000, ad esempio, mi hanno preso a cazzotti sulla nuca. Più di recente, un paio di anni fa, sono stata aggredita dalla familiare di una persona che si è sentita male mentre era in sala di attesa perché aveva accompagnato un altro malato. Sono intervenuta, ho stabilizzato il caso con l’anestesista. Quando sono uscita per dare informazioni, un gruppo di parenti mi ha lanciato tutte le offese possibili e una di loro ha alzato le mani”.
Dopo casi del genere, quando torna un po’ di calma, qualcuno chiede scusa?
“Ma no, molti ti darebbero ancora botte”.
Ha mai pensato di mollare tutto?
“No, anche se, violenze fisiche a parte, riceviamo pure offese ogni giorno. Ma io sono una irriducibile romantica, questo mestiere me lo sono …
Paola Caporaletti lavora al pronto soccorso da 26 anni e da cinque è primario a Foggia, dove il 17 agosto un infermiere è stato schiaffeggiato da un paziente. Ha visto ben di peggio in questi anni.
Lei è stata aggredita?
“È capitato varie volte. Nei primi anni 2000, ad esempio, mi hanno preso a cazzotti sulla nuca. Più di recente, un paio di anni fa, sono stata aggredita dalla familiare di una persona che si è sentita male mentre era in sala di attesa perché aveva accompagnato un altro malato. Sono intervenuta, ho stabilizzato il caso con l’anestesista. Quando sono uscita per dare informazioni, un gruppo di parenti mi ha lanciato tutte le offese possibili e una di loro ha alzato le mani”.
Dopo casi del genere, quando torna un po’ di calma, qualcuno chiede scusa?
“Ma no, molti ti darebbero ancora botte”.
Ha mai pensato di mollare tutto?
“No, anche se, violenze fisiche a parte, riceviamo pure offese ogni giorno. Ma io sono una irriducibile romantica, questo mestiere me lo sono scelto e mi piace tantissimo. Gli aspetti belli del lavoro nell’emergenza rimangono per me un’attrazione fortissima. È bello, lo vedo anche negli occhi dei colleghi, quando ci arrivano i grazie, le lettere o le segnalazioni positive all’Urp”.
Tanti medici lasciano il pronto soccorso. Lei ha visto colleghi andare via?
“Sì, perché sono stressati e preferiscono lavorare nei reparti. Ovvio che anche offese e violenze pesano su chi sceglie di andarsene. E i giovani non vogliono più venire qui. Magari provano per qualche tempo e ci dicono: “Bello, ma non lo farei tutta la vita””.
Cosa direbbe alla specializzanda della guardia medica di Taranto, che ha detto di voler lasciare il lavoro dopo essere stata insultata?
“Le direi che noi esistiamo perché ci sono i malati, le persone che hanno bisogno di noi. Il nostro è un lavoro di cura e questo significa purtroppo sapere che dall’altra parte non sempre troviamo il ritorno che vorremmo. Le ingiurie rimangono a chi le fa, la professionalità resta”.
Tante donne sono vittime delle violenze.
“La giovane collega ha ragione a dire che le condizioni di lavoro per noi devono essere più sicure. Negli anni molte donne medico hanno perso la vita per mano di pazienti o accompagnatori, in situazioni anche molto diverse tra loro”.
Come mai avvengono le aggressioni nei pronto soccorso?
“Intanto c’è una perdita di ruolo degli operatori sanitari, la riduzione del riconoscimento della loro professionalità. E i cittadini hanno perso la capacità di attesa, vogliono risposte immediate. Così chi arriva al pronto soccorso, anche se il suo caso non è grave e andrebbe risolto altrove, pretende di essere visto subito. Poi c’è un altro aspetto”.
Quale?
“Si è ridotto la nostra capacità di risposta alla richiesta di salute a causa di una importantissima carenza di personale. Oltretutto una parte delle forze dedicate all’emergenza sono utilizzate per trattare bisogni che dovrebbero essere affrontati in reparti di degenza, che però non hanno i posti letto”.
In questi anni ha visto cambiare le cose?
“Certo, sono peggiorate. Lo dico anche ai pazienti. Se vado da un meccanico perché la macchina fa rumore e non capisco nulla di motori mi affido a lui per sapere qual è il problema. Qui arrivano persone che ci dicono di quale specialista ed esami hanno bisogno”.
Come si riducono gli episodi violenza contro il personale sanitario?
“Più che azioni di repressione bisogna educare, far comprendere ai cittadini qual è l’importanza di questo servizio. Si è persa la concezione del fatto che è pubblico, cioè di tutti. Lo dobbiamo difendere perché può servire a ciascuno di noi”.