Università, il decano Graziosi: “Se il Paese fa morire l’accademia poi non gli resta altro”
di Corrado ZuninoROMA – Professor Andrea Graziosi, quando è entrato nell’università italiana?
“Nel 1972, come studente della Federico II di Napoli. Lettere, indirizzo storico. Sapevo che avrei fatto quello nella vita. Avevo 18 anni, ma al secondo anno mi sono riscritto a Economia, volevo imparare qualcosa di nuovo. Sono 52 stagioni che frequento l’accademia, il primo novembre vado in pensione”.
Nel suo ruolo da docente, come l’ha vissuta?
"Fino agli anni Novanta marginalmente. A 29 anni, era il 1983, sono diventato ricercatore a tempo indeterminato di Storia economica e ho iniziato ad andare in giro per il mondo a studiare. Allora un ricercatore non poteva insegnare”.
Studiava l’Unione sovietica.
"Innanzitutto. E…
ROMA – Professor Andrea Graziosi, quando è entrato nell’università italiana?
“Nel 1972, come studente della Federico II di Napoli. Lettere, indirizzo storico. Sapevo che avrei fatto quello nella vita. Avevo 18 anni, ma al secondo anno mi sono riscritto a Economia, volevo imparare qualcosa di nuovo. Sono 52 stagioni che frequento l’accademia, il primo novembre vado in pensione”.
Nel suo ruolo da docente, come l’ha vissuta?
"Fino agli anni Novanta marginalmente. A 29 anni, era il 1983, sono diventato ricercatore a tempo indeterminato di Storia economica e ho iniziato ad andare in giro per il mondo a studiare. Allora un ricercatore non poteva insegnare”.
Studiava l’Unione sovietica.
"Innanzitutto. Era la stagione della grande crisi dell’Urss, poi ci fu l’apertura della perestrojka, il crollo dello stato del socialismo reale, l’accesso agli archivi. Per sedici anni ho spesso insegnato all’estero, Russia, Stati Uniti con Harvard e Yale, in Francia. L’università italiana la vedevo da lontano, e sentivo che per me non era facile essere accettato”.
Quando rientra in Italia?
"Alla fine degli anni 90, vinco un concorso come ordinario di Storia contemporanea e mi chiamano a Napoli, Scienze politiche, in una posizione riconosciuta. Il riconoscimento arriva grazie all’esperienza fatta all’estero. L’incontro, e il rientro, sono stati piuttosto traumatici, tanto che per la rabbia in quegli anni ho scritto un libretto, ‘L’università per tutti’. Avevo ancora negli occhi i college e l’organizzazione americana. Il presidente della Crui, il rettore della Statale Enrico Decleva, lo lesse e mi invitò a candidarmi per l’Agenzia Anvur. Ne sarei diventato presidente. Ho iniziato a studiare il nostro sistema perché mi ci trovavo male”.
Perché?
“L’Italia è in crisi dal 1992, aggravata a partire dal 2008. Negli anni del mio ritorno l’università italiana aveva conosciuto una grande crescita: da 200.000 a 2 milioni di iscritti, da 1.500 a 15.000 ordinari, atenei nuovi che nascono. Era giusto, l’università diventava di massa, ma quando ti allarghi troppo rapidamente ti dequalifichi. Serviva ristabilire livelli qualitativi minimi, più stringenti”.
Arriveranno più tardi con la Legge Gelmini, nel 2010.
"Dobbiamo sfatare un mito, la ‘240’ non è stata una cattiva legge. Riprendeva idee dei riformisti, del ministro precedente, Fabio Mussi: ha permesso di mettere mano al declassamento inevitabile all’interno di un allargamento positivo”.
Oggi, l’università italiana?
"E’ in una situazione peggiore, più rischiosa. Il Paese è in crisi conclamata, la demografia è debole, l’industria fatica, il nostro bacino linguistico è limitato. L’Italia è in sofferenza e mostra una tendenza al ribasso. Le università telematiche esprimono anche questo, oltre alla giusta differenziazione: una spinta oggettiva verso il basso, un decadimento qualitativo”.
