Valeria Solarino ora esulta. Ora che la raccolta firme per il referendum sulla cittadinanza ha raggiunto il suo obiettivo, lei, l’attrice che è nata in Venezuela ed è cresciuta a Torino e alla campagna ha prestato il suo volto, vede in quelle 500mila sottoscrizioni un segno di speranza.
La raccolta firme era partita a rilento, se l’aspettava questo risultato?
“Devo dire la verità: no. Quando mi hanno proposto di aderire ero molto scettica, ma ho voluto farlo lo stesso perché ci credo molto”.
Cosa significa questo risultato?
"Che la società civile è molto sensibile a temi come quelli dei diritti civili. Certo poi bisognerà vedere chi andrà a votare e come voterà. Ma c’è un pezzo di società, soprattutto giovane, visto il grande successo che la campagna ha avuto sui social e tramite la firma digitale, che ha coscienza, entusiasmo. E questo è un segnale di speranza”.
Lei perché ha firmato e sostiene il referendum?
"Mi sembra un atto di grande civiltà. Il quesito chiede di ridurre da 10 …
Valeria Solarino ora esulta. Ora che la raccolta firme per il referendum sulla cittadinanza ha raggiunto il suo obiettivo, lei, l’attrice che è nata in Venezuela ed è cresciuta a Torino e alla campagna ha prestato il suo volto, vede in quelle 500mila sottoscrizioni un segno di speranza.
La raccolta firme era partita a rilento, se l’aspettava questo risultato?
“Devo dire la verità: no. Quando mi hanno proposto di aderire ero molto scettica, ma ho voluto farlo lo stesso perché ci credo molto”.
Cosa significa questo risultato?
"Che la società civile è molto sensibile a temi come quelli dei diritti civili. Certo poi bisognerà vedere chi andrà a votare e come voterà. Ma c’è un pezzo di società, soprattutto giovane, visto il grande successo che la campagna ha avuto sui social e tramite la firma digitale, che ha coscienza, entusiasmo. E questo è un segnale di speranza”.
Lei perché ha firmato e sostiene il referendum?
"Mi sembra un atto di grande civiltà. Il quesito chiede di ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza continuativa dopo i quali uno straniero, che rispetta anche altri requisiti, ottiene la cittadinanza italiana. E credo sia un tempo di attesa sufficiente per far sentire un immigrato parte integrante di questo paese, consentirgli di votare, chiedere il ricongiungimento familiare e molto altro. Diventare cittadini è anche assumersi una responsabilità. E allora perché non responsabilizzare prima chi sceglie di vivere nel nostro Paese? Non è una questione di buonismo, significa dare pari diritti e dunque anche pari doveri a chi vive in Italia”.
Sono anni che si discute di una riforma della cittadinanza, ora si è arrivati al sì a un referendum. La politica è sempre un passo indietro rispetto alla società?
La società vive quel che accade nelle città, nei Paesi. La politica, quella con la p minuscola, cavalca malcontenti e malumori e li canalizza contro il nemico di turno che costruisce. E spesso, troppo spesso, questo nemico è lo straniero, il migrante, ancor di più se si tratta di una persona arrivata su un barcone. Persino del dramma del sovraffollamento delle carceri è stato detto che è colpa degli immigrati: una considerazione folle, che annulla la radice del problema, non indaga le cause, banalizza per trovare qualcosa contro cui sfogarsi. Eppure, nonostante questa politica, gli sbarchi continuano a esserci perché le migrazioni ci sono sempre state, non si possono impedire, avverranno con sempre più difficoltà, con più rischi per chi parte e con più dispendio di denaro sia per loro che per noi. Mentre i diritti continuano a essere ostacolati”.
A proposito, secondo lei come sta l’Italia meloniana sul fronte dei diritti?
“È un momento delicato. Anche i diritti già acquisiti non lo sono per sempre, vanno tutelati, protetti. E in questa fase alcuni diritti acquisiti vengono resi più difficili, ostacolati. Penso al diritto all’aborto: in Italia certo si può ancora abortire ma è sempre più difficile. Penso al diritto alla cura che viene smantellato in favore della sanità privata. Al diritto all’istruzione con le scuole pubbliche non adeguatamente finanziate”.
Torniamo alla cittadinanza: la modifica chiesta dal referendum potrebbe semplificare la vita di 2,5 milioni di persone. E nelle scuole d’Italia ci sono un milione di bambini e ragazzine in attesa dello ius scholae. Perché fanno paura?
“Perché si pensa a qualcosa che non è. Sono persone che conoscono la nostra lingua, che hanno una residenza, lavorano, studiano, pagano le tasse; sono persone che frequentiamo quotidianamente, che stanno accanto a noi; sono la badante di nostra nonna, il compagno di banco di nostro figlio. Si tratta solo di agevolare il loro processo di integrazione”.
Cosa la fa arrabbiare di chi resiste a una nuova concessione della cittadinanza?
“Mi fa arrabbiare che il tema dei migranti venga preso come manifesto di propaganda politica, per ottenere consensi, voti. Mi dà fastidio che si lucri così sulle persone, che si agiti la paura delle persone. L’immigrazione così come la cittadinanza sono temi delicati che invece vengono affrontati in maniera grossolana, sia a destra che a sinistra. A destra affrontandoli con ignoranza, con malafede, smuovendo gli istinti più bassi. A sinistra rimandando le riforme per la paura di un contraccolpo negativo in termini di voto. E’ indegno che si facciano giochi di partito sulla pelle delle persone”.
Ora per dimezzare i tempi della concessione della cittadinanza bisogna portare a votare più di 21 milioni di italiani, è un risultato raggiungibile?
"E’ un obiettivo difficile, ma sulle norme di civiltà non possiamo tirarci indietro, bisogna provare e fin qui ce l’abbiamo fatta”.