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Pompei, il Dna riscrive la storia delle vittime. Stretti negli ultimi abbracci non c’erano i familiari, ma degli sconosciuti

I due calchi della casa del criptoportico 

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Alcuni calchi sono stati sottoposti a test genetico, rivoluzionando le interpretazioni tradizionali. Secondo lo studio su Current Biology, cui ha partecipato l’università di Firenze, “l’antica città romana era un crogiolo di immigrati dal Mediterraneo orientale”
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Nulla è come sembra a Pompei. L’antico abitante trovato con un vistoso bracciale d’oro al polso e un bimbo in braccio, per esempio, non è come si è sempre raccontato la mamma che fugge con il suo bambino.

Gli altri due individui rimasti rannicchiati accanto a loro non sono il padre e un altro fratello. Né i due corpi abbracciati nella casa del criptoportico appartengono a due sorelle, come si era sempre creduto.

L’esame del Dna estratto dalle ossa di 14 calchi di Pompei rivela che in quei momenti di terrore del 79 d.C., con il Vesuvio che eruttava cenere e lapilli, i terremoti che scuotevano la città e i venti di gas torridi che la spazzavano, anche i legami familiari erano esplosi.

Le nuove scoperte a Pompei

L’individuo con il bracciale d’oro e il bimbo che portava in braccio sono entrambi maschi e senza relazione di parentela. Anche i presunti padre e figlio che si trovano accanto a loro sono privi di legami di famiglia. Delle due presunte sorelle della casa del criptoportico almeno…

Nulla è come sembra a Pompei. L’antico abitante trovato con un vistoso bracciale d’oro al polso e un bimbo in braccio, per esempio, non è come si è sempre raccontato la mamma che fugge con il suo bambino.

Gli altri due individui rimasti rannicchiati accanto a loro non sono il padre e un altro fratello. Né i due corpi abbracciati nella casa del criptoportico appartengono a due sorelle, come si era sempre creduto.

L’esame del Dna estratto dalle ossa di 14 calchi di Pompei rivela che in quei momenti di terrore del 79 d.C., con il Vesuvio che eruttava cenere e lapilli, i terremoti che scuotevano la città e i venti di gas torridi che la spazzavano, anche i legami familiari erano esplosi.

Le nuove scoperte a Pompei

L’individuo con il bracciale d’oro e il bimbo che portava in braccio sono entrambi maschi e senza relazione di parentela. Anche i presunti padre e figlio che si trovano accanto a loro sono privi di legami di famiglia. Delle due presunte sorelle della casa del criptoportico almeno una è in realtà un maschio.

La presunta famiglia della casa del criptoportico 

A giudicare dalle vesti non sempre di qualità di alcuni degli scheletri, alcuni di loro sono forse – è solo una supposizione, il Dna non può confermarlo – schiavi rimasti indietro mentre i loro padroni fuggivano.

“Ci sono storie a Pompei che si tramandano da generazioni, come quella della madre con il figlio in braccio e delle famiglie rimaste unite fino alla morte” spiega Valeria Amoretti, responsabile del Laboratorio di ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei.

“I calchi sono stati creati a partire dal 1863. Da allora sono state date delle interpretazioni in base alla posizione dei corpi e al senso comune. Oggi l’analisi del Dna di alcune vittime dell’eruzione ci dimostra che il senso comune non basta a spiegare quei momenti concitati. Può darsi che un uomo abbia deciso di fuggire portando con sé il suo bracciale prezioso per non perderlo. Vedendo per strada un bambino sconosciuto potrebbe averlo preso in braccio per salvarlo”.

I test del Dna a Pompei

La rivista Current Biology pubblica oggi il primo test approfondito del Dna ricavato dagli antichi abitanti di Pompei, in una ricerca condotta anche con la collaborazione dell’università americana di Harvard.

“C’era stata in passato l’analisi su un unico campione di scheletro. Noi oggi abbiamo preso in esame 14 calchi da cui sporgevano dei frammenti di osso, ma solo da 7 siamo riusciti a ricavare materiale genetico sufficiente per uno studio approfondito” spiega David Caramelli, antropologo dell’università di Firenze e esperto di genomi antichi.

“I reperti di Pompei non sono certo fra i meglio conservati, prima sepolti dall’eruzione e poi ricoperti dal gesso dei calchi. All’inizio ero scettico che riuscissimo a leggervi anche solo qualcosa”.

Due invece sono state le scoperte dell’analisi, che ora verrà estesa anche agli altri calchi. La prima è che le letture tradizionali, basate sulle apparenze, non sono valide. “Siamo nel momento di una catastrofe di massa. Dobbiamo immaginare una popolazione in preda al terrore” suggerisce Amoretti.

A Pompei un crogiolo di immigrati

La seconda è che Pompei nel primo secolo era un calderone di genomi provenienti da tutte le province dell’impero. “Abbiamo trovato tracce di immigrazioni recenti dal Mediterraneo orientale, ma ci aspettiamo che estendendo l’analisi compaiano anche individui di altre province del melting pot romano” spiega Caramelli.

“Sapevamo che l’impero dell’epoca era un crogiolo di popoli – aggiunge Amoretti – ma la variabilità dei genomi ci ha stupito. Ci saremmo aspettati una tale diversità di Dna a Ostia, il porto di Roma, non in una città di provincia come Pompei”.

Il custode della Villa dei Misteri 

Gli ultimi istanti dei pompeiani

Oltre ai calchi, l’analisi del Dna coinvolgerà ora anche alcuni scheletri. Le ossa sepolte dai lapilli appartengono agli individui che si sono rifugiati nelle case durante la prima fase dell’eruzione, durata un giorno e mezzo.

La pioggia di lapilli e pomici ha martellato la città costringendo molti abitanti negli edifici. I cumuli, con il passare delle ore, hanno però raggiunto i due o tre metri, intrappolando le persone all’interno, facendo crollare tetti e scale.

I continui terremoti hanno contribuito a seppellire i poveri pompeiani sotto alle macerie. “Le scosse quella notte divennero così forti che ogni cosa sembrava non solo tremare, ma addirittura capovolgersi” ci ricorda Plinio il Giovane, che pure si trovava trenta chilometri più a nord, a Capo Miseno.

I sopravvissuti a questa prima fase potrebbero, dopo tante ore, aver tentato la fuga fuori casa. Sarebbero però stati investiti dalla seconda fase dell’eruzione del Vesuvio: una nuvola di cenere caldissima proveniente dal vulcano, carica di gas ustionanti. Sarebbe stata questa corrente piroclastica a incenerire e asfissiare gli ultimi abitanti di Pompei nel luogo e nella posizione in cui si trovavano.

Le ceneri finali dell’eruzione li avrebbero poi ricoperti fino a quando, quasi due millenni dopo, gli archeologi hanno versato del gesso nelle cavità lasciate dai loro corpi, creando il centinaio di calchi che tanto ci impressionano oggi. Vediamo i loro corpi nella posizione in cui la morte li ha colti, ma le loro storie ancora faticano a trovare una forma definitiva.

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