Siamo un Paese senza materie prime, si sa.
"Istruzione e università restano il nostro settore cruciale, non abbiamo altre risorse oltre l’intelligenza. Sì, c’è il turismo, la grande offerta culturale, ma se non assicuriamo che l’università nei suoi venti atenei di più alto livello continui a produrre chimici, architetti, ingegneri che non sfigurano nel mondo, il problema si fa serio. Abbiamo questo nucleo di buona classe dirigente dal 1861: è stato uno dei grandi successi dei fondatori dello Stato italiano”.
L’attuale classe dirigente ha sbagliato a non puntare su una grande università di livello internazionale?
"Non abbiamo Harvard né Oxford, e forse avremmo potuto avvicinarci a quei modelli, ma oggi formiamo a livello diffuso laureati e dottorati di livello medio-alto. Abbiamo otto università nei primi trecento posti delle classifiche internazionali, ed è un bel risultato visto che competiamo con 20.000 realtà. Certo, sarebbe meglio averne una tra i primi dieci, ma la cosa principale è difendere questo nucleo di buone strutture: è un interesse nazionale. Oggi il settore forte è minacciato e il Paese deve rimettere l’università al centro. La situazione è particolarmente pericolosa. Quindici anni fa non avrei pensato in termini di emergenza, oggi sì”.
Diceva delle università telematiche?
"E’ provato che l’istruzione a distanza, sacrosanta, è inferiore a quella in presenza. Il rapporto con il docente conta, e conta ancora di più quello studente-studente. Molte discipline vanno insegnate in presenza con i laboratori: Fisica, Biologia, Genetica, Ingegneria meccanica. Non dobbiamo fare una guerra preventiva alle telematiche, rispondono a una domanda dal basso, ma se diminuiscono le iscrizioni agli atenei tradizionali bisogna fare alcune operazioni di salvaguardia. Serve una chiara differenziazione, un freno alla concorrenza al ribasso”.
Si può ragionare sul valore legale della laurea?
"Non ha senso l’abolizione del valore legale del titolo di studio, la laurea non conterebbe più niente all’estero. Deve, però, diventare un requisito minimo, di partenza, anche nel pubblico. C’è laurea e laurea. Nella situazione attuale, abbiamo visto, di crisi su diversi fronti, per molti giovani il titolo di studio dequalificato è sufficiente, ma devi costruire delle linee guida per giudicare le singole lauree. E’ stato un grande errore offrire alle telematiche la possibilità di fare il dottorato di ricerca. Certo, in Usa ci sono migliaia di università, online e no, dove si insegna anche la ricostruzione delle unghie, ma tutti sanno che sono un’altra cosa rispetto ai grandi atenei pubblici e privati”.
Ci fa un esempio della perdita per il Paese di fronte a un crollo dell’università italiana?
“Il nostro sistema medico, senza atenei di qualità non potrebbe esistere”.
Le risorse diminuiranno, già si vede con la prossima manovra finanziaria: ci sono 800 milioni in meno sul Fondo ordinario rispetto all’anno scorso.
"E quando finirà il finanziamento europeo del Pnrr, il momento si farà grave. Una buona università te la devi meritare, ma se le garantisci risorse, qualcun altro ne avrà di meno. La ministra Anna Maria Bernini farà il possibile per trovare i soldi, ma bisogna far capire al Paese intero che l’università non è un settore come gli altri. Se non si capisce questo, arriveranno i tagli lineari”.
Quali sono le buone ragioni per convincere l’opinione pubblica di questa scelta di fondo?
"Del sistema medico nazionale abbiamo già detto. Bene, parliamo dell’impresa italiana: secondo un luogo comune, le aziende private non hanno ricerca. Non è vero, la loro ricerca è proprio dentro l’università. L’industria e il sistema accademico sono molto integrati, in Lombardia, nelle Marche. Vogliamo tagliare la ricerca dell’industria italiana? Mi pare un argomento convincente a favore del sistema universitario”.
