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Tra i ragazzi che vivono lo Ius scholae in classe: “Italiani lo siamo già ma con meno diritti”

Primo giorno di scuola

 

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All’Itis Galilei di Roma dove uno studente su cinque ha documenti stranieri anche se nato o cresciuto qui: “Assurdo dover aspettare per un pezzo di carta”
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ROMA — I nuovi compagni di classe di Matteo si chiamano Nasima, Kishor, Gabriel e Yan. I primi due vengono dal Bangladesh, gli altri dalle Filippine e dalla Cina. Alla prima campanella non importa nulla da dove provieni, ieri è suonata per tutti, per gli italiani e per quelli che hanno un’altra cittadinanza. Nelle aule dell’istituto tecnico industriale Galileo Galilei — un palazzone accerchiato dalle impalcature e piazzato al centro del multiculturale quartiere Esquilino, che vive ad alta densità soprattutto di asiatici — su 1.350 studenti quasi uno su cinque, che sia arrivato da piccolo o sia nato qui da genitori immigrati, è straniero sui documenti. Ci sono anche est europei, qualche sudamericano e indiani, la maggioranza.

Al loro primo giorno di scuola si assomigliano un po’ tutti: vestiti scuri, zaino su una sola spalla, ai piedi le sneakers. Qualche ragazzina indossa il velo e i leggings sotto il vestito ancora es…

ROMA — I nuovi compagni di classe di Matteo si chiamano Nasima, Kishor, Gabriel e Yan. I primi due vengono dal Bangladesh, gli altri dalle Filippine e dalla Cina. Alla prima campanella non importa nulla da dove provieni, ieri è suonata per tutti, per gli italiani e per quelli che hanno un’altra cittadinanza. Nelle aule dell’istituto tecnico industriale Galileo Galilei — un palazzone accerchiato dalle impalcature e piazzato al centro del multiculturale quartiere Esquilino, che vive ad alta densità soprattutto di asiatici — su 1.350 studenti quasi uno su cinque, che sia arrivato da piccolo o sia nato qui da genitori immigrati, è straniero sui documenti. Ci sono anche est europei, qualche sudamericano e indiani, la maggioranza.

Al loro primo giorno di scuola si assomigliano un po’ tutti: vestiti scuri, zaino su una sola spalla, ai piedi le sneakers. Qualche ragazzina indossa il velo e i leggings sotto il vestito ancora estivo. Ma anche chi, come direbbe il generalissimo Vannacci, non ha gli stessi tratti somatici si sente italiano eccome e di piazza Vittorio respira il profumo di spezie e la cadenza locale: «Io so’ romano», dice Yan, 14 anni, un terzo dei quali passati all’Esquilino, mamma e papà cinesi con un negozio a pochi passi da qui.

Di Ius scholae né lui né gli altri hanno mai sentito parlare. Il latino ancora non lo masticano e il dibattito sulla cittadinanza da assegnare dopo dieci o dopo cinque anni di studi, a seconda che la proposta sia di destra o di sinistra, dev’essere rimasto confinato altrove, comunque lontano da questo marciapiede. Però, a spiegargli il senso, dietro ai suoi occhiali rotondi all’improvviso Yan fa uno sguardo convinto: «Beh, allora sarebbe più giusto di come è adesso, per tutti quelli sono qui anche senza un foglio che lo attesti».

Come Gabriel, 14 anni anche lui, nato in Italia da genitori filippini. L’intera famiglia si è trasferita a Roma diciassette anni fa, madre, padre e suo fratello più grande che allora aveva cinque anni. Ma nessuno per via di un po’ di traversie ha ancora la cittadinanza italiana. «Tra quattro anni, quando sarò maggiorenne, farò richiesta. Voglio votare, voglio avere gli stessi diritti che hanno gli altri, voglio sentirmi più libero. Sembra tanto, ma è solo per queste ragioni che voglio chiederla, perché per il resto io sono già italiano», racconta sotto una grande scritta blu nell’atrio dell’Itis che cita una frase dell’aviatrice statunitense Amelia Earhart: “La cosa più difficile è la decisione di agire, il resto è semplicemente tenacia”. Pure lui vuole fare il pilota, dopo aver messo i soldi da parte per la scuola volo che costa tantissimo, e non è il solo in questo che è uno degli istituti tecnici più antichi di Roma.

Per Kishor, appena sbarcato dalle medie alle superiori, quello di pilotare aerei di linea è un sogno che ricorda di avere da sempre. Già da prima che, a sei anni, si trasferisse a Roma. Dover aspettare ancora per sentirsi chiamare dallo Stato “italiano” non gli va giù: «Se potessi chiederei la cittadinanza già adesso. È assurdo, sto qui da quasi tutta la vita, del prima non ricordo niente, solo che volevo volare». I suoi genitori sono del Bangladesh, come quelli di Fuad, arrivato in Italia quando aveva solo due anni, e di Angela e Safir, fratello e sorella nati qui 13 e 14 anni fa.

«Ius che?», risponde Nasima, il volto incorniciato dal velo, «mai sentito. Però se dare la cittadinanza prima è un modo per aiutare a evitare il razzismo, le discriminazioni, gli sguardi storti che qualcuno di noi ha provato, allora la facessero subito questa legge!».

Lo scorso anno un supplente del Galilei fu beccato ad annotare sul registro di classe accanto ai nomi degli alunni sommarie descrizioni: il “cinesino isterico”, “il tunisino piccolino”. Si difese dicendo che era per distinguerli, avendo tante cattedre, nessuna xenofobia.

«Vengo da un passato di docenza nella scuola Pisacane a Torpignattara, una scuola multiculturale al 50% — racconta la neo preside Cristina Costarelli che è anche a capo dell’associazione dei presidi del Lazio — I commenti sullo Ius scholae però li lascio ai politici, noi qui lavoriamo per tutti e come sistema scolastico non possiamo considerare la diversità un problema. Semmai un problema è l’abbandono che alle superiori tra gli stranieri è altissimo, per cui ben vengano i docenti in più per affiancare i ragazzi che hanno difficoltà con l’italiano». Tra loro c’è Siam, arrivato due anni fa insieme alla madre e al fratello per ricongiungersi con il padre, Sagar, che a Roma lavora come fioraio da ventiquattro anni. «Dovevo venire cinque anni fa ma i tempi sono lunghi — spiega — Per la lingua mi aiutano i compagni, alcuni li conosco già». Con gli altri si scambia il numero all’uscita: «Com’è che ti chiami?», «Siam», «Fico!». Poi si gira: «Quando imparo bene questo, divento italiano?».

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