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L’esperto di dipendenze da web Federico Tonioni “Proibire l’uso del cellulare significa far vivere i nostri figli fuori dalla realtà”

Federico Tonioni 

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Lo psichiatra del Gemelli di Roma è contrario al divieto per legge dell’uso della tecnologia da parte degli adolescenti: “Internet non li ha mai manipolati, semmai ha dato loro più stimoli ad apprendere”
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«Se un po’ mi conosce sa che non posso essere d’accordo con divieti e proibizioni». Federico Tonioni, psicoterapeuta al Gemelli di Roma ed esperto in dipendenze da web, la pensa così sull’idea di vietare per legge gli smartphone agli under 14.

Perché è contrario?

«Mi sembra un atto di deresponsabilizzazione per noi genitori. Cosa chiediamo ai nostri figli? Una vita fuori dalla realtà? Fosse per me a scuola alternerei le lezioni classiche con quelle con i visori, vedo moltissimi ragazzini delle medie imparare l’inglese con il gaming e non riesco a immaginare una vita senza web per loro. Parlerei piuttosto di prevenzione, aiutando i bambini a sviluppare l’autostima che si forma facendoli sentire amati anche dopo un fallimento. La cosa più tossica per un bambino non è lo smartphone ma la frase “potevi fare di più”».

«Se un po’ mi conosce sa che non posso essere d’accordo con divieti e proibizioni». Federico Tonioni, psicoterapeuta al Gemelli di Roma ed esperto in dipendenze da web, la pensa così sull’idea di vietare per legge gli smartphone agli under 14.

Perché è contrario?

«Mi sembra un atto di deresponsabilizzazione per noi genitori. Cosa chiediamo ai nostri figli? Una vita fuori dalla realtà? Fosse per me a scuola alternerei le lezioni classiche con quelle con i visori, vedo moltissimi ragazzini delle medie imparare l’inglese con il gaming e non riesco a immaginare una vita senza web per loro. Parlerei piuttosto di prevenzione, aiutando i bambini a sviluppare l’autostima che si forma facendoli sentire amati anche dopo un fallimento. La cosa più tossica per un bambino non è lo smartphone ma la frase “potevi fare di più”».

Ma non le fa impressione vedere moltissimi bimbi seduti al ristorante con lo smartphone in mano?

«Mi trovi un adulto che a tavola, in metro o per strada non stia con il cellulare o con il tablet in mano. I nostri figli vanno guardati e ascoltati prima di imporgli delle regole, dovremmo provare a guardare il mondo con i loro occhi ogni tanto, invece di imporgli il nostro. I bambini hanno bisogno di comprensione prima che di regole rigide, l’essere ridotti all’obbedienza genera rabbia e la rabbia e la noia sono la base per qualsiasi forma di psicopatologia».

A proposito, gli smartphone non creano dipendenza e dissociazione tra vita reale e quella virtuale?

«Virtuale non significa irreale: su Internet si guadagna, ci si innamora, si trova lavoro. Quel che manca sono le emozioni, che si attivano solo con il contatto fisico diretto, le emoticon non bastano. Le relazioni digitali sono reali, ma non intere. Ma non c’è dissociazione. Anche quando mi distraggo non sto nella realtà concreta. Il punto è il rapporto che c’è tra fantasia e realtà. La mente è come un’orchestra: non importa se suona l’arpa o il basso, l’importante è che la musica sia armonica».

E i social? È contrario anche qui a un divieto per gli under 16?

«È un po’ diverso. Proibirli tout court mi sembra impossibile anche perché dietro ci sono interessi a cui qualsiasi governo si piega. Ma vanno normati: si può procrastinarne l’accesso ed impedire ai bambini di finire nelle challenge, ma servono controlli. Quel che non capisco è come sia possibile che non esista ancora un’identità digitale certa. Se un poliziotto mi ferma per strada devo esibire un documento, mentre sul web posso essere chiunque. E i tentativi di identificazione sono aggirabili anche da un bambino di sei anni. È da qui che partirei».

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