Un terzo buon argomento per convincere il Paese a finanziare l’università italiana è la necessaria contrapposizione ai tempi ascientifici, e astorici, che viviamo.
"Tutti oggi sanno leggere e scrivere e pensano di poter decidere qual è la verità per gli affari loro. Non vogliono più delegare e noi dobbiamo conquistarci la credibilità tutti i giorni. Questo è l’aspetto positivo del desiderio di un’autonomia culturale di massa, ma è indubbio che c’è un attacco alla scienza e all’autorità, in particolare, dei medici che fa grandi danni. Ci sono cose in cui è meglio ascoltare e l’università è un luogo autorevole. In America è evidente una ventata di anticonoscenza, di antiscientismo, che produce ignoranza e malattie. Viviamo in un mondo con tante verità, ma ci sono gerarchie chiare: forse è vero che Big Pharma è troppo concentrata sui profitti, ma grazie al Ddt abbiamo distrutto la mortalità infantile e grazie alle pillole che la farmaceutica ha prodotto nel tempo arriviamo a vivere fino a 83 anni. L’età si è allungata mica perché mangiamo il farro. Dobbiamo riconoscere le verità più importanti”.
Gli atenei italiani possono fare qualcosa per prevenire la crisi degli iscritti e dei finanziamenti?
“Il sistema si è moltiplicato negli anni in cui cresceva. Come chiudono le scuole dei piccoli comuni, a un certo punto si porrà il problema delle università che non ce la fanno. Non dovranno chiudere, ma federarsi sì. E fare sempre di più per attrarre studenti di qualità dall’estero”.
Esiste un problema di concorsi nell’accademia italiana?
“Si parla di università solo quando ci sono gli scandali. C’è un discorso falso e andrebbe smontato: i baroni non esistono quasi più. L’accademia è un posto abbastanza sano, l’ho capito da presidente dell’Anvur, visitando tanti atenei. Gli studenti che vanno all’estero in Erasmus si meravigliano che da noi si studi di più e si bocci di più. Ricordo, d’altro canto, che quando avevo 43 anni ed ero professore ordinario a Yale vedevo passarmi davanti colleghi italiani senza la stessa esperienza. Attribuirei questo problema al localismo che pervade molti ambienti. C’è sempre stato, a fine ‘800 il Governo mandava i professori lontano dalla città di riferimento per tre anni. La questione delle carriere interne esiste, ma prepotenze e mediocrità nell’università italiana sono inferiori rispetto ad altri settori”.
Si può rimediare alla crisi demografica con l’internazionalizzazione degli iscritti?
"L’Italia non è l’Olanda, Paese fortemente anglofono. Dobbiamo aprirci, ma dobbiamo tenere presente i nostri limiti linguistici. Non è semplice diventare un hub del Nordafrica e del Medio Oriente, aree fortemente instabili. Credo a grandi iniziative verso l’Africa subsahariana, in forte espansione. Aiuterebbe il nostro sistema a trovare un ruolo all’estero, ma per richiamare studenti in Italia devi potenziare i corsi in Inglese. Si potrebbe iniziare con il puntare di più su lauree magistrali e corsi dottorali".
In conclusione?
"Dobbiamo far capire quanto è importante l’università in un Paese in crisi, è fondamentale per la tenuta del Paese. Diciamo che negli ultimi trent’anni il sistema Italia è sceso di un gradino, ora potremmo scenderne altri due. E sarebbe letale. Ho paura che, di fronte a una crisi, la reazione possa essere di chiusura, invece bisogna sempre aprirsi”.
A 71 anni va in pensione.
"Sono contento, ma lavorerò più di prima. Tornerò a fare il ricercatore, un anziano ricercatore a tempo determinato”.