Roma — In carcere le hanno dato un quaderno e lo ha riempito con la propria innocenza. Date, orari, il denaro che ha sborsato e quello che le è stato rubato, i nomi dei trafficanti e dei figli dei trafficanti e dei complici dei trafficanti, le cose che non tornano e le cose importanti che la procura di Crotone non vuol vedere di questa sua faticosa fuga per la libertà. Iniziata in Iran cinque anni fa. Incagliatasi nel fondale del mare della Calabria nell’ultima mattina del 2023. E precipitata, infine, nell’accusa di essere proprio lei, Maysoon Majidi, nata nel Kurdistan iraniano il 29 luglio del 1996, «laureata in teatro e scienze sociali, attivista dei diritti delle donne e delle nazioni sottomesse, perseguitata politica, componente dell’ong Hana e dell’associazione curda della diaspora, sostenitrice della rivoluzione di Mahsa Amini», la scafista.
I poliziotti della Penitenziaria le hanno dato allora dei fogli e dei colori, perché Maysoon per protesta ha smesso di mangiare e ora pesa meno di quaranta chili. Lei ha disegnato, di nuovo, la propria innocenza. Quadri che sono la cronologia della sua sventura: la partenza del veliero monoalbero lungo 13 metri da Smirne in Turchia, i 77 migranti a bordo, chi era sotto in coperta, chi era sopra, il tizio al timone, la vista «della spiaggia d’Italia» come l’ha veduta lei, «seduta su un pezzo di legno, talmente infreddolita — scrive in una lunga lettera che Repubblica ha letto — che mi tremava la lingua».
Nove mesi dopo, Maysoon Majidi trema tutta. Per frustrazione, per «una compagna di cella psicopatica» che non la fa dormire, per gli scioperi della fame, «per gli attacchi di panico e il Diazepam», ma, più di tutto, perché il suo caso non si sblocca. Non è servito neanche scrivere al presidente Mattarella. Il Tribunale di Crotone ancora ieri ha rifiutato di concederle i domiciliari nonostante i due testimoni presi a verbale dalla Guardia di Finanza dopo lo sbarco, Ali Dara Dana e Hasan Hosenzadi, che inizialmente hanno indicato Maysoon come «l’aiutante dello scafista», colei che «distribuiva l’acqua e manteneva la calma a bordo» abbiano ritrattato, dichiarando di essere stati fraintesi.
Adesso giurano che Maysoon è innocente e sostengono che i loro verbali siano zeppi di errori per colpa del traduttore afghano che non capiva i dialetti curdi. I due sono all’estero, uno in Inghilterra e l’altro in Germania, rispondono al telefono, un inviato delle Iene li ha pure intervistati in tv, ma lo Stato italiano a quanto pare non è in grado di rintracciarli. Negli atti, quindi, la loro ritrattazione non c’è.
«Questa è la mia voce!», è l’incipit della lettera di Maysoon. «Nel 2019 sono dovuta scappare dall’Iran con mio fratello, in Kurdistan iracheno ho lavorato in tv. Durante la rivoluzione Jina-Masha Amini abbiamo ricevuto minacce da parte del regime iraniano e abbiamo dovuto lasciare l’Iraq. Ad agosto 2023 insieme ad altri attivisti abbiamo pagato 5 mila dollari per entrare in Turchia come rifugiati». Ha camminato per 17 ore tra sentieri di montagna, un trafficante le ha portato via 16 mila dollari, ha aspettato fino a dicembre per avere altro denaro, «ho speso quasi 50 mila dollari per venire in Italia».
La 28enne, nel nostro Paese, non ha nessuno. Quando il suo legale Giancarlo Liberati e il dottor Ferdinando Laghi la vanno a trovare nel penitenziario di Reggio Calabria, lei sbatte il palmo della mano contro la parete fino a farsi male perché nei pochi atti giudiziari a sua disposizione («solo dopo tre mesi e sei giorni me li hanno portati, trascritti in lingua persiana!») vede i solchi lasciati da un’ingiustizia. Persino lo scafista reo confesso, il turco Ufuk Akturk, l’ha scagionata. «Ero solo io, lei non ha fatto niente». Non basta. L’accusa, sostenuta dalla pm Maria Rosaria Multari, non retrocede.
La mattina del 31 dicembre il veliero si incaglia a 50 metri dalla costa calabrese, in località Gabella. Maysoon è sfiancata, durante la traversata ha avuto le mestruazioni ma non ha trovato gli assorbenti. Cinque migranti, tra cui lei, saltano su un gommone e se ne vanno prima dell’arrivo della motovedetta italiana. Verranno fermati in un bosco qualche ora dopo. «Mi sono allontanata perché non volevo lasciare le impronte in Italia, voglio andare in Germania», spiega lei. I finanzieri quel giorno, per individuare lo scafista e i suoi eventuali complici, si basano solo su due testimoni, Ali Dara Dana e Hasan Hosenzadi. «Stiamo parlando del 31 dicembre — si è giustificato in aula l’allora comandante del nucleo navale Gaetano Barbera — era un’attività che doveva fare la polizia ma c’era il Capodanno Rai e loro dovevano gestire l’ordine pubblico».
La lettera di Maysoon, torniamo lì. «La sera del primo gennaio vengo trasferita nella prigione di Castrovillari. Durante l’ispezione, hanno visto il mio corpo in gravi condizioni e i miei vestiti macchiati di sangue, tuttavia ridevano di me mentre mi sedevo. In tribunale mi hanno fatto solo tre domande: come ti chiami, quanti anni hai, quanti anni hai studiato. Il traduttore era in piedi alla mia sinistra e Filomena Pollinzi (l’avvocata d’ufficio, ndr) era seduta alla mia destra. Ho raccontato di nuovo tutto al traduttore ma lui ha riportato solo una o due brevi frasi in italiano e poi si è rivolto a me e ha detto «se parli ti trattengono, domani sei libera, quindi stai zitta». L’avvocato mi ha dato una penna e un foglio per scrivere e io ho scritto i nomi di due che erano coinvolti e quando il traduttore se ne è accorto, mi ha preso la penna e ha urlato “stai zitta, sarai liberata”». Non è andata così.
L’avvocato Liberati, che ha assunto il caso a febbraio, descrive «kafkiana» la vicenda di Maysoon e dice che siamo all’inversione dell’onere della prova. «È la mia assistita che deve dimostrare la propria innocenza, e non la procura che deve provarne la colpevolezza». La donna, nella lettera, scrive: «Solo dopo 77 giorni ho potuto chiamare mio zio in Germania». E anche: «Solo dopo 5 mesi, è stata fatto l’interrogatorio, è stato scritto in maniera simile alla creazione di uno scenario». Maysoon Majidi continua a scrivere sul quaderno e a disegnare. E a gridare. Forte come grida chi si sente innocente.