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Migranti, operazione verità sulla missione Albania: il fact checking su tutte le bugie del governo

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Le frasi pronunciate dagli esponenti della maggioranza e i fatti reali
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“Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Il proverbio calza anche per la distanza – non solo geografica - che c’è tra quanto viene affermato dal governo e dalla maggioranza sull’esperimento dei centri per migranti in Albania e quel che sta accadendo nella realtà. Ecco perché.

“Il Decreto Albania funzionerà. Essendo legge i magistrati sono tenuti a rispettarla”, Carlo Nordio.

Che le affermazioni del ministro della Giustizia fossero sin qui azzardate lo ha dimostrato sia la teoria che la pratica. Come ha spiegato a Repubblica Gianfranco Schiavone, fra i maggiori esperti di migrazioni e socio di Asgi, l’associazione studi giuridici sull’Immigrazione: “Anche se la lista dei Paesi sicuri è approvata per decreto, che è norma primaria, il diritto europeo in materia di asilo continua ad essere sovraordinato”. L’associazione italiana studiosi di diritto dell’Unione europea ha aggiunto: “Il principio del primato del diritto della Ue sul diritto nazionale è acquisito da 70 anni ed è rico…

“Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Il proverbio calza anche per la distanza – non solo geografica - che c’è tra quanto viene affermato dal governo e dalla maggioranza sull’esperimento dei centri per migranti in Albania e quel che sta accadendo nella realtà. Ecco perché.

“Il Decreto Albania funzionerà. Essendo legge i magistrati sono tenuti a rispettarla”, Carlo Nordio.

Che le affermazioni del ministro della Giustizia fossero sin qui azzardate lo ha dimostrato sia la teoria che la pratica. Come ha spiegato a Repubblica Gianfranco Schiavone, fra i maggiori esperti di migrazioni e socio di Asgi, l’associazione studi giuridici sull’Immigrazione: “Anche se la lista dei Paesi sicuri è approvata per decreto, che è norma primaria, il diritto europeo in materia di asilo continua ad essere sovraordinato”. L’associazione italiana studiosi di diritto dell’Unione europea ha aggiunto: “Il principio del primato del diritto della Ue sul diritto nazionale è acquisito da 70 anni ed è riconosciuto anche dalla nostra Costituzione. E comporta l’obbligo a carico delle autorità nazionali, incluse quelle giurisdizionali, di interpretare le norme interne, se possibile in conformità al diritto dell’Unione e, in caso contrario, di disapplicare il diritto nazionale incompatibile, anche se si tratta di leggi successive alle norme dell’Unione”. E così, di fatti, è accaduto. Non una, ma ben quindici volte. I tribunali di Palermo, di Catania, di Bologna e di Roma non hanno convalidato i fermi di altrettanti migranti provenienti dall’Egitto, dal Bangladesh e dal Senegal ritenendo di non poter definire quei Paesi sicuri sulla base della sentenza del 4 ottobre della Corte di giustizia europea. Fatta eccezione per Catania che ha annullato i trattenimenti ritenendo la normativa europea sufficientemente chiara al riguardo, tutti gli altri si sono rivolti alla stessa Corte con un rinvio pregiudiziale affinché chiarisca il verdetto e l’incompatibilità che al momento c’è tra l’interpretazione che ne dà la magistratura e quella che ne dà la politica. È probabile che anche la Cassazione il 4 dicembre rinvii alle corti superiori, cioè a quelle europee.

“Stando alle pronunce di alcuni giudici, i rimpatri non avrebbero più ragione d'essere, dovremmo tenerci tutti gli irregolari in Italia”, Giorgia Meloni.

Come ha spiegato ancora ieri la giudice della sezione immigrazione del tribunale di Roma, Luciana Sangiovanni, la designazione di Paese sicuro è solo un presupposto procedurale che serve a scegliere il tipo di esame della domanda d’asilo: ordinaria o accelerata, in detenzione o in libertà. I rimpatri invece non c’entrano nulla: se una persona riceve un diniego da parte della commissione territoriale alla richiesta di protezione e l’Italia ha un accordo con il Paese da cui proviene, il migrante potrà essere rimpatriato. Lo ricorda anche il presidente della sezione immigrazione del tribunale di Palermo Francesco Micela in una sentenza recente: “La provenienza da un Paese di origine sicuro non incide nell’accoglimento o meno della domanda di protezione internazionale (anche provenendo da un Paese non sicuro, la domanda potrà comunque essere respinta),ma ha piuttosto conseguenze rilevanti sui tempi (molto più ristretti) e sulle modalità (che consentono a determinate condizioni la privazione della libertà personale) con cui la domanda internazionale viene esaminata”.

