Su Instagram ha mezzo milione di follower, su TikTok 4 milioni di like, per strada lo fermano i ragazzi e gli dicono “grazie a te ho cambiato facoltà, ora faccio quel che mi piace”. “Classicista innamorato”, autodidatta, romagnolo, coi suoi vent’anni portati così, con un cespuglio ordinato di riccioli in testa e gli occhiali alla mastroianni, Edoardo Prati sarà dal 7 ottobre in teatro con Cantami d’amore, il suo primo spettacolo che da Bologna (dove è già sold out) lo porterà in quaranta città fino al prossimo aprile. A Che tempo che fa sarà ospite fisso. Finalmente un giovane che viene preso sul serio, “ma cerco di non pensarci perché sto per andare in autocombustione per la strizza”.
L’hanno chiamata influencer, divulgatore, chi è Edoardo Prati?
“Mi piacerebbe poter dire di essere un umanista nel senso quattrocentesco del termine: sotto questo ombrello posso essere un artista in teatro, una persona che legge libri sui social, uno studente in formazione al quale piace coinvolgere nel…
Su Instagram ha mezzo milione di follower, su TikTok 4 milioni di like, per strada lo fermano i ragazzi e gli dicono “grazie a te ho cambiato facoltà, ora faccio quel che mi piace”. “Classicista innamorato”, autodidatta, romagnolo, coi suoi vent’anni portati così, con un cespuglio ordinato di riccioli in testa e gli occhiali alla mastroianni, Edoardo Prati sarà dal 7 ottobre in teatro con Cantami d’amore, il suo primo spettacolo che da Bologna (dove è già sold out) lo porterà in quaranta città fino al prossimo aprile. A Che tempo che fa sarà ospite fisso. Finalmente un giovane che viene preso sul serio, “ma cerco di non pensarci perché sto per andare in autocombustione per la strizza”.
L’hanno chiamata influencer, divulgatore, chi è Edoardo Prati?
“Mi piacerebbe poter dire di essere un umanista nel senso quattrocentesco del termine: sotto questo ombrello posso essere un artista in teatro, una persona che legge libri sui social, uno studente in formazione al quale piace coinvolgere nel proprio percorso gli altri perché se la letteratura non è per tutti allora non è per nessuno”.
Con tutto quel che è successo nelle ultime settimane attorno al ministero della Cultura, ci vuol tenacia a parlare di sapere.
“Un po’ sì... Io credo che dal ministero meritiamo serietà e la merita lo stato disastroso della cultura in Italia. Invece è come se in politica fosse tutto concesso e su questo si monopolizza il servizio pubblico”.
Molti la vedono come un alieno nella sua generazione.
“Ma io alieno non lo sono per niente! E’ molto più facile dire che io sia un prodigio piuttosto che ammettere di essersi sbagliati verso un’intera generazione che è tra le più attente: a sé stessa, all’aspetto psicologico, anche troppo. Soffro molto della mia idealizzazione: ho pregi, qualche talento, ma ritrovabili in tanti altri”.
Si arrabbia quando le dicono che non sembra un ventenne?
“Sì, perché esiste una discriminazione anagrafica nei confronti dei giovani: il nostro pensiero è automaticamente delegittimato dall’età. Ma riuscire a recuperare la forza e l’importanza innovativa delle idee dei ragazzi sarebbe un bel passo per tutti”.
Debutta in teatro con “Cantami d’amore”. Lei cosa sa dell’amore?
“Quello che ho imparato dalle storie degli altri e che ha preso consistenza solo quando l’ho vissuto su di me. Dante io l’ho capito quando mi sono innamorato della mia fidanzata. Il mio è l’amore della Vita Nova, quello che nobilita, non quello petrarchesco che fa del sentimento una colpa perché lo distrae dalla preghiera. Noi non siamo mai originali, rimescoliamo le tessere come in un mosaico. Ma dell’amore provo a saperne sempre di più perché mi sembra il sentimento più importante dal punto di vista umano, emotivo e politico”.
“L’amore”, dice nel suo spettacolo, “è la cosa meno fascista che esiste”. Perché? E cosa significa essere antifascista oggi?
“Significa rinunciare a un sentimento di pancia che risponde alla paura con l’illusione dell’ordine e della sicurezza. La nostra è un’epoca di terrorismo psicologico, di incognite, di incertezze, di guerre e di confini e per questo è facile che il terrore rinasca e il fascismo si riproponga come un freno istintivo. Ma questa paura andrebbe canalizzata in positivo, rinunciando a qualche presunta sicurezza. Per questo credo che la forma più alta di antifascismo oggi sia innamorarsi: amare significa rinunciare alla paura, perché l’amore non ha paura di nulla”.
Studiare i classici è la sua ribellione?
“Assolutamente sì, è il mio ’68, la mia forma di resistenza. Scegliere lettere classiche, voler essere un umanista nel 2024 è anche un atto politico”.
Ha detto che le parole hanno un potere erotico. Quando l’hanno sedotta?
