Reginald Green: “Trent’anni senza Nicholas, ma donare i suoi organi ha salvato la vita anche a noi”
di Livia ErminiNovantacinque anni, instancabile e determinato. Da quando è scomparso suo figlio, trent’anni fa, non ha mai perso la grinta per dare un senso a quella morte. Reginald Green è il padre di Nicholas, il bambino di sette anni che il 29 settembre 1994 fu colpito accidentalmente da un proiettile sulla Salerno-Reggio Calabria, durante un regolamento di conti, mentre era in viaggio verso il mare con la famiglia. Dopo i primi momenti terribili e lo shock di scoprire che il bambino non si sarebbe risvegliato, i genitori seppero trasformare quel dolore in una battaglia per la donazione degli organi. Un gesto clamoroso che portò a quello che fu definito “effetto Nicholas”: un’impennata di donazioni in un’epoca in cui nel nostro Paese ce n’erano pochissime. E che, da allora, ha portato il tasso di donazione a triplicare.
Nell’anniversario della morte, l’ex giornalista con la moglie Maggie è in Italia. All’ospedale romano Bambino Gesù, in occasione del convegno “Il dono della vita”, ha raccontato a…
Novantacinque anni, instancabile e determinato. Da quando è scomparso suo figlio, trent’anni fa, non ha mai perso la grinta per dare un senso a quella morte. Reginald Green è il padre di Nicholas, il bambino di sette anni che il 29 settembre 1994 fu colpito accidentalmente da un proiettile sulla Salerno-Reggio Calabria, durante un regolamento di conti, mentre era in viaggio verso il mare con la famiglia. Dopo i primi momenti terribili e lo shock di scoprire che il bambino non si sarebbe risvegliato, i genitori seppero trasformare quel dolore in una battaglia per la donazione degli organi. Un gesto clamoroso che portò a quello che fu definito “effetto Nicholas”: un’impennata di donazioni in un’epoca in cui nel nostro Paese ce n’erano pochissime. E che, da allora, ha portato il tasso di donazione a triplicare.
Nell’anniversario della morte, l’ex giornalista con la moglie Maggie è in Italia. All’ospedale romano Bambino Gesù, in occasione del convegno “Il dono della vita”, ha raccontato a Repubblica le sue ultime battaglie: scalfire lo zoccolo duro dei 5 milioni di italiani che, secondo il Centro nazionale trapianti, ancora rifiutano la donazione, diffonderne la cultura nei Paesi in via di sviluppo e soprattutto superare il divieto di far incontrare parenti dei donatori e riceventi. «Purtroppo, a causa di una legge emanata nel 1999 per proteggere la privacy, che impedisce ai medici di divulgare le generalità del morto, le famiglie italiane coinvolte in un trapianto non possono più avere contatti, anche se lo desiderano entrambe. Non possono neanche scriversi, neppure in forma anonima».
Come lei e Maggie avete deciso di donare gli organi di Nicholas?
«Per noi è stata una decisione semplice. Nicholas era morto e il suo cuore continuava a battere solo grazie alle macchine. Non potevamo fare più nulla per salvarlo, ma speravamo che almeno un altro bambino potesse vivere. Invece sono state salvate cinque vite — incredibile — e altre due persone hanno riacquistato la vista».
Ricorda l’incontro con i bambini riceventi?
«Quando le porte si aprirono e i ragazzi entrarono, l’effetto fu travolgente. Alcuni sorridevano, altri erano in lacrime, altri erano timidi, ma erano tutti vivi. Molti di loro erano stati sul punto di morire. Fu allora che capii per la prima volta quanto fosse grande questa cosa. C’era anche la sensazione di come i genitori e i nonni sarebbero stati devastati. Si aveva la sensazione che ci fossero molte più persone coinvolte, persone le cui vite sarebbero state molto più povere se non le avessimo salvate».
Oggi però il numero degli organi disponibili in Italia non è ancora sufficiente. I pazienti in attesa sono quasi 8mila, tra cui 200 bambini. Qualche giorno fa è morto Tommaso, un ragazzo di 14 anni che aspettava da due anni e mezzo il trapianto di cuore. Cosa direbbe ad un genitore incapace di decidere?
«Direi: mi dispiace molto per la vostra perdita. Il dolore dura a lungo, ma poi diventa più facile. Una cosa che ha aiutato il nostro dolore è stato sapere che il dono degli organi di Nicholas ha salvato altri bambini e altri genitori da questo terribile dolore».
Che bambino era Nicholas, cosa gli piaceva, cosa vi manca di più di lui?
«Nicholas era molto intelligente e anche molto gentile. I suoi compagni di scuola dicevano che avrebbe giocato con tutti i bambini che non avevano qualcuno con cui giocare. Gli piaceva imparare e visitare posti nuovi. Amava anche il gelato e il pranzo da McDonald’s. Mi dispiace che non abbiamo potuto vederlo crescere e trovare la sua strada nella vita. Ma sono grato che sia ricordato da così tante persone».
Gli altri figli hanno capito la vostra scelta?
«Così come tanti bambini in Italia crescono sentendo parlare del bambino di 7 anni che ha salvato altri bambini (soprattutto quelli che frequentano la scuola intitolata a Nicholas Green), anche i nostri figli sono cresciuti sapendolo. Hanno incontrato persone che hanno ricevuto gli organi, sia quelle che Nicholas ha aiutato sia molte altre, e hanno visto quanto queste persone siano sane e grate».
Quando morì vostro figlio la legge ancora non c’era e voi per voi fu possibile incontrare chi ha beneficiato dei suoi organi. Questo vi ha aiutato?
«Per noi questi incontri, le email e le risate scambiate con i riceventi, sono state tra i risultati più preziosi della donazione. I riceventi hanno potuto vedere che non ce l’abbiamo con loro perché sono vivi mentre Nicholas è morto, e che nulla ci dà maggiore piacere di vederli sani e felici. Negli Stati Uniti le comunicazioni tra famiglie sono largamente incoraggiate».
Lei ha detto che il trapianto è democratico.
«È la più egualitaria delle procedure mediche, demolisce tutte le barriere: un senzatetto potrebbe avere il cuore di un milionario e viceversa».