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Albania, sbarre alle finestre, droni e poliziotti nel centro che aspetta i primi esiliati

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Pavimenti verdi “per rilassare”. Una sala con gli schermi per i processi da remoto.
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Shengjiin (Albania) — Qualche quadrato di cielo potranno vederlo, dalle sbarre, i primi migranti incarcerati all’estero dallo Stato italiano. E anche piccole porzioni delle colline verdi di pini e macchia mediterranea che sovrastano Gjader, il villaggio albanese dove ora sorge il primo centro di trattenimento in terra straniera nella storia della nostra Repubblica. Nelle celle ci finiranno se commetteranno reati nel bunker costruito sulle ceneri dell’ex aeroporto militare del regime comunista, riabilitato dall’accordo di novembre fra Giorgia Meloni e il premier albanese Edi Rama. Se, per esempio, reagiranno con rabbia al verdetto della commissione che dirà che no, loro non potranno godere della protezione internazionale. Se invece accetteranno rassegnati il loro destino di respinti, dovranno aspettare in altre celle, praticamente uguali a quelle penitenziarie, in attesa che le autorità del loro Paese di provenienza accettino di riprenderseli. Se così non sarà, aspetteranno per settima…

Shengjiin (Albania) — Qualche quadrato di cielo potranno vederlo, dalle sbarre, i primi migranti incarcerati all’estero dallo Stato italiano. E anche piccole porzioni delle colline verdi di pini e macchia mediterranea che sovrastano Gjader, il villaggio albanese dove ora sorge il primo centro di trattenimento in terra straniera nella storia della nostra Repubblica. Nelle celle ci finiranno se commetteranno reati nel bunker costruito sulle ceneri dell’ex aeroporto militare del regime comunista, riabilitato dall’accordo di novembre fra Giorgia Meloni e il premier albanese Edi Rama. Se, per esempio, reagiranno con rabbia al verdetto della commissione che dirà che no, loro non potranno godere della protezione internazionale. Se invece accetteranno rassegnati il loro destino di respinti, dovranno aspettare in altre celle, praticamente uguali a quelle penitenziarie, in attesa che le autorità del loro Paese di provenienza accettino di riprenderseli. Se così non sarà, aspetteranno per settimane, mesi, dentro stanze spoglie, con i tavolini in ferro piantati sul cemento, metallici come i lavabo e i water. Sperando di tornare nell’agognata Italia, la meta dalla quale sono stati dirottati, con un decreto di espulsione da tentare di violare. Di certo, non resteranno in Albania, assicurano i poliziotti e i funzionari dell’ambasciata italiana nel Paese delle Aquile, che ieri hanno aperto le porte dei due centri di accoglienza e rimpatrio dove si sta sperimentando l’ultima frontiera nella gestione dei flussi migratori.

La prima nave è prevista domani mattina. È la Libra, corvetta della marina militare. I primi sedici “maschi adulti” che dovranno far da cavia per testare il nuovo sistema di trasferimento migratorio dal Mediterraneo centrale all’Adriatico, erano in un’imbarcazione al largo di Lampedusa. Il primo piede sulla terraferma lo metteranno sulla banchina del porto di Shengjjn, dunque in territorio albanese. Ma saranno solo pochi passi, e sarà uno dei rari momenti nei quali, in caso di disordini, la polizia del posto interverrà, per competenza, sul suo territorio. Subito dopo si apriranno le grigie porte metalliche del centro di accoglienza costruito nel sedime portuale. Qui troveranno un grande piazzale pavimentato con un verde tenue, perché, spiega chi organizza l’accoglienza, «è un colore che rilassa». Quindi saranno accolti in una sala d’attesa, rifocillati. Gli operatori sociali della cooperativa Medihospice, che ha vinto la gara d’appalto da 134 milioni di euro per la gestione dei centri, consegneranno loro scarpe, tute nuove e indumenti più degni degli stracci che indossano, consumati dalla salsedine e dalla sudore della traversata.

Le signore delle pulizie si affaccendano nelle retrovie di questa inedita prova di efficienza italica in terra straniera, tra le mimetiche dei militari dell’esercito e le divise di polizia e carabinieri. La missione da 800 milioni di euro per la quale la presidente del Consiglio si gioca tutto il suo prestigio internazionale, il modello che vorrebbe esportare in Europa, coinvolge per ora centocinquanta tra agenti e militari, coordinati dall’ambasciata a Tirana e da un dirigente della polizia di Stato, Massimo Scannicchio, incaricato di attuare il protocollo di collaborazione Italia-Albania «in materia migratoria». Nei locali tutto ora è lindo, sono ancora incellofanati i lettini e i paraventi del secondo ambulatorio, dove potranno stare, isolati, i ragazzi con la scabbia o altre malattie infettive. Se qualcuno di loro avrà seri problemi di salute, sarà trasferito in un ospedale nella vicina Lezhe - Alessio è il nome italiano - o a Tirana. Con l’aeroporto della capitale si sta anche trattando per i voli di rimpatrio, i primi dei quali potrebbero essere necessari già fra qualche mese. Ma non si esclude anche il viaggio in nave, ad esempio, una traversata dal porto di Valona o di Durazzo a Tunisi o a Tripoli, sempre che i governi vogliano indietro chi è fuggito da loro ed è rimasto invischiato nella trappola ordita da Meloni.

Ma se nel primo centro, quello da cui si guarda il mare, tutto è organizzato per le procedure di rito - la preidentificazione, la raccolta delle impronte, la fotosegnalazione la somministrazione dei moduli per le richieste di asilo - è nel centro su in collina, dopo lunghi viali cadenzati da inferriate e recinzioni, nel silenzio collinare rotto dal ronzio dei droni, che si incontra quella che è la vera novità di questa magnifica operazione di esternalizzazione della sicurezza. E’ all’interno dell’ultimo edificio. Ai muri sono appesi i poster della polizia penitenziaria, foto di agenti orgogliose con i loro baschi blu, nei corridoi i roll up del ministero della Giustizia. Nell’infermeria - la sistemazione è temporanea - è pronto un medico albanese con le sue assistenti. Infine le celle squadrate dove chi verrà trattenuto o arrestato potrà sperare nel diritto di uno Stato che è altrove. Una giustizia da remoto fatta di sale destinate ai colloqui con gli avvocati, televisori appesi con i quali ci si potrà collegare con gli uffici della procura di Roma ed essere processati. E assolti o condannati senza aver messo mai piede nella terra promessa.

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