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Migranti, la Mare Jonio fermata a Porto Empedocle per “salvataggio non autorizzato dallo Stato di bandiera”. Mediterranea: “Non ci impedirete di restare umani”

Migranti a bordo della Mare Jonio (foto di Mediterranea) 

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La nave italiana della flotta civile è stata bloccata. Mentre sulla Libra venivano trattenute 16 persone, al largo della Libia ha soccorso 58 tra egiziani e bengalesi
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Terzo fermo e terza multa per la Mare Jonio di Mediterranea, unica nave della flotta civile a battere bandiera italiana. "Questa volta - fanno sapere da bordo - la motivazione adottata è gravissima: siamo accusati di svolgere attività di soccorso 'senza l'autorizzazione dello Stato di bandiera. Una motivazione pretestuosa e persecutoria ". Dopo l’attacco frontale della premier Giorgia Meloni a Sea Watch, è l’ennesimo fronte che il governo, impegnato nell’operazione Albania, apre con le ong.

Cinquantotto naufraghi a bordo

Il blocco per Mare Jonio è arrivato a Porto Empedocle, dove la nave è approdata con a bordo 58 naufraghi soccorsi nelle stesse ore in cui sulla Libra della Marina militare venivano trattenuti 16 naufraghi egiziani e bengalesi perché dest…

Terzo fermo e terza multa per la Mare Jonio di Mediterranea, unica nave della flotta civile a battere bandiera italiana. "Questa volta - fanno sapere da bordo - la motivazione adottata è gravissima: siamo accusati di svolgere attività di soccorso 'senza l'autorizzazione dello Stato di bandiera. Una motivazione pretestuosa e persecutoria ". Dopo l’attacco frontale della premier Giorgia Meloni a Sea Watch, è l’ennesimo fronte che il governo, impegnato nell’operazione Albania, apre con le ong.

Cinquantotto naufraghi a bordo

Il blocco per Mare Jonio è arrivato a Porto Empedocle, dove la nave è approdata con a bordo 58 naufraghi soccorsi nelle stesse ore in cui sulla Libra della Marina militare venivano trattenuti 16 naufraghi egiziani e bengalesi perché destinati ai centri in Albania.

Sulla carta l’equipaggio di Mediterranea non avrebbe dovuto farlo, o meglio questo – spiegano dall’ong – era il vero obiettivo dell’ordine arrivato non più tardi di una settimana fa dalla“squadra anti-ong” della Guardia Costiera in seguito a una maxi-ispezione. “Sbarcate tutti i dispositivi di soccorso”.

Come imposto, l’equipaggio ha smontato gli shelter – i capannoni destinati ai naufraghi – e portato giù le lance veloci. E in missione di monitoraggio ci sono andati lo stesso. Quando è arrivata una segnalazione di Alarm phone, nessuno l’ha ignorata.

Migranti con segni di tortura

Su un barcone malconcio c’erano 58 persone. Uomini e ragazzi, tutti provati da intemperie, paura, stenti. “Erano partiti da Zuwara, non bevevano e non mangiavano da giorni”, dicono da bordo. Quasi tutti – spiegano - avevano addosso i segni di prolungate e ripetute torture. “Ma solo perché molti arrivano da Egitto e Bangladesh avrebbero rischiato di finire in Albania”. Tecnicamente, entrambi sono Paesi sicuri, o almeno tali li considera il Viminale, e tanto basta per finire a Shengjin.

"Andate a Napoli”

Inutilmente dalla nave hanno chiesto indicazioni e porto sicuro al centro di coordinamento e soccorso di Roma. Alle email inviate all’alba, la risposta è arrivata solo sette ore dopo: “Andate a Napoli”. A 750 chilometri e a quasi quattro giorni di navigazione dal luogo del salvataggio.

"Salvare vite umane è dovere etico e obbligo civile”

Inaccettabile per Mare Jonio, che ha continuato a far rotta verso Trapani, il porto di destinazione dichiarato alla partenza. Lungo la rotta è stata persino affiancata da due motovedette, dirottate da Lampedusa per scortare la nave fino a Napoli. “Una vera e propria intimidazione che non ha però fatto cambiare idea né rotta alla nave”, commentano da Mare Jonio. Nel frattempo, il carteggio con la Guardia costiera è continuato. A tarda sera ancora un cambio, la nave è stata spedita a Porto Empedocle. In una delle comunicazioni, si sottolineava: “Si ricorda che l’operazione di soccorso non è stata autorizzata”. Ed esattamente in questi termini è stato motivato il fermo. “Voglio dirlo chiaro al ministro Piantedosi e alla presidente del consiglio Meloni – dice la presidente di Mediterranea, Laura Marmorale - salvare vite umane in mare è un dovere etico e un obbligo giuridico. Non ci impedirete di restare umani".

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