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Addio abeti rossi, pini marittimi e cipressi. Così clima, parassiti e specie aliene cambiano il paesaggio dei nostri boschi

La tempesta Vaia 

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A sei anni dalla tempesta Vaia il bostrico sta ancora decimando gli alberi di Natale. In difficoltà le specie che hanno caratterizzato il nostro panorama dal Dopoguerra
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A sei anni dalla tempesta Vaia, i boschi del Nordest stentano a riprendersi. L’invasione del bostrico – un coleottero che approfitta dei tronchi morti per riprodursi e poi attaccare anche le piante sane – comincia solo ora a frenare.

Le trappole per monitorare gli insetti

Le trappole usate per monitorare la presenza degli insetti registrano un meno 9% di esemplari rispetto all’estate del 2023. Il picco dell’epidemia è passato, secondo il servizio per la fauna e la flora della Provincia di Trento, la più colpita, ma “non si prevede che le infestazioni si estinguano nel breve periodo”.

I danni dell’epidemia

I danni dell’epidemia agli abeti rossi hanno raggiunto i 7-8 milioni di metri cubi di legname, per metà causati direttamente da Vaia, per metà dall’insetto che di quella tempesta di eccezionale violenza dal 2018 ha approfittato. Il governo ha stanziato 9 milioni di euro per gestire l’emergenza nei prossimi tre anni. Intanto però intere catene di monti che pullulavano della specie usa…

A sei anni dalla tempesta Vaia, i boschi del Nordest stentano a riprendersi. L’invasione del bostrico – un coleottero che approfitta dei tronchi morti per riprodursi e poi attaccare anche le piante sane – comincia solo ora a frenare.

Le trappole per monitorare gli insetti

Le trappole usate per monitorare la presenza degli insetti registrano un meno 9% di esemplari rispetto all’estate del 2023. Il picco dell’epidemia è passato, secondo il servizio per la fauna e la flora della Provincia di Trento, la più colpita, ma “non si prevede che le infestazioni si estinguano nel breve periodo”.

I danni dell’epidemia

I danni dell’epidemia agli abeti rossi hanno raggiunto i 7-8 milioni di metri cubi di legname, per metà causati direttamente da Vaia, per metà dall’insetto che di quella tempesta di eccezionale violenza dal 2018 ha approfittato. Il governo ha stanziato 9 milioni di euro per gestire l’emergenza nei prossimi tre anni. Intanto però intere catene di monti che pullulavano della specie usata per l’albero di Natale oggi sono coperte da tronchi biancastri e farinosi, simili a fantasmi.

L’albero di Natale

L’albero di Natale non è l’unico a farsi da parte nel paesaggio italiano della nostra infanzia. Quest’anno in Sardegna il verde di sugheri e lecci si è riempito di chiazze marroni, complici la siccità e un fungo che attacca le radici, la fitoftora.

Castagni e cipressi

I boschi di castagni stentano a riprendersi dall’invasione del cinipide, una piccola vespa che li decima dal 2002. I cipressi cantati dal Carducci, tipici del paesaggio toscano, sono attaccati da un afide (la cinara) che si riproduce a ritmi vorticosi, si diffonde col vento, succhia la linfa e ricopre le foglie di una melata appiccicosa che impedisce la respirazione.

Il pino marittimo

Il pino marittimo, altra specie che riempie tante cartoline d’antan, soffre per colpa di un parassita. Il Matsucoccus è una cocciniglia di pochi millimetri che succhia la linfa dei pini dagli anni ‘90. Anche lui è un insetto alieno, importato da Francia, penisola iberica e Marocco. La chioma color ruggine è il segno della sua infestazione.

Palme e platani

Da vent’anni ormai le palme di tanti lungomari vengono sterminate dal punteruolo rosso, cui oggi si aggiunge la falena Paysandisia. I platani delle città, indeboliti da cemento e aria inquinata, sono vulnerabili a una malattia che li fa deperire molto rapidamente: il cancro colorato.

La distruzione degli incendi

Clima, insetti alieni, consumo del suolo stanno ridisegnando il paesaggio italiano. Ma non sono i soli. “L’aspetto che più mi preoccupa per i nostri boschi è la leggerezza con cui ogni estate si continuano a bruciare ettari ed ettari. L’azione dei piromani richiede poi lunghi anni di ricostruzione degli habitat montani” lamenta Antonella Canini, presidente della Società Botanica Italiana e docente all’università di Roma Tor Vergata.

Nel 2024, fino al 30 luglio, in Italia sono scoppiati 615 incendi, che hanno distrutto 221 chilometri quadrati di bosco, l’equivalente di quanto era bruciato negli anni precedenti.

L’effetto sulla distribuzione degli alberi

Lorenzo Peruzzi, presidente della Società Italiana di Biogeografia e docente dell'università di Pisa, che quest’anno ha curato con diversi colleghi l’inventario delle piante presenti in Italia, cita anche l’effetto perverso, distorcente, che gli incendi hanno sulla distribuzione degli alberi in Italia.

Le proporzioni naturali

“Il pino marittimo ad esempio è una pianta pirofita. Vuol dire che viene favorita dagli incendi. I suoi semi, i pinoli, germinano meglio dopo le fiamme. Questo ha portato le pinete italiane a estendersi eccessivamente rispetto all’equilibrio ottimale fra le specie. Il Matsucoccus, in un certo senso, sta riportando il pino marittimo alle sue proporzioni naturali”.

Di naturale, tuttavia, non c’è molto nella storia di quest’albero favorito per i rimboschimenti rapidi e un po’ improvvisati del dopoguerra. “C’erano interi versanti da ripopolare” ricorda Peruzzi. “Ci si chiedeva quali alberi crescessero più velocemente e si procedeva a piantarli tappeto. Così, oltre alle pinete, sono nati interi boschi di abete di Douglas, una specie americana che crea un’oscurità molto marcata e impedisce la crescita del sottobosco”.

Fra le specie aliene oggi diventate importune c’è l’ailanto, o albero del paradiso, importato a metà dell’800 dall’Asia per alimentare l’industria della seta. Genera una quantità di semi sterminata, si riproduce facilmente anche tramite polloni, rilascia nel terreno sostanze tossiche per le altre specie. “E’ talmente invasiva che oggi in Europa esiste un regolamento che vieta di piantarla” spiega Peruzzi. “Ma eliminarla dal nostro paesaggio ormai sarà impossibile”.

Ugualmente integrato nelle colline del Sud, adattato al nuovo clima come nella bambagia, è il fico d’India. “E’ un’altra pianta alloctona, cioè non originaria del nostro paese, ormai destinata a restare” commenta il botanico di Pisa. Perfino lui in Sicilia sta soffrendo la siccità: la produzione quest’anno è data in calo del 30%.

L’ultima pennellata al paesaggio che muta, infatti, è proprio il cambiamento climatico. “Il riscaldamento globale – spiega Canini - permette da una parte un più facile attecchimento delle specie esotiche e dall’altra rende più fragili alcune specie tipiche del nostro paesaggio. Il pino, il castagno, l’olmo, subiscono malattie importanti per attacchi fungini, cocciniglie, ma anche per l’inquinamento”. Il pino di Posillipo, il lungomare con le palme di Sanremo o le foreste di abeti delle Alpi forse saranno per i nostri figli solo cartoline dai colori sbiaditi.

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