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La storia: “Le ore in questura come i criminali, i viaggi scuola negati, le rinunce: io, da 23 anni in Italia e ancora senza cittadinanza”

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La testimonianza di Fioralba Duma, 34 anni, mamma di due bambini, lavoratrice precaria e attivista
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Fioralba era solo una bambina, saltava giorni di scuola per andare in questura a lasciare le sue impronte digitali, tornava a casa con i polpastrelli blu e allora in classe non voleva più tornare. Quando i suoi compagni partivano per i viaggi d’istruzione lei restava a casa, col suo passaporto ci voleva un visto, le dicevano che c’era il rischio che in Italia non l’avrebbero più fatta rientrare. Ora Fioralba Duma ha 34 anni, due figli gemelli, un lavoro precario, una casa, un diploma di liceo classico, una laurea mancata in Psicologia, ma la cittadinanza italiana no, quella ancora non l’ha ottenuta, anche se è qui, nel nostro Paese, da ventitré anni.

Cosa c’è scritto sul suo passaporto?

“Albania. Sono nata a Scutari, vicino al confine con il Montenegro”.

Quanti anni aveva quando è arrivata in Italia?

“Undici. Mio padre era già qui, da irregolare, come tanti albanesi in quegli anni. Io, mia madre e mia sorella siamo arrivati un anno dopo di lui”.

Sono passati ventitré anni, come è poss…

Fioralba era solo una bambina, saltava giorni di scuola per andare in questura a lasciare le sue impronte digitali, tornava a casa con i polpastrelli blu e allora in classe non voleva più tornare. Quando i suoi compagni partivano per i viaggi d’istruzione lei restava a casa, col suo passaporto ci voleva un visto, le dicevano che c’era il rischio che in Italia non l’avrebbero più fatta rientrare. Ora Fioralba Duma ha 34 anni, due figli gemelli, un lavoro precario, una casa, un diploma di liceo classico, una laurea mancata in Psicologia, ma la cittadinanza italiana no, quella ancora non l’ha ottenuta, anche se è qui, nel nostro Paese, da ventitré anni.

Cosa c’è scritto sul suo passaporto?

“Albania. Sono nata a Scutari, vicino al confine con il Montenegro”.

Quanti anni aveva quando è arrivata in Italia?

“Undici. Mio padre era già qui, da irregolare, come tanti albanesi in quegli anni. Io, mia madre e mia sorella siamo arrivati un anno dopo di lui”.

Sono passati ventitré anni, come è possibile che non abbia ancora la cittadinanza?

“Nel mio caso è colpa del reddito. Ho fatto le medie, le superiori e un pezzo di università in Italia. Adesso lavoro nella comunicazione, nella cooperazione, nel sociale. Ma ho sempre avuto contratti a progetto, ritenuta d’acconto, collaborazioni occasionali. E poi sono segretaria e tesoriera del movimento degli Italiani senza cittadinanza, ma è solo attivismo. La mia è la storia di tanti altri precari italiani. Dovrei guadagnare un minimo per ottenere la cittadinanza ma a quella soglia arrivo a fatica e in maniera discontinua”.

Cosa significa essere una ragazzina senza cittadinanza in Italia?

"Il primo posto in cui scopri di essere straniero è la questura: saltavo la scuola per un motivo che gli altri bambini non potevano capire. Andavo a lasciare le mie impronte che allora non era digitali e il giorno dopo mi presentavo in classe con le dita macchiate di blu, come i criminali. Aspettavamo ore sotto il sole, la pioggia, con i poliziotti che ci trattavano senza rispetto.Il secondo posto in cui ti accorgi di essere diverso è la scuola”.

Perché a scuola?

"Quando i miei compagni partivano con il campo scuola io restavo a casa. Loro andavano a Praga e io restavo a Roma. Ci voleva un visto difficile e lungo da ottenere e mi dicevano che non era sicuro che una volta uscita dall’Italia mi avrebbero fatto rientrare”.

E adesso che ha 34 anni, cosa significa non essere, sui documenti, italiana?

"E’ un continuo chiedere il permesso per vivere nel proprio Paese, dover spiegare ‘sono italiana’ anche se non ho il passaporto, dover sempre a giustificare la mia identità e la mia appartenenza, far sapere chi sono, calcolare la vita in base ai miei documenti. Non ho fatto l’Erasmus perché la continuità della residenza si sarebbe interrotta, non ho fatto il servizio civile all’estero per la stessa ragione, non mi sento libera di viaggiare perché poi devo rientrare in un Paese che dicono non essere il mio. Anche sull’amore non siamo liberi: ci sono amiche che sono andate a vivere altrove con un uomo, io non lo avrei mai fatto per non perdere la residenza”.

Anche i suoi figli, due gemelli, non hanno ancora la cittadinanza.

"E chissà quando la vedranno se continua così. Non è giusto che aspettino fino ai 18 anni, loro sono la terza generazione e ancora non hanno la cittadinanza. Ma quando cresceranno e gli chiederanno ‘di dove siete?’, risponderanno ‘italiani’. Per ora hanno solo due anni, ma i problemi inizieranno presto, quando andranno a scuola e si sentiranno diversi”.
Ha ripresentato la domanda per ottenere la cittadinanza?

"No perché non ho un reddito sufficiente continuativo da tre anni. E ho paura del diniego”.

Se le dicono di no che succede?

"Devo aspettare altri anni anche solo per ripresentare la domanda”.

Quanti sono gli italiani come lei e i suoi figli?

“Più di 850mila nelle scuole, circa un milione e trecentomila persone se si conta anche chi non è più studente”.

Perché il referendum sulla cittadinanza è una battaglia importante?

"Perché è un primo passo di civiltà, è un inizio per andare verso una riforma evidentemente necessaria e voluta da una bella fetta di popolazione. Per me si tratta anche di un cambio di paradigma. Se gli italiani vogliono dimezzare i tempi di residenza necessari per avere la cittadinanza significa che almeno per chi cresce qui è necessaria una legge come lo ius scholae. Il successo di questa raccolta firme passerà alla storia perché è un segnale chiaro: non stavamo chiedendo troppo, si tratta solo di aprire gli occhi davanti all’Italia di oggi, anzi di ieri, visto che siamo già in ritardo”.

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