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Caso Verzeni, il giallista Sandrone Dazieri: “L’assassino di Sharon si troverà. Il delitto perfetto esiste solo se il killer sceglie a caso le sue vittime”

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L’intervista allo scrittore sul caso della donna uccisa nella notte tra il 29 e il 30 luglio
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“Non credo che quello di Sharon sia un delitto perfetto, il colpevole si troverà. Ma dobbiamo anche pensare che se nei gialli il caso non esiste, si deve costruire una spiegazione che tenga, il mondo reale è molto meno razionale”, dice lo scrittore di gialli Sandrone Dazieri, nato a Cremona, milanese d’adozione che dunque conosce da vicino anche la bergamasca.

Della morte di Sharon Verzeni cosa l’ha colpita?

“Almeno tre cose, a vedere il caso da scrittore e da lettore di cronaca nera. Anzitutto il fatto che a un certo punto sia spuntata la presenza di Scientology: non ne penso un gran bene, anche se in questa morte pare non sia per ora così rilevante. Senza voler fare psicanalisi della vittima, ci mancherebbe, quando ci si affida però a queste religioni però significa che ci sente insicuri del proprio posto nel mondo, che da qualche parte c’è una crisi”.

Cos’altro?

"Che di solito, in una storia del genere, quando c’è un mistero ma qualcuno sa, nel giro di un mese possono arrivare diec…

“Non credo che quello di Sharon sia un delitto perfetto, il colpevole si troverà. Ma dobbiamo anche pensare che se nei gialli il caso non esiste, si deve costruire una spiegazione che tenga, il mondo reale è molto meno razionale”, dice lo scrittore di gialli Sandrone Dazieri, nato a Cremona, milanese d’adozione che dunque conosce da vicino anche la bergamasca.

Della morte di Sharon Verzeni cosa l’ha colpita?

“Almeno tre cose, a vedere il caso da scrittore e da lettore di cronaca nera. Anzitutto il fatto che a un certo punto sia spuntata la presenza di Scientology: non ne penso un gran bene, anche se in questa morte pare non sia per ora così rilevante. Senza voler fare psicanalisi della vittima, ci mancherebbe, quando ci si affida però a queste religioni però significa che ci sente insicuri del proprio posto nel mondo, che da qualche parte c’è una crisi”.

Cos’altro?

"Che di solito, in una storia del genere, quando c’è un mistero ma qualcuno sa, nel giro di un mese possono arrivare dieci lettere anonime che dicono “andate a guardare la relazione tra queste due persone”, “andate a scavare lì”, “seguite questa pista”, invece qui non c’è nulla, nessuno che abbia visto, nessuno che scriva o che parli. Forse adesso solo una voce, spuntata ieri, su un uomo scomparso".

Omertà, paura o davvero nessuno sa?

“Può esserci una piccola rete di protezione del colpevole, se era molto vicino alla vittima, ma non credo nell’omertà diffusa davanti a una donna ammazzata a coltellate in strada”.

E poi?

“Le telecamere. O meglio il fatto che ci si stupisca che solo una parte di questo paese che è Terno d’Isola sia videosorvegliato. Vogliamo un mondo coperto da telecamere che magari entrano pure in casa per sapere cosa facciamo? Stiamo scherzando? Un controllo totale è impensabile”.

Si è chiesto come in una cittadina di 7mila abitanti dopo un mese non ci sia un colpevole né un movente?

“Non mi stupisce più di tanto. Perché si dice che in un luogo piccolo tutti sanno, impossibile che nessuno sappia, ma in realtà le cose son bene diverse e sono assai cambiate. Puoi vivere in un piccolo paese e avere solo amici dall’altra parte del mondo, vivere le relazioni nella tecnologia, incontrarti su Facebook o su TikTok. Anche nei paesi il tessuto sociale si è lacerato. Prima eri obbligato a frequentare i tuoi vicini, adesso ci si aggrega in un altro modo, non si va più nemmeno al bar”.

Gli investigatori però cercano lì, a Terno d’Isola. Senza entrare nelle indagini, lei che idea si è fatto?

“Non sono un poliziotto, anzi…(ride). Ma la cosa più sbagliata che puoi fare quando inizi un’indagine è farti delle idee, costruirti una storia e poi trovare conferme a quella tesi. Sia in un senso che nell’altro: che sia qualcuno che abbia studiato così nel dettaglio gli orari di uscita di Sharon, il percorso abituale, i luoghi senza sorveglianza, gli angoli ciechi e la fuga per sparire o che al contrario sia stata una violenza non premeditata di un colpevole fortunato. Puoi farlo nei libri, non nella realtà. Non so come andrà a finire: il caso nei gialli non esiste perché non funziona, ci dev’essere sempre una spiegazione che tenga, devi concatenare tutto. Ma nella realtà il caso esiste, il mondo è molto meno razionale”.

Fuori dalla fiction esiste il delitto perfetto?

“I casi irrisolti sono pochissimi, penso a quello di Simonetta Cesaroni, in via Poma a Roma. Ma per me si può compiere solo in due casi: se uccidi qualcuno che non hai mai visto prima, una vittima scelta a caso, in un luogo con cui non hai alcun legame, senza lasciare tracce organiche in modo che nessuno possa risalire a te. Oppure quando i morti ammazzati sono gli invisibili. i poveri, i minori stranieri non accompagnati che spariscono a centinaia nel nulla perché a nessuno frega nulla di loro. Secondo me l’assassino di Sharon invece si troverà”.

C’è un paese con tutti gli occhi puntati addosso ora. Lì cosa sta accadendo?

“Da un lato c’è il mondo che arriva da te, che si accorge che ci sei e questo all’inizio può dare una strana sensazione di ebbrezza. Poi a lungo andare, a forza di scavare, di voler sapere sempre di più, emerge una forza disgregante, una frattura nel paese. Come se a forza di guardarlo tu distruggessi quel che guardi”.

Perché il crime e la cronaca nera attraggono tutta questa attenzione?

“Perché la morte fa paura, è l’inconoscibile, noi scrittori la rendiamo più razionale, scarichiamo in qualche modo quella paura. E poi perché in un mondo super controllato, quando c’è qualcosa che sfugge, che diventa mistero, la fantasia viaggia. Bisogna stare attenti però perché noi parliamo della morte in modo protetto, lontani dalla tragedia, ma ci sono decine di persone che stanno invece soffrendo perché Sharon è morta e non sanno ancora il perché. Alla vittima e a chi la piange bisogna portare verità e rispetto”.

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