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Ucciso a Verona dagli agenti che aveva aggredito. Moussa Diarra “aveva un lavoro ma era tormentato dai problemi con i documenti”

Moussa Diarra 

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Assalto ai poliziotti con un coltello davanti alla stazione. La vittima è un giovane originario del Mali. “Ma non era un terrorista”
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VERONA — Racconta una fonte, con accesso diretto alle telecamere che hanno ripreso la scena, «che quel ragazzo era alterato in modo pazzesco, ricordava l’episodio di Milano, anni fa, quello di Adam Kabobo». Il paragone è forte, rimanda all’uomo ghanese che l’11 maggio 2013 uccise all’alba a colpi di piccone tre sconosciuti incrociati per strada.

Gli spari contro Moussa Diarra

Moussa Diarra arrivava dal Mali, aveva 26 anni e era in Italia da otto. Il suo perenne stato di rifugiato politico non si era mai tramutato in permesso di soggiorno. Sul piazzale della stazione Porta Nuova è comparso alle 5.30, puntando due vigili che rilevavano uno scontro tra due motorini. Aveva buttato a terra un agente, poi si era scagliato contro le vetrine di una biglietteria e di una tabaccheria all’interno della stazione, crepando i vetri ma senza toccare le persone, e poi era svanito. È tornato alle 7.15, con un coltello in mano. Un assistente capo della Polfer gli ha chiesto i documenti, la lama non si …

VERONA — Racconta una fonte, con accesso diretto alle telecamere che hanno ripreso la scena, «che quel ragazzo era alterato in modo pazzesco, ricordava l’episodio di Milano, anni fa, quello di Adam Kabobo». Il paragone è forte, rimanda all’uomo ghanese che l’11 maggio 2013 uccise all’alba a colpi di piccone tre sconosciuti incrociati per strada.

Gli spari contro Moussa Diarra

Moussa Diarra arrivava dal Mali, aveva 26 anni e era in Italia da otto. Il suo perenne stato di rifugiato politico non si era mai tramutato in permesso di soggiorno. Sul piazzale della stazione Porta Nuova è comparso alle 5.30, puntando due vigili che rilevavano uno scontro tra due motorini. Aveva buttato a terra un agente, poi si era scagliato contro le vetrine di una biglietteria e di una tabaccheria all’interno della stazione, crepando i vetri ma senza toccare le persone, e poi era svanito. È tornato alle 7.15, con un coltello in mano. Un assistente capo della Polfer gli ha chiesto i documenti, la lama non si è abbassata. Il poliziotto ha estratto la Beretta, Moussa gli si è avvicinato. Tre volte gli ha sparato l’assistente capo prima che arrivassero a contatto. Il colpo al petto è stato quello fatale, nonostante i tentativi dello stesso poliziotto di praticargli il massaggio cardiaco, ancor prima che arrivassero le ambulanze. Cinque ore dopo ecco l’inarrivabile cinismo del vicepremier e segretario della Lega, Matteo Salvini: «Con tutto il rispetto — ha postato — non ci mancherà. Grazie ai poliziotti per aver fatto il loro dovere».

Le aggressioni agli agenti in stazione a Verona

Non è un’indagine semplice, quella affidata al pm Maria Diletta Schiaffino. E non perché manchino testimonianze pressoché unanimi sulla furia di Diarra, o immagini dei sistemi di videosorveglianza per cristallizzare dinamica, distanze e valutazioni sul pericolo corso dall’assistente capo. Ci sono le polemiche a surriscaldare la delicatezza della questione, nella città dove cinque agenti delle volanti vennero arrestati nel giugno 2023 per torture a danno di fermati all’interno della Questura. Tace il procuratore capo Raffaele Tito, si affida a un comunicato ufficiale il questore Rosaria Amato, non dichiara il sindaco Damiano Tommasi — a Chicago per l’edizione Usa di Vinitaly — che lascia all’assessora alla Sicurezza Stefania Zivelonghi il compito di esprimere “rammarico per la perdita di una vita umana”, da un lato, e “grande solidarietà alla polizia ferroviaria e alla polizia locale” dall’altro. Quando entriamo in stazione, tra i pochi che accettano di parlare c’è una barista: «Quel ragazzo non l’ho mai visto, ma qui di disperati che entrano e urlano, protestano perché un bicchiere d’acqua costa 60 centesimi, rubano merendine o minacciano con un bicchiere in mano se ne vedono». Due sabati fa due agenti Polfer avevano preso una pietrata in testa dopo aver chiesto i documenti a un algerino 36enne, la sera prima un 39enne marocchino aveva minacciato con una spranga ferrovieri e poliziotti, che lo avevano ammanettato. «Qui — ci racconta un collega dell’assistente indagato e sospeso — fare il nostro mestiere è ormai una missione. E non c’è nessun addestramento per fronteggiare un coltello, se non estrarre l’arma. E sei fortunato se torni a casa».

Chi era Moussa Diarra

E poi c’è la storia di Moussa Diarra. Con precedenti per droga, fanno sapere in Questura, e diversi controlli a carico dove aveva dato un nome falso: «Tra di noi, mi creda — assicura un funzionario di lungo corso — non c’è nessuno che festeggia uno di meno. Un ragazzo è morto. Abbiamo figli anche noi». Moussa non era solo uno dei tanti fantasmi violenti della notte. Il suo nome figura tra gli ospiti della Ronda della Carità, unità di strada che offre pasti, docce, coperte e un tetto a centinaia di migranti che faticano tra le vigne della provincia e le fiere in città. «E lui un lavoro lo aveva, nei campi, anche se il padrone gli doveva ancora 300 euro di stipendio e i problemi coi documenti lo tormentavano», ci spiega Alberto del Laboratorio Paratod@s, centro che supporta i migranti senza casa, anche a colpi di occupazioni di spazi abbandonati. «Moussa faceva attività qui e siamo tutti sconvolti. Forse ultimamente era depresso. Ma aveva 26 anni. C’era davvero bisogno di sparargli?».

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