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La biologa del Cnr: “Microplastiche, le nostre reti sempre piene. Solo un trattato potrà salvarci”

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Francesca Garaventa: “Ne siamo circondati. La plastica in sé è inerte, ma durante la produzione è trattata con gli additivi più vari. Anche il colore influenza la pericolosità per la salute”
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La rete è sempre piena. Non c’è spedizione in mare che lasci Francesca Garaventa e i suoi colleghi senza microplastiche da portare in laboratorio per le analisi. «Trainiamo reti che filtrano l’acqua e raccolgono frammenti fini anche di 10 micron. Poi li studiamo in laboratorio» racconta la biologa del Cnr che lavora a Genova per l’Istituto per lo studio degli impatti antropici e la sostenibilità in ambiente marino.

Quanto è difficile analizzare le microplastiche? Possiamo farlo tutti ad esempio con l’acqua potabile che beviamo?

«Non sono esami semplici. Noi usiamo uno spettrometro a raggi infrarossi che costa più di 100mila euro e ha bisogno di tecnici specializzati. Purtroppo non esistono analisi a portata di mano per le microplastiche».

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La rete è sempre piena. Non c’è spedizione in mare che lasci Francesca Garaventa e i suoi colleghi senza microplastiche da portare in laboratorio per le analisi. «Trainiamo reti che filtrano l’acqua e raccolgono frammenti fini anche di 10 micron. Poi li studiamo in laboratorio» racconta la biologa del Cnr che lavora a Genova per l’Istituto per lo studio degli impatti antropici e la sostenibilità in ambiente marino.

Quanto è difficile analizzare le microplastiche? Possiamo farlo tutti ad esempio con l’acqua potabile che beviamo?

«Non sono esami semplici. Noi usiamo uno spettrometro a raggi infrarossi che costa più di 100mila euro e ha bisogno di tecnici specializzati. Purtroppo non esistono analisi a portata di mano per le microplastiche».

Come possiamo difenderci?

«Ne siamo circondati. Anche quando raccogliamo i campioni stiamo attenti a indossare vestiti di cotone, perché i tessuti sintetici potrebbero contaminare l’acqua da analizzare falsando i dati. Con il Covid indossavamo mascherine fucsia: così ci saremmo accorti se una microplastica proveniva da noi»..

Che idea si è fatta sui rischi?

«La plastica in sé è inerte, ma durante la produzione è trattata con gli additivi più vari. Alcuni la rendono più dura, altri più malleabile o la colorano. Il rischio per la salute deriva soprattutto dagli additivi. Colleghi spagnoli hanno somministrato polietilene alle larve di riccio di mare. Il polietilene in sé non causava danni, ma quello blu provocava problemi alla salute più di quello verde, che a sua volta era più pericoloso di quello arancione».

Cosa può fare ciascuno di noi?

«Da soli non si può fare molto. Servirebbero filtri per la depurazione più efficienti, etichette per gli oggetti di plastica simili a quelle dei cibi con l’elenco degli additivi e un trattato internazionale che ponga dei limiti alla produzione, come quello attualmente in corso di negoziazione alle Nazioni Unite. Per un accordo servirebbe la collaborazione di tanti settori produttivi, dal mondo petrolifero al manifatturiero».

Lei personalmente cosa fa?

«Bevo l’acqua del rubinetto con un filtro. Più delle microplastiche però mi preoccupano i nuovi contaminanti emergenti che non sono nemmeno nelle liste delle sostanze da controllare. Ad esempio il mare, e le acque in generale, contengono i principi attivi dei farmaci che abbiamo assunto e poi espulso nelle acque reflue, benzodiazepine in primis».

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