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Chi era Moussa Diarra, il ragazzo ucciso da un poliziotto a Verona

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Aveva 26 anni, era originario del Mali, ospite nei rifugi di emergenza gestiti dalle associazioni, lavorava nei campi e aveva problemi con i documenti
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Moussa Diarra aveva 26 anni, era arrivato in Italia dal Mali otto anni fa, ad appena 18 anni. Uno dei tanti che lasciano quel Paese (e solo quest’anno sono stati 1200) sognando un futuro migliore. Quel futuro insieme al suo sorriso si era perso. E si è spento del tutto la mattina del 20 ottobre, alla stazione Porta Nuova di Verona, ucciso dal colpo di pistola sparato da un poliziotto contro cui si era scagliato armato di coltello.

Il suo perenne stato di rifugiato politico non si era mai tramutato in permesso di soggiorno. Moussa Diarra aveva avuto precedenti per droga e più volte era stato fermato per controlli dando un nome falso.

Era stato tra gli ospiti della Ronda della Carità, unità di strada che offre pasti, docce, coperte e un tetto a centinaia di migranti che faticano tra le vigne della provincia e le fiere in città. «Ultimamente lo vedevamo di rado - ha raccontato al Corriere fra Francesco -. Lo ricordo come un ragazzo tranquillo e discreto. Ci salutavamo e ci scambiavam…

Moussa Diarra aveva 26 anni, era arrivato in Italia dal Mali otto anni fa, ad appena 18 anni. Uno dei tanti che lasciano quel Paese (e solo quest’anno sono stati 1200) sognando un futuro migliore. Quel futuro insieme al suo sorriso si era perso. E si è spento del tutto la mattina del 20 ottobre, alla stazione Porta Nuova di Verona, ucciso dal colpo di pistola sparato da un poliziotto contro cui si era scagliato armato di coltello.

Il suo perenne stato di rifugiato politico non si era mai tramutato in permesso di soggiorno. Moussa Diarra aveva avuto precedenti per droga e più volte era stato fermato per controlli dando un nome falso.

Era stato tra gli ospiti della Ronda della Carità, unità di strada che offre pasti, docce, coperte e un tetto a centinaia di migranti che faticano tra le vigne della provincia e le fiere in città. «Ultimamente lo vedevamo di rado - ha raccontato al Corriere fra Francesco -. Lo ricordo come un ragazzo tranquillo e discreto. Ci salutavamo e ci scambiavamo un sorriso».

Poi era finito tra la quarantina di migranti di un rifugio d’emergenza gestito dall’associazione Paratod@s e recentemente abbandonato per le sue condizioni fatiscenti. Questo fine settimana, l’associazione aveva dato vita ad un’azione di auto-recupero di uno stabile abbandonato in via Villa a Quinzano: avrebbe dovuto esserci anche Moussa.

Alberto del Laboratorio Paratod@s ha raccontato a Repubblica: «Moussa un lavoro lo aveva, nei campi, anche se il padrone gli doveva ancora 300 euro di stipendio e i problemi coi documenti lo tormentavano. Faceva attività qui e siamo tutti sconvolti. Forse ultimamente era depresso. Ma aveva 26 anni».

Un amico di Moussa ha spiegato che ultimamente il ragazzo se ne stava isolato, con la musica nelle cuffie, parlava un po da solo. Era stato di nuovo in questura per il permesso di soggiorno. E circola la voce che un diniego al rinnovo della protezione umanitaria lo avesse gettato nello sconforto.

Di lui e della sua storia, almeno per un pezzo simile a quella di altri, don Paolo Pasetto dell’associazione Sulle Orme ha scritto: «La fatica e il dolore di anni nel tentativo di sopravvivere ad un sistema persecutorio che costringe migliaia di persone a mendicare, un po' di pane, un letto, una casa, accoglienza, dignità, cittadinanza... Un briciolo di senso di appartenenza... Percorrere infinite volte, a piccolissimi passi, interminabili file in attesa di sentir pronunciare il tuo nome, di avere l'ennesima, insufficiente conferma che esisti, che il mondo ti vede e poi... Moussa ha subito l'ingiustizia di questo nostro sistema di annullamento e nella sua disperata ricerca di calore umano ha trovato il gelo della morte».

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