MILANO — «Quand’ero al mare continuavo a guardare la nostra chat. Per tutti i venti giorni. Le chiamate, la difficoltà dell’intervento, eventuali cose andate storte. Qualche battuta. Ne scrivevo anch’io. Non vedevo l’ora di tornare». I turni di ferie erano già stati scolpiti e così il desiderio del caposquadra Massimo Trotta di tornare alla sua caserma dei Vigili del fuoco, quella di via Benedetto Marcello, a riprendere il suo posto sul carro soccorso insieme ai colleghi è stato esaudito. Tutto agosto al lavoro. Cosa c’è di meglio.
«Staccare? Sì, per carità, ogni tanto si deve altrimenti il cervello non regge. Ma vede ... — racconta col suo rotondo accento napoletano alla soglia dei 49 anni, e dei 28 di servizio — io con questa divisa ci sono nato. Mio padre era vigile del fuoco, caserma Vomero. Mio zio pure. Lì ero di casa, i sabato e le domeniche, le feste comandate, ogni volta che potevo e che papà mi portava. Era un sogno. Ero una specie di mascotte, non avrei potuto fare nulla …
MILANO — «Quand’ero al mare continuavo a guardare la nostra chat. Per tutti i venti giorni. Le chiamate, la difficoltà dell’intervento, eventuali cose andate storte. Qualche battuta. Ne scrivevo anch’io. Non vedevo l’ora di tornare». I turni di ferie erano già stati scolpiti e così il desiderio del caposquadra Massimo Trotta di tornare alla sua caserma dei Vigili del fuoco, quella di via Benedetto Marcello, a riprendere il suo posto sul carro soccorso insieme ai colleghi è stato esaudito. Tutto agosto al lavoro. Cosa c’è di meglio.
«Staccare? Sì, per carità, ogni tanto si deve altrimenti il cervello non regge. Ma vede ... — racconta col suo rotondo accento napoletano alla soglia dei 49 anni, e dei 28 di servizio — io con questa divisa ci sono nato. Mio padre era vigile del fuoco, caserma Vomero. Mio zio pure. Lì ero di casa, i sabato e le domeniche, le feste comandate, ogni volta che potevo e che papà mi portava. Era un sogno. Ero una specie di mascotte, non avrei potuto fare nulla di diverso».
Lo fa qui a Milano, dove lo chiamano “gatto nero”, «perché nei miei turni il lavoro aumenta sempre», sorride, dopo vent’anni trascorsi a Sesto San Giovanni, lì dove ha conosciuto la moglie. Il lavoro estivo è prassi, la routine una scansione di turni: «Dalle 8 alle 20, poi ventiquattr’ore di pausa dagli interventi, e sono giornate dove si lavora nei musei, sui concerti, per le partite e ogni evento pubblico dove è necessario un nostro presidio. Poi c’è il turno notturno, dalle 20 alle 8 dell’indomani. E si ricomincia. Ma le dico, arrivi a fine serata che non te ne accorgi nemmeno». E senza soffrire questo caldo che trasuda dall’asfalto milanese così sgombro d’auto. «La città d’agosto ha pro e contro — annuisce Trotta — di sicuro è più fruibile, i nostri mezzi si muovono meglio e arriviamo più in fretta dove dobbiamo intervenire».
Come l’altro giorno, quando è bruciato un appartamento al primo piano in corso Monforte, proprio di fronte alla prefettura: «Quattro minuti ed eravamo sul posto, così abbiamo potuto evacuare la signora e i suoi cagnolini su al secondo piano, che si era riempito già di fumo. Il problema è che, soprattutto di notte, troviamo tutto chiuso perché i milanesi sono andati via, amministratori di condominio compresi». E questo non è un mese in cui l’attività dei pompieri rallenti, anzi: «Le chiamate, parlo di soli numeri — prosegue Trotta — non diminuiscono. Mentre parliamo la centrale operativa si è già fatta sentire due volte. Cambiano di tipologia: ne facciamo tanti per dispersione idrica, per tubature che saltano vista la richiesta d’acqua che c’è e gli aumenti di pressione. Bruciano officine e concessionarie. Oppure ecco il classico soccorso agli anziani soli».
Qui la grande città rivela un volto che continua a incupirsi. Ti aspetteresti di sentire di donne e uomini alla ricerca di conforto, di una voce con cui chiacchierare partendo dal pretesto della serratura o dell’ascensore difettoso. «Non è così, invece. Questo può capitare ogni tanto al telefono, con il 112. Ma quando arriviamo in casa delle persone, magari cadute e in difficoltà, le troviamo attaccate a quello che hanno, con ostinazione. Rifiutano il ricovero, temono di finire in istituto. Zoppicano e tornano in poltrona, dicendo che è tutto a posto. E poi lo trovi qualcuno più nervoso: se l’intervento non lo fai come ti dicono loro si arrabbiano, urlano, li devi assecondare, almeno all’inizio. Fai un po’ lo psicologo, poi si sciolgono».
Non va meglio in periferia, «dove ci sono tanti stranieri e qualcuno apre con molta fatica, teme qualche controllo. Però, per le feste comandate, c’è sempre qualcuno che ci viene a portare un dolce, o una torta. Anche a Ferragosto. “Questa è per voi”. Scalda il cuore. Generalmente ci vogliono bene».
Oltrepassata l’officina e l’atrio si entra in una sorta di mensa per un caffè alle macchinette. C’è l’altro caposquadra Enzo Fenoli da Cremona, ci sono gli altri ragazzi sempre con l’orecchio teso. «Il nostro è un lavoro d’attesa — prosegue Trotta — passiamo pomeriggi a tenere in ordine le attrezzature, a fare manutenzione, finché non arriva un allarme. Quando possiamo facciamo addestramento e aggiornamento. E al ritorno c’è il debriefing, dobbiamo analizzare ogni piccola cosa andata storta anche sui servizi di routine, perché ogni intervento è diverso».
Tutti in squadra, sempre. «Per Natale, Capodanno e Pasqua siamo qui con le famiglie, sa’?».
Comincia la sequenza di ricordi, dei grandi e dolori eventi affrontati: strage di Linate 2001, l’aereo schiantato sul Pirellone l’anno dopo, terremoto dell’Aquila. Gli aneddoti boccacceschi. Fenoli ripesca quella notte che una guardia giurata chiamava e la moglie non rispondeva: «Saliamo e troviamo lei con l’amico. Le diciamo di rivestirsi ma dobbiamo trovare un modo, il ragazzo giù aspettava ed era nervoso. Aveva la pistola d’ordinanza. Decidiamo col medico di far fingere alla signora un malore e di ricoverarla. E mentre portiamo su il fidanzato, caliamo con l’autoscala l’amante fuori dal balcone». Trotta ride e ricorda la volta che con il collega era entrato in casa di un’anziana svenuta a letto con la tv a volume altissimo. «La scuotiamo e non rispondeva, sembrava morta. Ma a un certo punto si risveglia e afferra la mano del mio collega che fa un salto così e un urlo che sveglia il palazzo»
Risate, ma senza dimenticare che questa non è una caserma come le altre, e del resto sarebbe impossibile farlo sotto la lapide che ricorda Sergio Pasotto, Stefano Picerno e Carlo La Catena, tre delle cinque vittime dell’autobomba che mani mafiose e menti raffinatissime abbandonarono nel 1993 in via Palestro. Il 27 luglio è passato da poco, «e noi eravamo alla commemorazione come ogni anno — ricorda Trotta — anche se quei ragazzi non li abbiamo conosciuti. Ci sono i vecchi che tengono vivo il ricordo, ci sono i familiari. Ed è giusto così».