Cento anni e non sentirli: “La magia della radio è la sua intimità”
di Giuliano AluffiFa un secolo oggi la radio, il mezzo che, nelle parole di ieri dal Presidente Sergio Mattarella, è stato «un pilastro nella costruzione civile e democratica del nostro Paese, diffondendo il pluralismo, promuovendo il dialogo e la partecipazione, trasmettendo alfabetizzazione e cultura».
Così sembra meno lontano quel 6 ottobre 1924 in cui la violinista Ines Viviani Donarelli pronunciò tremando: «Unione radiofonica italiana, stazione di Roma, concerto sinfonico inaugurale. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto e la nostra buonasera», perché la radio il suo secolo lo porta benissimo: sono stimati in 35.252.000 gli italiani che nel 2024 ascoltano una radio durante la giornata. «I numeri oggi mostrano ascolti molto buoni. E fatturati importanti: i soldi spesi in pubblicità radiofonica rendono più di quelli televisivi, perché la radio è più vicina al cuore delle persone e il messaggio passa di più» spiega Linus, direttore editoriale delle Radio Gedi e direttore artistico di …
Fa un secolo oggi la radio, il mezzo che, nelle parole di ieri dal Presidente Sergio Mattarella, è stato «un pilastro nella costruzione civile e democratica del nostro Paese, diffondendo il pluralismo, promuovendo il dialogo e la partecipazione, trasmettendo alfabetizzazione e cultura».
Così sembra meno lontano quel 6 ottobre 1924 in cui la violinista Ines Viviani Donarelli pronunciò tremando: «Unione radiofonica italiana, stazione di Roma, concerto sinfonico inaugurale. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto e la nostra buonasera», perché la radio il suo secolo lo porta benissimo: sono stimati in 35.252.000 gli italiani che nel 2024 ascoltano una radio durante la giornata. «I numeri oggi mostrano ascolti molto buoni. E fatturati importanti: i soldi spesi in pubblicità radiofonica rendono più di quelli televisivi, perché la radio è più vicina al cuore delle persone e il messaggio passa di più» spiega Linus, direttore editoriale delle Radio Gedi e direttore artistico di Radio Deejay, Radio Capital e One Podcast. «La forza della radio oggi è nella sua ubiquità — non serve più la radio di bachelite dei nonni perché la radio è nei telefoni, nella tv, nel computer — e nella sua presenza in ogni momento, nel senso di complicità quasi “clandestina” che infonde. Questo ne fa un mezzo inimitabile: ridotta alla sua essenza, la radio è una voce che ti parla, e siccome l’ascolti sempre in modalità intima — perché ti accompagna mentre lavori, mentre corri e guidi l’auto — è una presenza che avverti come molto più fisica e presente di qualsiasi realtà digitale. Me ne rendo conto quando incontro la gente che mi ascolta: hanno un livello di confidenza sempre sorprendente, indotto dalla magia della radio».
Già, il cuore di questo mezzo rimane caldo: e se lo spirito della radio è sempre lo stesso, tante sono state le evoluzioni che ha vissuto insieme alla cultura e al costume del nostro Paese. Dalle visioni futuriste di Filippo Tommaso Marinetti, che nel ’33 vedeva “la Radia” come una forza che affrancava la parola dal gesto e “immensificava lo spazio”, all’innamoramento collettivo di un Paese per la narrazione seriale con “I quattro moschettieri” (1934-38), che fa raddoppiare gli abbonati. Dall’annuncio di Badoglio dell’armistizio dell’8 settembre (in diretta da via Asiago) a quello gioioso («Interrompiamo le trasmissioni per una notizia straordinaria. La guerra è finita!») di un Corrado Mantoni appena ventunenne il 25 aprile ’45. Dalla prima diretta del Festival di Sanremo, nel 1951, alla crisi di identità e di senso che coglie la radio dopo l’arrivo in Italia, nel 1954, della televisione. Sarà nel decennio seguente che verrà trovata la strada più sicura per rivendicare l’autonomia della radio: il lavoro sul linguaggio, sulla vicinanza a chi ascolta e sulla creatività.
Gli anni ’60 e ‘70 vedono infatti l’esplosione di informalità e spensieratezza con cui geniacci — e “zii” ideali e informali degli italiani tutti — come Arbore e Boncompagni, da “Bandiera Gialla” (1965-70) ad “Alto Gradimento” (1970-76), modernizzarono la radio rendendola “pop” nel senso più anarchico e divertente del termine. La radio trova così la sua strada, oltre la dizione perfetta e i testi approvati per essere letti pari pari. Il boom delle radio private a partire dal 1976 fu l’ultimo tocco al quadro, sempre più variegato, che dura tutt’oggi, insieme al consolidamento dei radiocolossi di portata nazionale, che sono oggi, insieme alla Rai, i centri di gravità di questo universo vibrante e alla felice portata di tutte le orecchie.