✕

Paderno Dugnano: “Ogni storia è diversa, psicologi e psichiatri non sempre hanno risposte”

Ascolta l'audio

L’esperto: “C’è anche la consapevolezza dei limiti umani della psichiatria. A volte anche le nostre diagnosi si congelano di fronte al dolore indicibile di vite distrutte dal disturbo mentale”
3 minuti di lettura

Il dialogo tra chi, per lavoro, si occupa di salute mentale e il mondo dell’informazione negli ultimi anni è cresciuto. È un ottimo segno perché testimonia la consapevolezza, da parte dei media e di chi li legge/guarda/ascolta, dell’importanza delle nostre professioni per provare a comprendere il mondo anche al di fuori delle stanze della terapia. È anche un segno pessimo perché testimonia che la società ha sempre più bisogno di essere curata. Ma, di nuovo, è ottimo perché per prendersi cura di sé bisogna saper chiedere aiuto. È come se i media portassero in terapia il dolore della società rivolgendo agli specialisti domande del tipo: Si poteva prevedere? È colpa della famiglia? È colpa dei social? Naturalmente le risposte sono quelle che chi legge/ascolta attende con i più vari sentimenti: preoccupazione, ricerca di rassicurazione, curiosità scientifica. È un circolo virtuoso, con qualche problema.

La psicopatologia

Ora parlo brevemente di me perché l’idea di scrivere questo articolo…

Il dialogo tra chi, per lavoro, si occupa di salute mentale e il mondo dell’informazione negli ultimi anni è cresciuto. È un ottimo segno perché testimonia la consapevolezza, da parte dei media e di chi li legge/guarda/ascolta, dell’importanza delle nostre professioni per provare a comprendere il mondo anche al di fuori delle stanze della terapia. È anche un segno pessimo perché testimonia che la società ha sempre più bisogno di essere curata. Ma, di nuovo, è ottimo perché per prendersi cura di sé bisogna saper chiedere aiuto. È come se i media portassero in terapia il dolore della società rivolgendo agli specialisti domande del tipo: Si poteva prevedere? È colpa della famiglia? È colpa dei social? Naturalmente le risposte sono quelle che chi legge/ascolta attende con i più vari sentimenti: preoccupazione, ricerca di rassicurazione, curiosità scientifica. È un circolo virtuoso, con qualche problema.

La psicopatologia

Ora parlo brevemente di me perché l’idea di scrivere questo articolo è nata da una domanda che mi sono rivolto: “Perché tu che credi nella divulgazione scientifica e dedichi tante energie ai temi della cura, quando ti viene richiesta una lettura su fatti di violenza come quello accaduto a Paderno Dugnano sei colto da una forma di ritrosia e non sei a tuo agio nel rispondere alle domande?”. Eppure posso considerarmi un “esperto”, la materia che insegno s’intitola “Psicopatologia: valutazione clinica e diagnosi”. Dia-gnosi vuol dire proprio “conoscere attraverso”. Attraverso varie cose: un sintomo, ma anche un pensiero, un affetto, un comportamento. Vorrei aiutare gli altri a capire eppure divento afasico. Ho (alcuni) strumenti, ma non (molte) parole.

La paura delle generalizzazioni

Una prima risposta a questa mia ambivalenza è la paura delle generalizzazioni. È evidente che siamo di fronte a casi clinici, raccontati dalla cronaca, di cui conosciamo poco o niente. Molti dettagli fondamentali emergono nei giorni e nei mesi successivi. Ogni storia è diversa, si perde nell’intreccio biologico, psicologico e sociale di vite spesso segrete e sconosciute alle stesse persone che le vivono. Attorno a queste vite e a queste morti diversissime e incommensurabili (l’omicidio casuale di Sharon Verzeni, quello della famiglia di Paderno Dugnano forse progettato in poche ore, quello di Giulia Cecchettin pensato per giorni, cito casi su cui sono stato interpellato) ci sono genitori e amici. Una ragione della mia ritrosia è la difficoltà a parlare fuori da un contesto clinico di storie che non conosco. Una ragione deontologica e anche una forma di pudore nei confronti delle famiglie coinvolte (spesso colpevolizzate da commenti affrettati e approssimativi).

La spiegazione “a caldo”

A caldo viene richiesta una “spiegazione”. Ma in me, che ho fatto tesoro della lezione psichiatrica di Karl Jaspers, a caldo prevale il sentimento del “comprendere” (Verstehen) piuttosto che quello dello “spiegare” (Erklären). La comprensione è fatta di ascolto, empatia, pietas, intuito e silenzio. Non dico che dobbiamo tacere. Il nostro ruolo di psichiatri e terapeuti rimane, ma “pubblicamente” mostra delle fragilità. Interessanti sarebbero anche le voci di sociologi, insegnanti e naturalmente scrittori di oggi e di ieri (Dostoevskij). Sono i casi in cui noi “psy” rischiamo (io per primo) di dire cose, non voglio dire scontate, ma che, usate per tamponare un’angoscia, non riescono a nutrire il bisogno di conoscenza che tutti abbiamo. Dopodiché (non sempre) sono parole sensate: il raptus non esiste, il dolore mentale non sempre si vede da fuori, la vita virtuale rende virtuale anche la vita reale e quindi anche il gesto omicida in quel momento è “irreale”... Ancor più se parliamo il linguaggio clinico che “tecnicamente” coglie spesso nel segno: struttura dissociativa, disturbo di personalità, organizzazione psicotica, deficit di mentalizzazione…

Mi mette a disagio il legame forzato tra emergenza e voglia di comprendere. È nei momenti di non emergenza che bisogna cercare di comprendere. Comprendere le persone, le società, il mistero dell’adolescenza e anche i numeri, i dati delle ricerche che parlano di un disagio crescente (suicidi, persone molto giovani con gravi disturbi di personalità, incapacità di dar voce ai sentimenti, ecc). Forse il mio imbarazzo dell’interpellato è un sintomo che mi coglie, e qui parlo per tutta la categoria “psy”, per il dispiacere di vedere meno interesse, anche da parte del pubblico, quando si cerca di denunciare le condizioni della sanità pubblica in una società che investe quasi niente su salute mentale, comunità terapeutiche, psicoterapia nei servizi, educazione scolastica.

E poi c’è la consapevolezza dei limiti umani della psichiatria. A volte anche le nostre diagnosi si congelano di fronte al dolore indicibile di vite distrutte dal dolore e dal disturbo mentale. A volte, ripeto a volte, sarebbe giusto intervistare il silenzio: contiene sgomento, rispetto, vicinanza. Poi, piano piano, riprendiamo a parlare, senza formule predefinite e ancora trattenendo il respiro. È un paradosso, lo so. Che ritrovo nei versi di un grande poeta, René Char: “Ci occorre un fiato da fracassare dei vetri. E nondimeno abbiamo bisogno d’un fiato che possa esser trattenuto a lungo”.

Leggi i commenti