Andrea Patassa, l’astronauta che sogna la Luna: “Voglio vedere la Terra sorgere da lassù. Bubka e Duplantis i miei miti, nel salto con l’asta la nostra stessa follia”
di Matteo MariniAndrea Patassa, 33 anni di Spoleto, è stato scelto come “riservista” all’ultima selezione astronauti dell’Agenzia spaziale europea (Esa). Da quasi due anni era in attesa: ora, per lui e Anthea Comellini, l’altra riservista italiana, si aprono le porte del centro Eac di Colonia per l’inizio dell’addestramento. Un passo verso il cielo, l’orbita terrestre e la Luna “è il pensiero con cui mi addormento la notte” dice Patassa, pilota collaudatore di caccia dell’Aeronautica militare, una passione per l’atletica (era un astista) e la voglia di proiettarsi nel futuro di questo settore. Racconta del suo addestramento per le condizioni estreme e di emergenza, per un lavoro che sarà sempre rischioso, ma con le nuove opportunità consentite dai privati diventerà sempre più “normale”.
Qual è il suo personal best del salto con l'asta?
“Beh, purtroppo non è tantissimo, quattro metri. Da allievo lì mi sono fermato, però è uno sport che mi appassiona tantissimo, che facevo con con passione e mi ha dato…
Andrea Patassa, 33 anni di Spoleto, è stato scelto come “riservista” all’ultima selezione astronauti dell’Agenzia spaziale europea (Esa). Da quasi due anni era in attesa: ora, per lui e Anthea Comellini, l’altra riservista italiana, si aprono le porte del centro Eac di Colonia per l’inizio dell’addestramento. Un passo verso il cielo, l’orbita terrestre e la Luna “è il pensiero con cui mi addormento la notte” dice Patassa, pilota collaudatore di caccia dell’Aeronautica militare, una passione per l’atletica (era un astista) e la voglia di proiettarsi nel futuro di questo settore. Racconta del suo addestramento per le condizioni estreme e di emergenza, per un lavoro che sarà sempre rischioso, ma con le nuove opportunità consentite dai privati diventerà sempre più “normale”.
Qual è il suo personal best del salto con l'asta?
“Beh, purtroppo non è tantissimo, quattro metri. Da allievo lì mi sono fermato, però è uno sport che mi appassiona tantissimo, che facevo con con passione e mi ha dato anche tanto secondo me sia a livello fisico ma a livello umano, perché era un bell'ambiente quello dell'atletica”.
Segue le gesta di Duplantis?
“Sì, tutte le volte che posso seguo le gare. Ho praticato atletica da quando avevo 12 anni fino a che non sono entrato in Accademia”.
Il salto con l'asta non è uno sport comune, Duplantis è un’ulteriore eccezione. Un atleta, dalle doti straordinarie, supportato dalla tecnologia, come un astronauta insomma.
“Ci andrei piano a paragonarmi ad Armand Duplants, vista la differenza di misure, però è sicuramente qualcosa di particolare, di unico, di diverso. La tecnologia nelle aste ovviamente è una parte importante, c'è un po’ di follia, secondo me un po’ di spericolatezza. C'è tanta tecnica e disciplina, tanto, tanto rigore, e come nel mondo dello spazio, si vede tutto all'ultimo. Il momento più scintillante, quello del salto del record, ma non si vede tutto quello che c'è dietro: tutta la preparazione, dove ogni singolo movimento è preparato per mesi o anni”.
Ci racconti del momento in cui vi hanno chiamato per dirvi che avreste finalmente cominciato l'addestramento.
“C’era questo meeting online, perché siamo tutti sparsi per il mondo, coperto abbastanza da mistero. Già sul nostro gruppo WhatsApp si è cominciato a fare speculazioni, poi l'annuncio è stato dato al direttore generale dell'Esa, Josef Aschbacher, che si è collegato e ci ha detto che si stava aprendo questa possibilità. E ovviamente per noi è stata una bellissima sorpresa”.
Che cosa farete adesso?
