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Intervista a Regina Catrambone: “Noi, pionieri delle flotte umanitarie: ma nel 2017 abbiamo mollato. Troppi ostacoli”

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La decisione di dedicarsi al salvataggio dei migranti presa nel 2014: “Ero in barca con la mia famiglia, sulla rotta tra Lampedusa e Malta. In mare vidi galleggiare una giacca grigia, le maniche che andavano giù e rimasi fortemente impressionata”
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Regina Catrambone, o meglio la pioniera della flotta umanitaria. Sono passati dieci anni da quando la Phoenix della sua Ong, la Moas, scendeva in mare per la sua prima missione. Tiriamo un bilancio?

“Più che una pioniera mi sento come una piccola pietra che poi si è tirata dietro una valanga. Di altruismo e solidarietà. Perché sono stati sempre questi i principi a cui le organizzazioni umanitarie si sono ispirate”.

Forse allora mai avrebbe pensato che le Ong sarebbero diventate il nemico per antonomasia di un’Europa che mira a blindare sempre di più i suoi confini.

“Un’Europa da cui certo non mi sento rappresentata. Noi di Moas per primi e poi tanti altri siamo scesi in mare per supplire al drammatico vuoto dei soccorsi nel Mediterraneo che si era aperto con la fine dell’operazione Mare nostrum. C’era stata grande emozione per i due terribili naufragi dell’ottobre precedente a Lampedusa e per la visita del Papa che proprio lì volle cominciare il suo pontificato dando un grande segnale…

Regina Catrambone, o meglio la pioniera della flotta umanitaria. Sono passati dieci anni da quando la Phoenix della sua Ong, la Moas, scendeva in mare per la sua prima missione. Tiriamo un bilancio?

“Più che una pioniera mi sento come una piccola pietra che poi si è tirata dietro una valanga. Di altruismo e solidarietà. Perché sono stati sempre questi i principi a cui le organizzazioni umanitarie si sono ispirate”.

Forse allora mai avrebbe pensato che le Ong sarebbero diventate il nemico per antonomasia di un’Europa che mira a blindare sempre di più i suoi confini.

“Un’Europa da cui certo non mi sento rappresentata. Noi di Moas per primi e poi tanti altri siamo scesi in mare per supplire al drammatico vuoto dei soccorsi nel Mediterraneo che si era aperto con la fine dell’operazione Mare nostrum. C’era stata grande emozione per i due terribili naufragi dell’ottobre precedente a Lampedusa e per la visita del Papa che proprio lì volle cominciare il suo pontificato dando un grande segnale. Fu in quei giorni, tornando da Lampedusa, che nacque l’idea di una nave civile per il soccorso in mare”.

Ci racconti.

“Ero in barca con la mia famiglia, sulla rotta tra Lampedusa e Malta dove viviamo. In mare vidi galleggiare una giacca grigia, le maniche che andavano giù e rimasi fortemente impressionata. Con mio marito ci chiedemmo cosa avremmo potuto fare e così, ad agosto dell’anno successivo, era il 2014, la Phoenix lasciò il porto di Malta per la sua prima missione.”

Quante vite avete salvato?

“Più di 38.000 in quattro anni e ne sono così orgogliosa. In mare ho visto e toccato con mano una solidarietà che oggi purtroppo non esiste più. Si lavorava con grande condivisione e in grandissima collaborazione con la guardia costiera italiana che coordinava un sistema di salvataggio di cui noi Ong eravamo uno degli assi portanti. Nel 2015 ho ricevuto dalle mani del presidente Mattarella una onorificenza per tutte le Ong. Ma purtroppo erano altri tempi”.

Com’è che le cose poi sono cambiate tanto da indurvi a lasciare il Mediterraneo?

“E’ successo nel 2017 quando, con il codice per le Ong, si è cominciato a voler ostacolare il nostro lavoro. Noi abbiamo detto sempre che se ci fosse stata una missione europea con il mandato del soccorso non ci sarebbe stato bisogno di noi, ma da allora non hanno mai più voluto farlo. La mia idea non era quella di sostituirci agli Stati. E così abbiamo preferito dispiegare il nostro impegno diversamente”.

Come?

“A terra dove c’è tanto bisogno di informazione e conoscenza. Adesso con il Maec siamo impegnati in Africa, soprattutto in Tunisia, per promuovere vie di accesso legali in Europa. I migranti quasi sempre non hanno idea di come fare, pensi che ho visto anche qualcuno rivolgersi ai trafficanti per poter tornare nel proprio Paese d’origine senza sapere che esistono i rimpatri volontari assistiti”.

Tornasse indietro si imbarcherebbe di nuovo sulla Phonix?

“Assolutamente si, rifarei tutto. Basterebbero quelle 38.000 vite salvate a dire che ne è valsa la pena”.

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