Si muovono tra le aule con una sicurezza che solo l’esperienza può donare, immuni da quell’ansia che tormenta i più giovani alla vigilia di ogni esame. Negli ultimi anni, sono sempre di più i quarantenni che varcano per la prima (o seconda) volta le porte dell’università, non per rincorrere avanzamenti professionali, ma per inseguire un nuovo inizio. Spinti dal desiderio di reinventarsi, di riscoprire passioni rimaste in sospeso e di aprirsi a orizzonti inesplorati.
Alla Sapienza di Roma gli studenti over 40 sono quasi 5mila (il 4,2% del totale), all’Università di Bologna poco più di 3mila (3,4%) e all’Università Bicocca di Milano quasi mille (2,7%). Un fenomeno in crescita che sta progressivamente trasformando il volto dell’università. Nell’anno accademico 2023/2024 le matricole over 40 sono state 5.500, pari all’1,7% dei nuovi iscritti (dati Mur). Anche se inferiori rispetto al 2021/2022, quando si immatricolarono 7.600 studenti over 40 (2,3% del totale), un numero eccezionale dovut…
Si muovono tra le aule con una sicurezza che solo l’esperienza può donare, immuni da quell’ansia che tormenta i più giovani alla vigilia di ogni esame. Negli ultimi anni, sono sempre di più i quarantenni che varcano per la prima (o seconda) volta le porte dell’università, non per rincorrere avanzamenti professionali, ma per inseguire un nuovo inizio. Spinti dal desiderio di reinventarsi, di riscoprire passioni rimaste in sospeso e di aprirsi a orizzonti inesplorati.
Alla Sapienza di Roma gli studenti over 40 sono quasi 5mila (il 4,2% del totale), all’Università di Bologna poco più di 3mila (3,4%) e all’Università Bicocca di Milano quasi mille (2,7%). Un fenomeno in crescita che sta progressivamente trasformando il volto dell’università. Nell’anno accademico 2023/2024 le matricole over 40 sono state 5.500, pari all’1,7% dei nuovi iscritti (dati Mur). Anche se inferiori rispetto al 2021/2022, quando si immatricolarono 7.600 studenti over 40 (2,3% del totale), un numero eccezionale dovuto al boom di iscrizioni nel biennio post-pandemia, questi dati restano in aumento rispetto ai 3.500 del 2014/2015 (1,3%).
Giorgia Caterino Mainini, 45 anni, si è laureata in Ostetricia nel 2003. Lavora e vive nella Svizzera italiana, e da tre anni frequenta la magistrale in Scienze antropologiche all’Università di Milano Bicocca. «Questo corso di laurea non ha un nesso evidente con la mia professione, ma risponde al mio bisogno di comprendere l’altro». Il bello di riscriversi da grande, racconta, è la serenità con cui si affronta questo percorso: «Ci si mette in gioco, ma con poca ansia. Ci si gode lo studio come un esercizio intellettuale». Il lato positivo lo riscontra anche in famiglia: «Sento di essere fonte di orgoglio per loro. Soprattutto ho smesso di convincere i miei figli che è bello studiare, ora lo vedono nei miei occhi».
Le reazioni degli altri
Le reazioni alle decisioni di chi sceglie di intraprendere un percorso universitario da adulto sono spesso contrastanti. «C’è chi ti applaude, ammirato dalla tua determinazione e dal coraggio, e chi invece considera questa scelta azzardata», racconta Elena Resta, 49 anni. «Per me, invece, è stata l’occasione per reinventarmi». L’iscrizione all’Università di Bologna è stata una decisione maturata in un momento di crisi professionale. «A 44 anni ho perso il lavoro in una multinazionale del settore alimentare, ritrovandomi vincolata da una clausola di non concorrenza per cinque anni», ricorda. «A quel punto la vita mi stava dando una seconda possibilità: decisi così di sfruttare quel periodo per mettermi alla prova in nuovi ambiti, più vicini ai miei interessi: editoria e comunicazione. Non è stato semplice, ma da adulti abbiamo un alleato prezioso: la capacità di trasformare dolore, ostacoli e cadute in occasioni di crescita». Avendo tutta la giornata libera da impegni professionali, la laurea è arrivata senza intoppi, e in tempo.
Una gestione oculata
Per gli adulti che lavorano, invece, è necessaria una gestione oculata del tempo e soprattutto delle energie. «Se chiudevo i libri era sempre per stanchezza, raramente per noia», conferma Cristina Obber, giornalista e formatrice nelle scuole e nelle aziende sulle questioni di genere. Si è iscritta per la prima volta all’università a 56 anni, a Scienze dell’educazione, «per dare un cappello teorico alle mie conoscenze e per acquisire nuovi strumenti professionali». Ora che ha terminato osserva: «Mi sono buttata in questo progetto con serenità, senza impormi scadenze, ma devo riconoscere che studiare mi ha dato tanto, più di quel che credessi». Nel frattempo, però, ha dovuto fare non poche modifiche al suo stile di vita. «Per tre anni ho sacrificato le relazioni famigliari e amicali. Quando uscivo per mangiare una pizza mi impegnavo a non fare troppo tardi e mi scusavo con tutti dicendo: “Domani devo studiare moltissimo”».
Una questione di scelte
Luigi Leonardi, classe 1981, per dieci anni ha fatto il manager. Poi arrivò il Covid, che spostò le priorità di molti. «Durante il lockdown presi contatto coi miei pensieri e con i miei desideri. Alcuni spariti perché superati, altri che non avevano più alcuna importanza e gli ultimi nascosti tra impegni e preoccupazioni», racconta. «Mi ricordai che avevo scelto il mio primo percorso di laurea (triennale più magistrale) per intraprendere la carriera nel non profit». La pandemia rappresentò una sorta di epifania. «In quel momento pensai: “Va bene prendermi cura dei miei tre figli, della mia compagna, impegnarmi sul lavoro e come allenatore. Ma il mio tempo non me lo restituisce nessuno”. Così, per prima cosa mi iscrissi a quei moduli in cui puoi dare singoli esami senza doverti iscrivere ai corsi di laurea. Ogni mattina ritagliavo due ore di studio e poi facevo lo stesso quando tutti andavano a letto, la sera. Superai i primi due esami. Presi coraggio e mi immatricolai a Giurisprudenza, studiando e lavorando in contemporanea, con grandi giochi di prestigio per far saltare fuori le ore di studio da giornate sempre troppo piene». Oggi si sta preparando per l’ultimo passo: l’esame di Stato. «La stanchezza — dice — non si sente mentre si viaggia verso una meta. Duole solo se si rimane a vagare nel grigio destino capitato a tutti e voluto da nessuno».
La tecnologia
Il cammino, questo tutti lo riconoscono, non è privo di sfide. Ad esempio: l’uso della tecnologia. «Potresti pensare di essere al passo coi tempi, ma quando ti ritrovi a dover scaricare l’ennesima app universitaria per le lezioni online, o a caricare un compito su una piattaforma sconosciuta, ti accorgi che sei un po’ arrugginito», ride Matteo Borghi, 51 anni, iscritto a Scienze politiche alla Sapienza. Ma non tutto il male viene per nuocere: «Tanta tecnologia può essere anche una preziosa alleata. Faccio parte di vari gruppi whatsapp: miniere d’oro di informazioni. E ricorro senza pudore all’intelligenza artificiale, che mi viene in soccorso per traduzioni e riassunti, risparmiandomi ore di studio nel caos quotidiano».