“L'addestramento sarà fatto a slot di due mesi per permettere a tutti noi di mantenere il nostro lavoro e nel contempo essere pronti nel caso di assegnazione di un volo. Ci sono tante materie teoriche, faremo ovviamente i sistemi spaziali, biologia, fisiologia, storia dell’esplorazione. Ma ci sono anche attività pratiche come l'inizio dell'addestramento in piscina per simulare l'assenza di gravità e le passeggiate spaziali. O il corso di provenienza in montagna, sui Pirenei, in mezzo alla neve una settimana per sviluppare quelle skill di sopravvivenza. E soft skill di team, per fare gruppo con gli altri, imparare a conoscerci meglio”.
E che la differenza con l’addestramento di un astronauta non riservista?
“In realtà è lo stesso percorso, semplicemente diviso in blocchi da due mesi invece di farlo continuativamente per oltre un anno. Questi questi blocchi sono presi dal corso di basic training per gli astronauti ufficiali al termine del quale si ottengono le ali da astronauta”.
Un corso di sopravvivenza sarà utile per la Luna o Marte?
“Il motivo principale è che ci può essere un atterraggio d'emergenza, se qualcosa va storto subito dopo il lancio o al rientro, e si finisce anziché nel punto previsto, in mezzo al deserto della Mongolia per esempio. La navetta non è un aereo, rientrando in atmosfera basta un errore di pochi secondi che puoi finire veramente ovunque nel mondo. Se succede si deve essere pronti a sopravvivere finché i soccorsi non arrivano. Ma quello che che questi corsi danno tantissimo e anche la parte del lavoro in team, perché ci si trova in un ambiente che non si conosce. In questo caso al freddo e facendo cose che non si sanno fare, affrontando situazioni difficili, nuove, con un gruppo di persone, tutti sotto stress. Tutti infreddoliti, magari affamati. In un ambiente di poche persone, sempre gli stessi, sempre insieme. È un po’ la situazione della Stazione spaziale internazionale o quello che può essere, in un futuro, un habitat sulla Luna, confinato, in un contesto non adatto alla sopravvivenza umana”.
Quali sono le sue doti che pensa possano essere utili come astronauta, in orbita e in esplorazione sulla Luna per esempio?
“Io ho un background da pilota, più indirizzato verso la parte operativa, sono abituato a avere a che fare con macchine complesse sempre diverse. Studiare tutti i sistemi, capire come funzionano, reagire a situazioni di emergenza, capire quando qualcosa si rompe, lavorare sotto stress, gestire il rischio del nuovo, l’emergenza. Qui abbiamo tutti i background diversi, c'è chi magari viene dal mondo scientifico e quindi orientato più per gli esperimenti o per la parte medica”.
Voi siete la nuova generazione di astronauti che legittimamente vede orizzonti molto più ampi, anche oltre l'orbita terrestre. Quali sono i suoi orizzonti?
“A me piace sognare, ma in maniera concreta. Adesso si stanno progettando le missioni e costruendo l’hardware per il ritorno sulla Luna. Sia la stazione spaziale in orbita intorno alla Luna e poi la base lunare (sulla superficie, ndr) su cui si lavorerà per giorni, settimane o anche mesi. Se devo scegliere un sogno, scelgo la Luna, perché effettivamente è lì vicina. Succederà nei prossimi anni, nei prossimi decenni sarà, tra virgolette, sempre più comune. Non nego che sognare un giorno di poter partecipare a questa impresa è qualcosa che mi stimola, mi stuzzica la notte, prima di addormentarmi”.
Non Marte?
“Ci si sta lavorando, però le sfide da vincere sono ancora parecchie. Un passo fondamentale, per arrivare su Marte, sarà proprio tornare sulla Luna. Marte è un po’ sempre ‘tra vent'anni’, sono decenni che Marte è ‘tra vent'anni’. Succederà, si sta lavorando anche per quello”.
Qual è il rischio più grosso che ha corso?
“Durante l'addestramento come pilota, per il volo in formazione quando si impara a volare vicino a un altro aereo a distanze molto ravvicinate, allontanarsi e poi ricongiungersi. Ero alle prime armi e ho valutato male velocità e distanze e sono passato veramente vicino all’altro aereo a velocità, diciamo non bassa. Il mio addestratore è intervenuto ma io fino all'atterraggio ho faticato anche a parlare. Ovviamente ci sono stati diversi momenti in cui, dopo all'atterraggio, mi sono asciugato il sudore dalla fronte e sono andato la sera a stappare una birra per festeggiare. Per un pilota fanno parte della quotidianità”.
