La disperazione di un migrante trattenuto nel centro in Albania: “Non mi riportate nel mio paese, per me sarebbe la morte”
dal nostro inviato Davide CarlucciGJADER (ALBANIA) - In Bangladesh non vuole tornare. “Per me significherebbe la morte”. Habibur ha 27 anni ed è uno dei sette migranti trattenuti nel centro di Gjader, in Albania. Fugge dalle violenze dello stato asiatico, dove solo pochi giorni fa, il 5 novembre, a Chittagong, città portuale di 6,5 milioni di abitanti prossima al confine con la Birmania, bande armate composte anche da membri dell’esercito hanno assalito gli abitanti, devastando i locali e dando la caccia ai componenti della comunità hindu.
La stessa di cui fa parte Habibur – il nome non è reale – che ieri sera, dalla struttura albanese concessa al governo italiano ha affidato ai tre parlamentari Andrea Casu e Rachele Scarpa, del Pd, e Alfonso Colucci, del Movimento 5Stelle, il suo appello accorato: “Non mi riportate lì”. Lui è il più grande della famiglia e per questo, racconta, è il più a rischio. Ha studiato business administration ma il suo futuro non è nello stato del Subcontinente indiano dove le minoranze …
GJADER (ALBANIA) - In Bangladesh non vuole tornare. “Per me significherebbe la morte”. Habibur ha 27 anni ed è uno dei sette migranti trattenuti nel centro di Gjader, in Albania. Fugge dalle violenze dello stato asiatico, dove solo pochi giorni fa, il 5 novembre, a Chittagong, città portuale di 6,5 milioni di abitanti prossima al confine con la Birmania, bande armate composte anche da membri dell’esercito hanno assalito gli abitanti, devastando i locali e dando la caccia ai componenti della comunità hindu.
La stessa di cui fa parte Habibur – il nome non è reale – che ieri sera, dalla struttura albanese concessa al governo italiano ha affidato ai tre parlamentari Andrea Casu e Rachele Scarpa, del Pd, e Alfonso Colucci, del Movimento 5Stelle, il suo appello accorato: “Non mi riportate lì”. Lui è il più grande della famiglia e per questo, racconta, è il più a rischio. Ha studiato business administration ma il suo futuro non è nello stato del Subcontinente indiano dove le minoranze religiose sono sotto attacco. E dove ad agosto gli scontri di piazza hanno portato a 95 morti e alla fuga in India della storica premier Sheiikh Hasina, figlia del fondatore della nazione.
Uno stato in piena guerra civile ma confermato come “paese sicuro” dal governo italiano con il decreto approvato dal consiglio dei ministri il 23 ottobre proprio in risposta alle sentenze dei giudici di Roma che non hanno convalidato i trattenimenti dei primi sedici naufraghi trasferiti in Albania. Rifacendosi, a loro volta, alla sentenza della Corte europea del 4 ottobre che bocciava l'impostazione italiana. Ai deputati e ai volontari del tavolo asilo e immigrazione, il bangladese ha raccontato la sua odissea: il viaggio infinito, costatogli sedicimila euro chiesti in prestito da un usuraio; la tappa ad Abu Dhabi, poi in Libia, dov’è stato prigioniero per un mese dei trafficanti, quindi il viaggio, durato quattro giorni: in settanta in una piccola barca con il mare molto grosso, perdendosi e finendo in acque maltesi per poi arrivare nella Sar italiana, dove la marina militare li ha recuperati. Ora è ferito a un piede e ha un’infezione. Se n’è accorto dopo, quando era ormai in salvo. “Sulla nave Libra nessuno gli ha fatto domande sulla sua storia - accusa Scarpa - Ha risposto solo a domande di carattere sanitario. Per me questa non è una vera valutazione della vulnerabilità”.
È arrivato al Cara di Brindisi ieri mattina, invece, il cittadino egiziano che venerdì sera è stato riportato in Italia con la nave militare Libra. Per ora è ospite del Cara, ma il suo quadro è stato giudicato grave dai medici che hanno eseguito lo screening in Albania: soffre di allucinazioni e di altri problemi psichiatrici. Alla delegazione italiana i compagni di viaggio hanno raccontato che quando ha appreso che sarebbe stato portato in Albania e non in un Paese europeo ha vomitato. “Queste persone arrivano qui dopo mesi, è una fuga per la vita. Stanno cercando di sopravvivere. È stato molto toccante, dobbiamo porci nei loro confronti con la consapevolezza che ci troviamo di fronte a persone”, dice Casu commosso. Sia i parlamentari che i volontari sono rimasti colpiti però dalla professionalità dei funzionari e degli agenti che stanno gestendo sia l’hotspot di Shengjjin che il centro di Gjader.
“È evidente anche la loro umanità”, aggiunge Colucci, che però se la prende con il governo Meloni, contro il quale ha presentato un esposto alla Corte dei conti per i costi dell’operazione Albania: “Butta i soldi degli italiani dalla finestra”. Ma il ministero dell’Interno non molla: le procedure vanno avanti. Semmai si fanno - o almeno appaiono - più scrupolose. Ai migranti ora sono stati assegnati i telefonini: possono utilizzarli - oltre che per chiamare i parenti e pagare la cauzione che risparmierebbe loro il trattenimento - per farsi mandare documentazione e foto che attestino il loro status di perseguitati. E le udienze della commissione territoriale, ieri, sono arrivate a durare, in alcuni casi, fino a sei ore. Per dimostrare che eventuali dinieghi non saranno espressi a seguito di un processo sommario. Intanto la richiesta di convalida è stata inviata ai giudici di Roma: entro domani è atteso il loro verdetto.