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Simone Inzaghi, il fratello silenzioso sotto i riflettori suo malgrado

Simone Inzaghi 

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Il tecnico nerazzurro ascoltato dalla Mobile sul suo rapporto con gli ultrà nerazzurri dopo gli arresti
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MILANO — Parlare con la polizia di quel che si è detto con un capo ultrà. Difficile immaginare una situazione in cui si possa sentire meno a suo agio Simone Inzaghi, a cui parlare piace poco in generale. È schivo al punto che, durante la bufera delle polemiche per le troppe sconfitte dell’Inter nel campionato 2022/23, si limitava a dire: «Per me parlerà il campo». E lo ha fatto: prima raggiungendo la finale di Champions a Istanbul, poi vincendo la seconda stella. Se può, evita le conferenze stampa prima delle partite. E ai tempi della storia con Alessia Marcuzzi, da cui ha avuto un figlio, chiedeva stupito ai compagni della Lazio cosa potesse interessare alla gente di chi sta con chi. Ora come allora: articoli, foto, copertine.

Il mondo di Inzaghi

L’audizione della squadra Mobile è arrivata durante la sosta per le nazionali. È un bene, perché non lo distoglie dalla preparazione di una partita. Ma è anche un male, perché niente gli dà conforto come l’adrenalina delle gare. Non il padel…

MILANO — Parlare con la polizia di quel che si è detto con un capo ultrà. Difficile immaginare una situazione in cui si possa sentire meno a suo agio Simone Inzaghi, a cui parlare piace poco in generale. È schivo al punto che, durante la bufera delle polemiche per le troppe sconfitte dell’Inter nel campionato 2022/23, si limitava a dire: «Per me parlerà il campo». E lo ha fatto: prima raggiungendo la finale di Champions a Istanbul, poi vincendo la seconda stella. Se può, evita le conferenze stampa prima delle partite. E ai tempi della storia con Alessia Marcuzzi, da cui ha avuto un figlio, chiedeva stupito ai compagni della Lazio cosa potesse interessare alla gente di chi sta con chi. Ora come allora: articoli, foto, copertine.

Il mondo di Inzaghi

L’audizione della squadra Mobile è arrivata durante la sosta per le nazionali. È un bene, perché non lo distoglie dalla preparazione di una partita. Ma è anche un male, perché niente gli dà conforto come l’adrenalina delle gare. Non il padel. Nemmeno i pomeriggi al parco a Milano con i figli avuti dall’attuale moglie, Gaia Lucariello, che lo fa stare calmo anche quando tutto intorno c’è il caos. Il centro del suo mondo resta il pallone. «Studiava tutto, sapeva bene chi lo avrebbe marcato e le caratteristiche di ogni singolo avversario», ha detto di lui Sven-Göran Eriksson, suo allenatore ai tempi dello scudetto laziale. Il suo maestro. Uno convinto che i giocatori per dare il massimo debbano essere sereni. Le pressioni, in campo e fuori, sono tutte di chi sta in panchina. E Simone le sopporta bene, anche meglio di Pippo.

Simone Inzaghi e il rapporto con Pippo

Per i due Inzaghi, la domanda è sempre stata quella: chi è il fratello di chi? La risposta, pur mutata nel tempo, era e resta semplice. Da calciatori Simone era il fratello di Pippo, più grande di tre anni e molti gol. Ora che allenano entrambi in nerazzurro — il Pisa il primogenito, l’Inter il secondo — il rapporto è invertito. Quando in tempi diversi si è chiesto loro come ci si senta ad essere fratello di un fuoriclasse, hanno dato un’identica risposta: «Tifo per lui, non si può essere invidiosi di un fratello». Non è vero per tutti ma lo è senz’altro per loro, simbiotici al punto che Simone festeggiava in campo le Champions vinte da Pippo. E Pippo ha definito Simone, in finale di Champions, «migliore allenatore d’Europa». La Fifa lo ha certificato al terzo posto, dietro a Guardiola e Spalletti. Non stupisce che quando un top club resta senza guida si faccia sempre il suo nome come “perfetto sostituto”. L’ultimo, il Manchester United.

Inzaghi e il rapporto con gli ultrà dell’Inter

Questa volta Pippo non ha potuto essere al suo fianco, nella stanza in cui Simone ha incontrato gli uomini della Mobile. Ha raccontato loro di quella telefonata in cui il capo ultrà Marco Ferdico gli chiedeva 200 biglietti per la finale col City, e lui rispondeva: «Parlo con Ferri, Zanetti e Marotta». Un modo per toglierselo di dosso, ha spiegato a chi gli è vicino. Ma vallo a spiegare al tribunale dei social, che lo ha condannato anche se non è indagato, come non lo è nessuno fra tesserati, dipendenti e dirigenti di Inter e Milan, «danneggiate in questa vicenda», come ha detto il procuratore di Milano Marcello Viola.

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