Susanna Recchia, la psicoterapeuta: “Caduta nel buco nero della depressione da cui sembra impossibile uscire”
di Rory CappelliSecondo i dati dell’Istituto superiore di Sanità relativi al 2021-2022, quasi il 7 per cento degli italiani, uomini e donne, soffre di depressione. Ma di questo 7 per cento, sottolinea l’Iss, “solo il 62% ricorre all’aiuto di qualcuno”. Si tratta di 4 milioni di casi: e se si pensa che Roma ha quasi tre milioni di abitanti si capisce quanto esteso sia il fenomeno. La depressione sembra ciò di cui soffriva Susanna Recchia, la 45enne ritrovata morta con la figlia di tre anni in un isolotto del fiume Piave.
E in effetti sono soprattutto le donne e in particolare le madri a non chiedere aiuto: “Intorno alla difficoltà in maternità c’è una sorta di stigma sociale potentissimo”, spiega Giusy Mantione, psicoterapeuta cognitivo-evoluzionista, che da anni si occupa di terapia familiare, terapia di coppia, genitorialità, e donne alle prese con difficoltà “di cui non si devono vergognare”, dice.
Come si arriva a un gesto così estremo?
“È un dolore profondissimo che attanaglia l’esistenza. Ma è anche qualcosa che, quando sfocia in un gesto così disperato, così estremo, di non ritorno, va avanti da un po’. Quando ci si ritrova davanti a una notizia di questo genere, si tende a immaginare un’esplosione improvvisa. Ma non è così: tracce di malessere ci devono essere state. Quando una persona è profondamente depressa non ha alcuna speranza nel futuro, non crede di poter essere aiutata, la catastrofe incombe su tutto”.
Forse ancora di più per una madre?
“Susanna Trecchia era alle prese con un dolore enorme, che avrà percepito come insormontabile: aveva una figlia di tre anni malata di epilessia, una cara amica morta in un incidente mentre si trovavano in macchina insieme, il compagno da cui si era separata un mese fa dopo un’altra relazione fallita. E allora magari sì, uno può sentire di non farcela di fronte allo stigma sociale che deve affrontare ogni madre: una mamma non può essere disperata perché ha l’amore dei figli, una mamma supera qualunque ostacolo, una mamma è buona e potente, una mamma non può essere stanca, una mamma non può lamentarsi, non può cedere, non può lasciarsi andare, essere madre è così bello che tutto passa in secondo piano, e scatena magicamente risorse incredibili per affrontare tutti i drammi della vita. Ma nulla di tutto questo è vero. Anche la solitudine gioca un ruolo importante: perché un conto è essere madre singola e un conto è essere in coppia. La sensazione di solitudine rappresenta un buco nero che toglie risorse anche come madre. Non conosco la vita di questa donna, ma si può fare lavoro di ricostruzione: come vede il mondo una persona depressa? Come un buco nero, esattamente come percepisce se stessa”.
Che cosa è questo buco nero?
“È percepire una disperazione e un’impotenza totali, è assenza di speranza in sé, nel presente, nel futuro, nella possibilità di essere aiutata dagli altri. Quando per esempio il pianto di un bambino ti fa impazzire è normale: ma anche qui è difficile che questo disagio possa essere condiviso. Una mia paziente aveva il figlio che soffriva d’insonnia, il marito non si alzava mai di notte e lei stava impazzendo: l’ho praticamente costretta ad andare in albergo per dormire almeno per una notte. Condividere con gli altri, essere vista, capire che c’è qualcuno che vede che stai veramente male, è un modo per uscire fuori da una situazione che ti sovrasta”.
Perché una donna porta con sé il proprio figlio?
“In questo caso l’epilessia è una malattia che spesso fa paura: e in un gesto così si capisce tutta la mancanza di speranza, che viene proprio dal buco nero e dalla mancanza di qualcuno che ti vede e ti dice che quel malessere è oggettivo. Pensi che una bambina piccola che non ha nessun risorsa non possa farcela da sola. Pensi che l’unica cosa che puoi fare è portarla con te, c’è un’assenza totale di possibilità, pensi che in questo modo potrai salvarla dal fare una brutta fine. Sembra impossibile ma è il senso di impotenza a sovrastare. Ci sono eventi della vita - in questo caso l’amica morta, il compagno da cui si era separata, la malattia della piccola – che rappresentano l’ultimo elemento di rottura di un sistema però molto fragile. Io non ce la faccio, io muoio e guardando alla bambina a chi ti lascio? A nessuno. Magari qualcuno c’era. Ma un gesto del genere fa pensare a una solitudine totale”.