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La finta coperta della presunzione d’innocenza sul femminicidio Rotaru

Nicoleta Rotaru
Nicoleta Rotaru 

Il decreto legislativo del 2021 non negava il diritto di cronaca. Ma è diventato uno strumento nelle mani del centrodestra per intimidire i giudici

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Non è stata una buona giornata, per l’informazione e per gli stessi cittadini italiani, quel 14 dicembre 2021. Entravano in vigore, e quindi diventavano operative, le nuove regole sulla cosiddetta “presunzione d’innocenza”. Le firmava la Guardasigilli Marta Cartabia, europeista convinta, ma le aveva sollecitate, sin da gennaio con il secondo governo Conte ancora in vita, Enrico Costa di Azione. Era sua, e di Riccardo Magi di +Europa, la proposta poi approvata che chiedeva di tradurre subito, visto il ritardo “colpevole” di cinque anni, la direttiva 343 del 9 marzo 2016 del Parlamento europeo. Un testo che raccomandava “il rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione d’innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali". Ma che certo non ordinava affatto il completo silenzio stampa su crimini efferati come quello di Nicoleta Rotaru, senza dubbio commesso da Erik Zorzi come rivela la registrazione sul telefono della stessa Nicoletta. Né tantomeno, in un caso del genere, poteva suggerire di lasciare l’opinione pubblica all’oscuro di un terrificante delitto. Tant’è che il 30 marzo di quell’anno l’idea di Costa fu votato all’unanimità, con un solo voto contrario. Cinque mesi dopo, il 5 agosto - siamo in pieno governo Draghi e Cartabia è ancora la Guardasigilli - palazzo Chigi dà il via libera al decreto legislativo che dopo l’iter parlamentare nelle due commissioni Giustizia entra in vigore a fine anno.

Sarebbe una buona coperta la presunzione d’innocenza, di per sé principio incontrovertibile. Lo raccontò a Repubblica, proprio a settembre di quell’anno, nel pieno delle polemiche, il direttore della rivista Questione giustizia Nello Rossi che già anticipava i possibili rischi nell’applicare una regola “sacrosanta”, peraltro contenuta nella nostra Costituzione, “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Ed era questo lo spirito con cui Marta Cartabia licenziò il decreto a fine anno. Ma c’è modo e modo di tradurre in pratica una norma e di slabbrarne il contenuto fino a trasformarla non solo in una censura, ma soprattutto in una denegata informazione. Tant’è che oggi non si può certo tacere la preoccupata denuncia che il procuratore di Termini Imerese Ambrogio Cartosio consegna all’opinione pubblica nella sua prima conferenza stampa sul naufragio del Bayesian. Una critica durissima, la sua, che merita di restare agli atti: “In questi giorni mi sono trincerato nel silenzio, non ho risposto alle domande rivolte dai giornalisti, ma l'ho fatto semplicemente perché è giusto che si sappia che in Italia non è consentito fare diversamente, perché il decreto 106 del 2006 vieta al procuratore della Repubblica di fare dichiarazioni se non con comunicati stampa o con conferenze stampa”.

Un “bavaglio” l’aveva chiamato subito Repubblica. Che però il procuratore di Perugia Raffaele Cantone difendeva, ma a patto che ci fossero le necessarie garanzie: “Non è un bavaglio, ma burocratizza i rapporti tra giornalisti e procure. Se uno stupratore viene arrestato, la notizia deve uscire”, diceva subito a norma approvata. Ma proprio il terribile omicidio di Nicoleta Rotaru, l’arresto del marito a marzo, e il silenzio di un anno che ne ha circondato la storia, ci dimostra che la presunzione d’innocenza, di per sé costituzionalmente corretta, è diventata lo strumento brandito dalla destra per intimidire i giudici e costringerli al silenzio. In tutto e per tutto un bavaglio destinato ad avere soltanto conseguenze negative.

Un’Italia dove per garantismo s’intende un bavaglio e dove la negazione stessa dell’informazione ricorda purtroppo i tempi bui di una passata dittatura. Il fascismo ovviamente. Quello italiano. E la stessa oppressione della stampa in vigore nella Russia di oggi. Regole impensabili in una democrazia come quella italiana. Mentre, nel rispetto del segreto investigativo, necessario per arrivare ai colpevoli, esiste un margine ampio e legittimo per raccontare fatti di cronaca comune quello dell’omicidio Rotaru o come il naufragio del Bayesian. Non c’è presunzione d’innocenza, né tanto meno tutela garantista dietro il black out dell’informazione. Che certo neppure il decreto sulla presunzione d’innocenza reclamava. Tutt’altra è la voglia del centrodestra - sia quello attuale che quello dei tempi berlusconiani - di tappare la bocca alla stampa con l’unico obiettivo di proteggere gli eventuali politici coinvolti in un’inchiesta. Ma questa non si chiama tutela di un diritto giusto, bensì censura preventiva.

Purtroppo la durissima campagna stampa contro la magistratura sta sortendo i suoi effetti. Muore una donna come Nicoleta, angariata per mesi dal marito, e non una parola finisce sui giornali. Accade in un’Italia dove il numero dei femminicidi continua a essere alto nonostante i Codici rossi via via inaspriti e propagandati come salvifici. Viene negata quella minima informazione che potrebbe anche aiutare le indagini. Ma questa non è presunzione d’innocenza, bensì bieco oscurantismo.

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