Rispetto a un tempo, il lavoro dell’astronauta è cambiato, anche valutando i rischi?
“Secondo me il rischio si è abbassato sicuramente per tanti motivi, ma eliminarlo in un ambiente del genere è impossibile. Anche fare il turista spaziale non è privo di rischi. Non è come andare in vacanza ai Caraibi. Un tempo c'era da vincere la corsa allo spazio, pressioni molto più alte, l'ambiente spaziale era sconosciuto, e quindi si prendevano rischi maggiori. L'unico modo per capirlo era provarci. Adesso abbiamo da una parte la tecnologia che ci supporta, dall'altra tutte le lezioni che abbiamo preso in quegli anni, assumendoci dei rischi incredibili e qualche volta pagando anche il prezzo con vite umane”.
In Rocket man Elton John canta: “È solo il mio lavoro cinque giorni a settimana”. Diventerà un mestiere “normale”?
Non sarà mai ‘solo un lavoro’, come non è solo un lavoro fare il pilota. Ma diventerà sempre più normale aumentando il traffico e le persone che avranno accesso allo spazio.
Da riservista attende l’opportunità di volo, magari con una missione commerciale. Il suo prossimo passo, la prima missione, sarà l’orbita bassa?
“Per me sarebbe già un grandissimo obiettivo, e attualmente è un passo necessario per qualsiasi astronauta, anche per arrivare a destinazioni più lontane. Le stazioni verranno gestite sempre più da privati, ma sono sempre supportate dalle agenzie spaziali e governi. La destinazione nei prossimi anni sarà comunque la Iss. Per ora è l'unica stazione orbitante occidentale intorno a Terra. Nel breve e medio termine questa popolazione di stazioni crescerà grazie ai privati, gli attori e le possibilità sono in continua crescita. Siamo fiduciosi, le opportunità sono sicuramente non stanno diminuendo, ma stanno solo crescendo, quindi c'è tanta fiducia da parte mia”.
Che poster aveva appeso in camera da piccolo?
“Quello di Sergej Bubka che era il Duplantis di quel tempo, di un Eurofighter e delle Frecce dei colori, perché comunque da adolescente il mio sogno era di fare il pilota militare, di caccia. L'astronauta era sì qualcosa che mi sarebbe piaciuto tantissimo, ma non era nemmeno nei progetti, era qualcosa talmente lontano che si vedeva soltanto nei film”.
Da dove viene Andrea Patassa?
“Da Spoleto, provincia di Perugia, in Umbria. Una piccola comunità, c’è quella dimensione di paese che dove ci si conosce quasi tutti, quantomeno di nome o per sentito dire. Sono molto legato alla mia città, torno tutte le volte che posso, la mia famiglia è ancora lì, miei amici sono lì e sono stati tutti molto orgogliosi di questo mio traguardo”.
Ogni astronauta è un ambasciatore di quello che porta dallo spazio. Di un messaggio. Quale sarà il suo?
Fare scienza, ricerca, conoscere cose nuove è importante, ma solo se poi si riesce a comunicarlo a tutti: la mia missione sarà coinvolgere tutti in questo sforzo e nel condividere quello che si impara. Sicuramente adesso la sensibilizzazione della lotta al cambiamento climatico è fondamentale. Qualcosa in cui mi concentrerei perché per fortuna sta crescendo la sensibilità. Ma mi piacerebbe coinvolgere sempre più persone e far conoscere tutti i programmi, tutti i progetti che ci sono di esplorazione che, secondo me è meravigliosa. Cioè, stiamo tornando sulla Luna, per viverci, per lavorarci, avremo una stazione, gli astronauti vivranno lì. È comunque ancora relativamente non così conosciuta dal dal grande pubblico. Quando ne parlo con i ragazzi delle scuole, dell’università rimangono meravigliati e entusiasti. Quindi coinvolgere persone in questo sforzo che stiamo facendo con umanità nel nell'arrivare sempre più lontano, nell’affrontare nuove sfide che ci porteranno anche tante conoscenze e vantaggi e tanta tecnologia.
Quale immagine vede quando pensa alla Luna prima di addormentarsi?
“Vedere la la terra sorgere o tramontare sull’orizzonte della Luna, non riesco a immaginare cosa si possa provare un momento del genere”.