Ridi che ti passa, il club che insegna la gioia a comando
di Paolo Di PaoloLezione di Yoga della risata presso il centro anziani di Trastevere. Nella foto, Mariella Passaquindici, Laura Toffolo e Arianna Albertini.
Per prima cosa, allontanate i pensieri negativi. Via, via. Per seconda cosa, al suono di una trombetta, concentratevi sulla risposta da dare alla domanda - la più semplice, la più abissale - “come stai?”. Ed ecco, il passo più importante è già questo: mai reagire con quelle espressioni fra malinconico e fatalista, abbastanza, benino. Bisogna rispondere, in coro, così: «Molto bene, molto bene, yeah!», con tanto di battimani e di saltello e gamba in fuori. Astenersi dunque imbronciati: non avere niente da ridere e invece ridere di cuore, sghignazzare, un’onda di ah ah ah, oh oh, uh uh. C’è una gradazione di risate, oltretutto, da conquistare come traguardi di una gara sportiva, come livelli di vita ilare: risata di benvenuto, risata lunga un metro (bisogna spalancare le braccia), risata a cozza – tenere le braccia conserte davanti al volto, aprirle a soffietto e far sbucare il viso da lì come da una tana, ridendo in faccia al dirimpettaio. Sulle prime sembra tutto un po’ surreale e impr…
Per prima cosa, allontanate i pensieri negativi. Via, via. Per seconda cosa, al suono di una trombetta, concentratevi sulla risposta da dare alla domanda - la più semplice, la più abissale - “come stai?”. Ed ecco, il passo più importante è già questo: mai reagire con quelle espressioni fra malinconico e fatalista, abbastanza, benino. Bisogna rispondere, in coro, così: «Molto bene, molto bene, yeah!», con tanto di battimani e di saltello e gamba in fuori. Astenersi dunque imbronciati: non avere niente da ridere e invece ridere di cuore, sghignazzare, un’onda di ah ah ah, oh oh, uh uh. C’è una gradazione di risate, oltretutto, da conquistare come traguardi di una gara sportiva, come livelli di vita ilare: risata di benvenuto, risata lunga un metro (bisogna spalancare le braccia), risata a cozza – tenere le braccia conserte davanti al volto, aprirle a soffietto e far sbucare il viso da lì come da una tana, ridendo in faccia al dirimpettaio. Sulle prime sembra tutto un po’ surreale e improbabile, poi la terapia-gioco diventa contagiosa. Intanto perché è difficile non ridere se tutti proprio tutti ridono, e anche se lo sbellicarsi collettivo produce quel tessuto acustico da sit-com anni Novanta con le risate registrate. E poi perché si coglie via via la sfida emotiva nascosta da questo yoga sui generis. È un tentativo comunitario - come spiegano le istruttrici - di uscire per un’ora da se stessi, dalle preoccupazioni, forse in qualche caso anche dalla solitudine e abbandonarsi – senza imbarazzo, senza vergogna – al riso gratuito e irragionevole. Che non è umorismo: l’umorismo è cerebrale, è un lavoro dell’intelligenza. L’aveva capito l’ideatore di questa pratica, lo yoga della risata, un medico di Mumbai. Madan Kataria da trent’anni insegna a ridere sfrenatamente «per contrastare lo stress e raggiungere la pace». Vasto programma! O forse, al contrario, minutissimo: perché richiede di concentrarsi su quella piccola porzione di mondo che coincide con noi, noi in quanto corpo, muscolatura, diaframma, laringe.
"Per un’ora non si pensa a niente”
Sarebbe piaciuto a Dario Fo, esperto di sghignazzo, mago dell’emissione gutturale, questo raduno-ridarella. Le partecipanti, dico al femminile perché in schiacciante maggioranza (c’è solo un uomo, cronista e fotografo esclusi), sono signore sopra i sessanta-settanta: nel capannone-sala da ballo di un centro anziani a Trastevere ci si ritrova due volte a settimana, di mattina, per innestare sulle pratiche yoga questo esercizio liberatorio. «Per un’ora non pensi a niente», mi dice una signora che non nasconde di essere stata, sulle prime, diffidente. Poi si è lasciata andare e ora gioca con le altre, si agita, percorre la sala ridendo a gran voce, occhi negli occhi delle compagne. I neuroni specchio, d’altra parte, sono i primi alleati dell’impresa, spiega Mariella Passaquindici, maestra e psicoterapeuta: scoppiare a ridere è possibile se si mantiene il contatto visivo, come in certi giochi da bambini.
La cultura del buonumore
So che è difficile crederlo, ma dopo qualche minuto da puri e distaccati spettatori si viene trascinati dal clima, resistere in quel profluvio di risate che salgono di tono è quasi impossibile. Laura Toffolo, presidente dell’associazione “Yoga della Risata”, reduce dal grande meeting romano dei soci, conferma che il punto è proprio questo: liberarsi. Liberare la mente. Scacciare, anzi schiacciare i pensieri. «Lo yoga - racconta - non mi bastava più. Questo “cocktail della gioia” ha fatto la differenza. E funziona nelle aziende, nelle scuole. Sviluppa una cultura del buonumore. Aiuta chi vive momenti difficili, dipendenze, crisi di panico». Arianna Albertini porta l’esperienza in forma di terapia integrata nei reparti di oncologia anche pediatrica. Nei pressi, cioè, dell’impossibile. C’è un sito e un canale YouTube per chi volesse sperimentare da remoto. Nel suo ultimo romanzo, Milan Kundera dice che il segreto, nella “festa dell’insignificanza” della vita e nel diluvio di cattive notizie, è difendere una zona di buonumore permanente. Molto bene molto bene yeah!??