“In prima elementare con Geronimo Stilton: è stato come lo stappo di una bottiglia perché per la prima volta sono riuscito a decodificare una sequenza di lettere comprendendone il senso”.
Repubblica delle Idee 2024, Bologna - Chiara Valerio e Edoardo Prati, dialogo su emozioni e fraintendimenti. Da Dante al Conte di Montecristo, il primo amore è un classico
Il libro della vita?
“Non credo di averlo, cambio di continuo con le letture, le vivo con estremo trasporto. Però mi piace moltissimo la Gerusalemme liberata di Tasso. E poi Pascoli, è dirompente”.
Ma sta piangendo?
“Si rende conto? Non riesco a parlare e a leggere ad alta voce L’aquilone. Quando dice di una mamma e del figlio morto “ti pettinò co' bei capelli a onda tua madre...adagio, per non farti male”. Non ce la faccio”.
Perché i classici?
“Hanno un’intrinseca capacità di essere riletti in ogni epoca e significare ogni volta qualcosa di diverso. Certo a studiarli con metodo scientifico vanno riportati al loro tempo, ma io sono soprattutto un lettore appassionato. E poi perché sono in grado di rinnovarsi di anno in anno: come la Fenice possono diventare cenere e rinascere nella sensibilità dei posteri”.
Contemporanei?
“Amo Paolo Nori, Borges, Yasmina Reza”.
Li finisce tutti i libri che inizia?
“Con qualche eccezione. Alcuni stanno a metà, sul comodino, se li guardo mi mettono ansia e non hanno più il sapore di novità, aspetto di essere su un’isola deserta con una noce di cocco per finirli”.
Chi non sopporta, letterariamente parlando?
“Leon Battista Alberti. Nell’autobiografia non fa altro che dire “quanto sono bravo”. Intimamente devo ammettere che ha ragione, ma mi irrita!”
Viventi?
“Fa prima a darmi un coltello che mi faccio fuori da solo…”
E’ già un politico.
“Sono un pacifista”.
Un’ispirazione?
“I miei prof del liceo e quella di letteratura italiana qui a Bologna”.
Che studente era?
“Mai stato davvero un secchione. Durante matematica avevo l’Orlando Furioso sotto il banco che mi narrava cose bellissime di Bradamante”.
La escludevano?
“Qualcuno, ma lì ho trovato la mia compagna, la mia migliore amica con cui divido l’alloggio e il vitto visto che cucina lei. E’ stato un periodo della vita strano perché sono stato più volte il contrario di me stesso: è la regola più bella della scuola pubblica”.
In che senso?
“Sono anni in cui ti presenti dentro un’aula e hai il sacrosanto diritto di essere un giorno un artista, un giorno matematico, un giorno sportivo. Emancipiamoci da questa idea che va di moda ultimamente secondo cui si deve trovare la propria unità; ma unità di che in terza superiore? E’ una proiezione estremamente capitalista della scuola”.
Cosa è capitalista?
“L’idea che al liceo già devi strutturarti per scegliere la facoltà dell’università che poi sarà il tuo lavoro il cui obiettivo massimo è diventare ricco. Quelli sono anni di formazione dell’individuo, non possono essere inquinati da altro. Se ti piace il latino fai lettere classiche! Poi l’occasione ti si presenta se sei soggetto agente della tua vita e non soggetto agito”.
Tempo libero ne ha?
“Ora poco, ma mi piace andare in montagna, la mia stanza è piena di disegni di funghi appesi ai muri. C’è anche una cartina dell’impero romano, delle shop bag e una libreria su cui non ci sta più nulla”.
Avrei detto che fosse un maniaco dell’ordine.
“Lo sarei, ma non ho posto, sono uno studente fuorisede come tanti”.
Il look è da prof.
“Ma io non vengo affatto da una famiglia di accademici, tutt’altro, non sono uno da cachemirino, quello che indosso l’ho preso in un negozietto di seconda mano a Bologna”.
Ha la canzone del maggio di De André tatuata sul braccio, che musica ascolta?
“Cantautorato italiano. E lirica, che ci posso fare se mi piace…”.
Niente trap? Lei dissa al massimo dissi Petrarca?
“E l’ho fatto in questa intervista! La trap non fa parte dei miei gusti, è troppo veloce, io sono meditativo”.
Ha anche difetti?
“Sono un po’ procrastinatore seriale. E quando sto male non ce n’è per nessuno, se ho il morale basso mi annebbio anche con gli amici”.
Cosa la fa arrabbiare?
"L’illogicità. Mi fa sentire impotente”.
Cosa la fa ridere?
"I meme, i gattini, la mia compagna di casa, la mia fidanzata, storpiare le parole, gli scenari surreali”.
Parla di felicità, di dolcezza, di amore, mentre il mondo è in fiamme. Cosa le fa paura?
"La cattiveria imprevedibile”.
Il suo motto?
"’Cerco del viver mio novo consiglio; E veggio ’l meglio, e al peggior m’appiglio’. Alla fine, incredibile, è un verso di Petrarca che mi rappresenta”.