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Migranti, perché la storia di una donna arrivata con la figlia e documenti falsi dal Congo può essere una nuova tegola per l’Italia

Nel 2019 Kinsa è atterrata a Bologna per salvarsi dal conflitto. E rischia da due a sei anni. Ma la sua vicenda potrebbe far traballare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina
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Nuova tegola per l’Italia dalla Corte di giustizia europea. E a scricchiolare sotto i colpi di una nuova pronuncia potrebbe essere il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, architrave della strategia della “difesa dei confini” del governo Meloni, come di molti degli esecutivi precedenti.

Il caso Kinsa

Alla base, c’è l’odissea di una mamma congolese. Lei si chiama O.B. – ma per tutti è Kinsa - nome che ha scelto per raccontare la sua storia, senza condizionare la vita che lei e sua figlia stanno lentamente ricostruendo. Nel 2019, la donna arriva a Bologna con un aereo partito da Casablanca. Con sé ha una bambina di otto anni, la figlia, e un’adolescente di 13, la nipote che la sorella prima di morire le ha affidato. Al controllo passaporti le fermano, i documenti sono falsi.

È vero. Ma Kinsa aveva fretta, c’era un conflitto armato, si sentivano in pericolo, non c’era tempo di affrontare la burocrazia, la corruzione e il rischio di far sapere a un sistema da cui vuoi fuggire che stai concretamente tentando di farlo. Lei viene arrestata, le due ragazzine messe in una struttura per minori. Ci vogliono mesi perché Kinsa riesca a uscire dal carcere.

Compatibilità del reato con le norme europee

Sembra una storia come tante, ma in realtà è una disputa legale internazionale che, grazie al ricorso presentato dall’avvocata Francesca Cancellaro, ha permesso di portare di fronte alla Corte di giustizia europea uno dei reati più controversi dell’ordinamento italiano. È il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, tra i tecnici è noto come articolo 12 e in nome della “lotta ai trafficanti lungo tutto il globo terracqueo”, annunciata dalla premier Meloni da Cutro – dove è atterrata dopo il naufragio, senza trovare il tempo per omaggiare vittime e familiari - di recente è stato anche inasprito.

Peccato che per l’avvocato generale Richard de la Tour – semplificando molto, l’equivalente dell’avvocato dello Stato in Cge – non sia congegnato per niente bene. E quanto meno in parte non sia compatibile con le direttive europee.

"E’ sempre il giudice a decidere”

È vero, ha spiegato, ogni Stato ha facoltà di sanzionare chi aiuti ad attraversare illegalmente le frontiere, tuttavia la direttiva 2002/90 afferma che “gli Stati membri possono non applicare sanzioni nei casi in cui il favoreggiamento è messo in atto allo scopo di prestare assistenza umanitaria”. L’Italia invece lo fa eccome.

Stando alle norme attuale, chi aiuti qualcuno ad entrare illegalmente in Italia, “indipendentemente dalla sussistenza di uno scopo di lucro” è punibile con una condanna da due a sei anni, più una multa di 15mila euro per ogni persona coinvolta. Anche in questo, e deve esser il giudice ad avere la possibilità di “accertare le motivazioni dell’autore dell’atto”, “valutare in che misura un simile atto sia richiesto per la salvaguardia di un interesse superiore” e “giustifichi l’esonero dell’interessato dalla responsabilità penale o la concessione di un’esenzione o di una riduzione della pena”.

"Differenza fra scopi umanitari e lucro”

Per come attualmente congegnata, la norma italiana non concede tale facoltà ai magistrati. E Kinsa, che ha usato documenti falsi per far uscire la figlia e la nipote da un Paese in cui rischiavano la vita, rischia fino a sei anni di carcere.

“Il giudice nazionale – ha spiegato nelle proprie conclusioni l’avvocato de la Tour - deve poter differenziare l’incriminazione di una persona che ha agito per scopi umanitari o per necessità, da quella di una persona mossa esclusivamente dall’intenzione dolosa di commettere l’atto precisamente vietato dalla legge a scopo di lucro”.

La Corte deciderà fra un paio di mesi

E il termine “esclusivamente” potrebbe ridare speranza a centinaia di persone. Secondo le stime del circolo Arci ‘Porco Rosso’ di Palermo, fra le più attive realtà in Italia nell’offrire sostegno legale e sociale a chi finisca in carcere con l’accusa di aver governato una barca che ha attraversato il Mediterrano, negli ultimi 10 anni, oltre 3.200 persone migranti sono state arrestate dopo l’arrivo sulle coste italiane per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Solo nell’ultimo anno, oltre quaranta persone.

Ma la questione sollevata di fronte alla Cge potrebbe cambiare le carte in tavola in molti processi, come riaprire giudizi che sembravano definitivamente chiusi o quasi. Adesso la palla passa alla Corte.

"Il parere espresso oggi dall’avvocato generale Jean Richard de la Tour è stato pavido e per molti versi poco convincente, ma contiene alcune critiche importanti all’approccio italiano alla criminalizzazione della migrazione – sottolineano dal circolo “Porco rosso” – Speriamo che, nella sua decisione, attesa per i primi mesi dell’anno prossimo, la Corte di Giustizia abbia il coraggio di andare oltre, e stabilire limiti più stringenti al legislatore europeo e nazionale nel criminalizzare con pene esorbitanti uno spettro ampissimo di storie”.

La decisione è attesa per i primi mesi di gennaio. Per il governo potrebbe essere l’ennesimo inciampo, per molti la speranza di ricominciare a vivere.

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