Da angeli del mare a nemici pubblici: il decennale al veleno delle navi Ong. Multate, fermate o costrette a rotte punitive: ecco l’odissea per salvare vite nel Mediterraneo
di Alessandra ZinitiUna nave di quaranta metri, due gommoni e due droni, una coppia di imprenditori italo-americani stabilitisi a Malta, Regina e Cristopher Catrambone con un binocolo sul ponte alla ricerca di imbarcazioni in pericolo, la loro figlia Maria Luisa, appena diciottenne, a prendersi cura dei bimbi salvati, un piccolo drappello di volontari. Era il 25 agosto del 2014 quando la prima nave umanitaria, la Phoenix della ong Moas, salpava dal porto della Valletta.
Dieci anni e 175.000 vite salvate dopo, la flotta umanitaria, nel frattempo arricchitasi di decine di imbarcazioni messe in mare da Ong di diversi Stati, è diventata il nemico da distruggere dell’Europa che ha deciso di blindare le sue frontiere. Lotta senza quartiere pur di lasciare sguarnito il Mediterraneo ormai senza missioni statali di soccorso da molti anni, a costo di 30.000 vite perdute nei fondali. Con l’Italia testa d’ariete pronta a usare ogni strategia: ultima, …
Una nave di quaranta metri, due gommoni e due droni, una coppia di imprenditori italo-americani stabilitisi a Malta, Regina e Cristopher Catrambone con un binocolo sul ponte alla ricerca di imbarcazioni in pericolo, la loro figlia Maria Luisa, appena diciottenne, a prendersi cura dei bimbi salvati, un piccolo drappello di volontari. Era il 25 agosto del 2014 quando la prima nave umanitaria, la Phoenix della ong Moas, salpava dal porto della Valletta.
Dieci anni e 175.000 vite salvate dopo, la flotta umanitaria, nel frattempo arricchitasi di decine di imbarcazioni messe in mare da Ong di diversi Stati, è diventata il nemico da distruggere dell’Europa che ha deciso di blindare le sue frontiere. Lotta senza quartiere pur di lasciare sguarnito il Mediterraneo ormai senza missioni statali di soccorso da molti anni, a costo di 30.000 vite perdute nei fondali. Con l’Italia testa d’ariete pronta a usare ogni strategia: ultima, quella del governo Meloni, un mix di rotte vessatorie per le navi mandate nei porti più lontani ai fermi amministrativi e alle sanzioni. Così, ultima di una lunghissima serie, è stata fermata per ben 60 giorni la Geo Barents di Msf. Perché alle porte c’è l’avvio dell’operazione Albania con la necessità che in acque internazionali le Ong non sottraggano ai mezzi militari italiani migranti da poter portare nei centri di detenzione sull’altra sponda dell’Adriatico. Sempre che i fermi dei migranti (annullati ancora ieri dai giudici di Palermo per quattro persone detenute nel nuovo centro di Porto Empedocle) reggano.
E il ridicolo ritornello delle Ong come “pull factor”, ossia “fattore di attrazione” che ritorna come un disco rotto per giustificare l’avversione degli Stati a quel soccorso civile che almeno nei primi tre anni di vita fu salutato con onorificenze e ringraziamenti da parte dei vertici dello Stato, a cominciare da quelli della Guardia costiera che coordinavano un sistema di soccorso oliato, regolamentato, efficiente, trasparente.
Una teoria, quella del pull factor, smentita da ogni sorta di numeri. Quelli assoluti innanzitutto: dal 2014 ad oggi la flotta umanitaria ha portato in Italia circa 175.000 persone a fronte di oltre un milione di arrivi. Dunque, appena il 17% del totale. Una cifra che ha avuto oscillazioni sensibili in questi dieci anni, dovute alle politiche di contrasto messe in campo dagli Stati e in nessun modo in relazione al numero degli arrivi.
Lo dimostrano i dati elaborati da Matteo Villa, direttore del Datalab di Ispi: a fronte del forte calo degli sbarchi registratosi nel 2024 (-63%), il numero delle persone salvate dalle Ong è rimasto invariato, 13.750 nel 2023 quando sono sbarcati in 158.000, 13.150 negli ultimi dodici mesi a fronte di 83.000 arrivi. Dati a cui l’Italia fa orecchie da mercante. Ancora i numeri del Datalab di Ispi offrono un interessante raffronto sull’attività delle Ong durante gli ultimi quattro governi. E se con il Conte 1 le navi umanitarie in media rimanevano in mare per 9 giorni prima dell’assegnazione di un porto, quasi sempre in Sicilia o in Calabria, oggi il tempo di permanenza in mare è più che dimezzato, circa 4 giorni, tutti o quasi però trascorsi in una costosissima navigazione per raggiungere il porto più lontano assegnato dal Viminale subito dopo il primo soccorso, come disposto dalla legge Cutro. La distanza media percorsa da ogni nave è quadruplicata, da 65 a 420 miglia, e con un numero di migranti sceso dai 190 del governo Draghi ai 64 di oggi visto il divieto di soccorsi plurimi. E però le Ong, spinte dai finanziamenti della società civile ma anche della Chiesa, in Germania come in Italia, hanno tenuto testa alla strategia della dissuasione, tanto che il numero delle missioni è più che raddoppiato, da 3,9 al mese a 10,4. Mai cosi tante dal 2018.