“I centri in Albania sono un investimento” ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, mentre a Shengjin già ci si affrettava a riportare indietro due minori e due “casi vulnerabili” troppo rapidamente trasferiti nei nuovi centri. Centotrentaquattro milioni di euro l’anno di costi, ha spiegato il giorno prima la premier Giorgia Meloni, sono poca cosa rispetto al miliardo circa che l’Italia destina all’accoglienza sul proprio territorio. In realtà – e senza tenere conto degli inciampi giuridici che rischiano di far saltare l’operazione - a fare i conti in tasca al governo, l’investimento non è poi così remunerativo e l’efficacia in termini dissuasivi è tutt’altro che certa. Al momento, l’intera operazione costa 297 euro per ogni migrante.
A Shengjin solo il 15% di chi tenta la traversata
I numeri li mette in fila Matteo Villa di Ispi. E sono al rialzo perché non tengono conto di quanti, pur arrivando da Paesi sicuri, sono immediatamente collocabili in categorie protette – donn…
“I centri in Albania sono un investimento” ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, mentre a Shengjin già ci si affrettava a riportare indietro due minori e due “casi vulnerabili” troppo rapidamente trasferiti nei nuovi centri. Centotrentaquattro milioni di euro l’anno di costi, ha spiegato il giorno prima la premier Giorgia Meloni, sono poca cosa rispetto al miliardo circa che l’Italia destina all’accoglienza sul proprio territorio. In realtà – e senza tenere conto degli inciampi giuridici che rischiano di far saltare l’operazione - a fare i conti in tasca al governo, l’investimento non è poi così remunerativo e l’efficacia in termini dissuasivi è tutt’altro che certa. Al momento, l’intera operazione costa 297 euro per ogni migrante.
A Shengjin solo il 15% di chi tenta la traversata
I numeri li mette in fila Matteo Villa di Ispi. E sono al rialzo perché non tengono conto di quanti, pur arrivando da Paesi sicuri, sono immediatamente collocabili in categorie protette – donne, minori, casi che necessitano di immediata assistenza sanitaria – dunque incandidabili al trasferimento in Albania. O da riportare immediatamente in Italia, come già successo ieri.
Nei nuovi centri – spiega Villa – posso stare in tutto 1.200 persone. Ragionando su i numeri del 2023, anche se le strutture funzionassero alla perfezione (e quella di Gjader in cui le ruspe sono ancora al lavoro venisse realmente finita), in Albania potrebbero finire solo 12mila delle 75mila persone arrivate negli ultimi 12 mesi. Traduzione, in 63mila arriverebbero comunque in Italia e solo il 15 per cento di chi tenta la traversata verrebbe portato a Shengjin.
Il 98% di chi passa per l’Albania arriverebbe comunque in Italia
Se nel 2024 ci fosse un improvviso aumento dei flussi, ad aumentare sarebbe solo il numero delle persone che arrivano direttamente in Italia, perché la capienza dei centri albanesi è fissa. Al contrario, per nulla scontato è il destino di chi ci finisce.
Nell’ipotesi tutt’altro che certa che a tutti quanti venisse convalidato il provvedimento e negato l’asilo, dunque che si tratti di persone tutte rimpatriabili – spiega Villa – l’ipotesi, tenendo conto dei dati del 2023, diverrebbe concreta solo per 1.200 persone. Tutti gli altri – almeno sulla carta, posto che da protocollo su suolo albanese non possono metterci piede, dunque non possono essere rilasciati con foglio di via o trattenuti all’infinito – dovrebbero essere riportati in Italia. In sostanza, l’arrivo sarebbe solo rimandato di qualche mese e la probabilità di arrivare in un modo o nell'altro in Italia sarebbe del 98%.
Obiettivo deterrenza? “Nullo”
Quanto costa tutto questo? Secondo un calcolo meramente aritmetico 297 euro al giorno, nove volte l’accoglienza in Italia. Una spesa almeno sulla carta impensabile da giustificare per chi per anni ha polemizzato sui 35 euro al giorno per anni base d’asta per la gestione dei centri di accoglienza, per questo rivisti al ribasso.
Ma l’obiettivo numero uno è “la deterrenza”, hanno spiegato in Parlamento la premier Meloni prima e il ministro dell’Interno poi. Anche quello però difficilmente rischia di essere risultato raggiungibile. Se alla fine – e solo calcolando capienza dei centri e necessariamente ridotte possibilità di rimpatrio - l’Italia rimane destinazione finale del 98% di chi affronta la traversata “l’effetto deterrente in parole povere è nullo”.
Traduzione: la deterrenza, principio ispiratore di tutte le politiche dell’esecutivo dal primo decreto Piantedosi – per intenderci, quello sul divieto di salvataggi multipli, accompagnato dalla prassi dei porti lontani – a seguire, al momento ha portato come risultato concreto un aumento percentuale delle morti in mare.
Sullo sfondo rimangono gli ostacoli giuridici “dell’operazione albanese” e le polemiche per i rischi di violazione dei diritti umani, confermati dal rapido accompagnamento in Italia di quattro dei sedici migranti trasferiti dopo il primo viaggio della Libra. Due – è emerso ieri durante i colloqui a Shegjin – erano ragazzini bengalesi appena sedicenni, altri due uomini egiziani che, per le condizioni di estrema vulnerabilità in cui si trovano, mai avrebbero dovuto essere portati in Albania.