Linguaggio inclusivo, Francesca Vecchioni: “Non è un limite, ma un’opportunità”
Allegra ZanniC’è una differenza fra outing e coming out, così come tra i termini “di colore” e “nero". E se tutti sanno che non ci si può rivolgere a una donna chiamandola “cagna”, non è altrettanto chiaro quanto possa essere inopportuno chiamare “signorina” una collega in contesti professionali. Se la società cambia, la lingua deve provare a tenere il passo, e se, come recita la famosa battuta di Nanni Moretti, “le parole sono importanti”, lo sono soprattutto quando si parla di gruppi di persone che sono e sono state discriminate e svantaggiate. Proprio per promuovere una comunicazione più corretta e inclusiva, la Fondazione Diversity ha scritto e diffuso le sue linee guida. Un lavoro, come spiega la presidente Francesca Vecchioni, nato grazie al dialogo con esperti e associazione e in continuo aggiornamento.
Questione di consapevolezza
I dubbi sul corretto uso di alcuni termini possono essere molti, ma una certezza c’è: il linguaggio inclusivo non ha regole date una volta per tutte. “La lingua c…
C’è una differenza fra outing e coming out, così come tra i termini “di colore” e “nero". E se tutti sanno che non ci si può rivolgere a una donna chiamandola “cagna”, non è altrettanto chiaro quanto possa essere inopportuno chiamare “signorina” una collega in contesti professionali. Se la società cambia, la lingua deve provare a tenere il passo, e se, come recita la famosa battuta di Nanni Moretti, “le parole sono importanti”, lo sono soprattutto quando si parla di gruppi di persone che sono e sono state discriminate e svantaggiate. Proprio per promuovere una comunicazione più corretta e inclusiva, la Fondazione Diversity ha scritto e diffuso le sue linee guida. Un lavoro, come spiega la presidente Francesca Vecchioni, nato grazie al dialogo con esperti e associazione e in continuo aggiornamento.
Questione di consapevolezza
I dubbi sul corretto uso di alcuni termini possono essere molti, ma una certezza c’è: il linguaggio inclusivo non ha regole date una volta per tutte. “La lingua cambia di continuo – spiega Vecchioni – e non esistono criteri assoluti, né principi immutabili nel tempo. Esistono parole che hanno un peso diverso, che sono percepite come offensive, che colpiscono le persone di cui o a cui si parla. La guida di Diversity vuole offrire una mappa per orientarsi in questo mondo”. Ecco ora spiegato che il termine “nero” è da preferirsi rispetto alla locuzione “di colore”, perché quest’ultima fa riferimento a un mondo in cui la pelle bianca è il punto di riferimento e tutte le altre etnie sono l’altro, l’eccezione. Anche modi dire comuni come “avere le palle” o “portare i pantaloni” mettono al centro gli uomini e la virilità come punto di riferimento. Spesso c’è solo un po’ di confusione: il coming out è l’affermazione in pubblico di una persona della propria appartenenza alla comunità LGBT+, l’outing invece è quando sono altri a rivelarlo. “È chiaro che si può sempre fare un errore o usare una parola scorretta, se non si conosce il tema. Ma una volta che si sa – sottolinea Vecchioni – continuare a usare termini offensivi è una scelta. Le parole sono strumenti molto potenti”.
Non si tratta di censura
Intenti censori non ce ne sono, né vogliono esserci. Lo spiega bene Vecchioni: “La frase ‘Non si può più dire niente’ è un’obiezione falsa: insultare o offendere non è mai stato bello. L’inclusività nella lingua non è qualcosa che blocca, anzi è qualcosa che aiuta a comunicare meglio, a farsi capire, a permettere alle diverse generazioni di parlarsi fra loro. Le persone che si dicono disturbate dall’uso di parole migliori, forse, sono quelle che non devono preoccuparsi di essere offese o sminuite”.
Le persone al centro
Per costruire il vademecum, la fondazione si è rivolta ai diretti interessati, alle comunità meno rappresentate. “La prima regola è sempre capire come le persone vogliono essere rappresentate, perché alcuni termini riducono la percezione che abbiamo delle persone” dice Vecchioni. È il caso delle persone con disabilità o delle donne, verso cui spesso e volentieri si rivolgono termini che lasciano trasparire un approccio paternalistico, di superiorità. “Sono questioni più delicate – continua la presidente di Diversity -, parole con cui si riduce il potere di un gruppo. Facciamo l’esempio delle persone con disabilità: locuzione come “affetto da...”, “portatore di...” o “costretto in sedia a rotelle” depotenziano la persona, la sminuiscono e rafforzano uno stereotipo di fragilità”. Un modo di relegare, tramite la lingua, un’ampia fetta della popolazione a una condizione di minoranza, spesso relegando le persone a una sola delle loro caratteristiche.
Non sono solo parole
Il discorso sulla lingua non è una questione di lana caprina, né un tema che può interessare a pochi esperti o operatori della comunicazione. Le discriminazioni si organizzano su una piramide: gli omicidi e le violenze sono solo l’apice, una punta che poggia su un’ampia base fatta di discriminazione sistematica, stereotipi e microagressioni. “Le parole che usiamo creano stereotipi e alimentano i bias, quei pregiudizi inconsapevoli che poi hanno influenza anche sul nostro comportamento – conclude Vecchioni -. Se agiamo sulle nostre parole, possiamo avere effetti anche su fenomeni su cui pensiamo di non avere alcun potere: discriminazioni, violenze, femminicidi, genocidi”.