“Ogni anni due milioni di turisti italiani si recano in Egitto, è un Paese sicuro”, Giorgio Mulè (Fi).

In realtà, la stessa Farnesina sul portale ‘Viaggiare sicuri’ segnala che gli italiani intenzionati ad andare in Egitto “per motivi professionali, di studio o turistici” devono essere consapevoli del contesto “attraversato da profondi rivolgimenti politico-sociali”, come dei “rischi di detenzione o di altre misure coercitive connesse alla partecipazione ad attività politiche o anche soltanto a discussioni potenzialmente ricollegabili al contesto politico interno, come dimostra l’omicidio di Giulio Regeni”. Nella stessa scheda Paese del Viminale si segnalano criticità relative a diritto alla vita, libertà di religione, diritti di donne e minori, uso sistematico della tortura e trattamenti inumani e degradanti, diritti Lgbti. Nel valutarlo Paese sicuro – recita la scheda della Farnesina - “si ritengono necessarie eccezioni per gli oppositori politici, i dissidenti, gli attivisti e i difensori dei diritti umani”. Di recente il Tribunale di Catania ha disapplicato il nuovo decreto “Paesi sicuri” ritenendo impossibile qualificare l’Egitto come tale.

“A Gjader partiamo da più di mille posti attualmente, che arriveranno ai tremila previsti dal protocollo", Giorgia Meloni.

L’obiettivo del governo, confermato anche dall’articolo 4 del protocollo, è di trasferire nei centri albanesi tremila migranti al mese, trentanovemila in un anno. In due missioni, la Libra è riuscita a portare a Shengjin 24 persone, incluse 5 – tre vulnerabili e due minori – che lì mai avrebbero dovuto essere trasferite. Ma anche se viaggiasse a “carico pieno”, l’obiettivo di tremila migranti al mese sarebbe impossibile da raggiungere, considerando anche che le procedure accelerate durano un massimo di 28 giorni. La Libra ci mette almeno cinque giorni a fare la spola fra le acque internazionali davanti a Lampedusa e l’Albania, dunque, nella migliore delle ipotesi (che è praticamente impossibile si verifichi) potrebbe fare sei viaggi al mese. Per raggiungere l’obiettivo fissato dal governo dovrebbe portare a bordo 500 persone, ma la nave può trasportare al massimo 200 migranti più 100 membri dell’equipaggio.

"Il numero apparentemente esiguo di migranti trasferiti in Albania sconta il fatto che le procedure di verifica delle vulnerabilità e delle condizioni che devono ricorrere sono molto molto severe: procedure che ci portano a una selezione per difetto piuttosto che per eccesso", Matteo Piantedosi.

Durante il primo viaggio la nave Libra è partita con 16 migranti a bordo, ma solo 12 sono arrivati a Shengjin. Come mai? Perché quattro di loro sono stati rispediti in fretta e furia a Brindisi perché non avrebbero mai dovuto essere trasferiti in Albania: due erano ragazzini bengalesi di sedici anni, altri due vittime di vessazioni e torture e come tali considerati vulnerabili. Nel secondo viaggio via mare sulla Libra erano state selezionate nove persone, ma una è stata poi giudicata troppo anziana per traversare il mare e un altro, arrivato a Shengjin, è stato giudicato vulnerabile. Dunque, nonostante numeri così ridotti, sono stati commessi altri errori nella selezione. Il perché lo ha spiegato a Repubblica Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Oim, l’agenzia Onu per le migrazioni che partecipa all’operazione per tentare di garantire il più possibile i diritti delle persone: “La procedura di pre-screening che si fa in mare è molto veloce e deve essere necessariamente completata da un esame approfondito a terra. Questi sistemi di esternalizzazione non sono in grado di garantire la tutela dei diritti e di individuare le vulnerabilità dei migranti”.

“Il costo reale dell’impegno della nave ‘Libra’ si è rivelato di 8400 euro complessivo al netto delle spese di ordinario esercizio quotidiano della nave", Matteo Piantedosi.

La Libra è una nave di 80 metri di lunghezza con a bordo, si legge in una scheda del ministero della Difesa, “un equipaggio fisso di 64 uomini, di cui 3 ufficiali, che arriva fino a 81 durante l’attività operativa in mare”. Per muoverla – confermano fonti della Difesa – sono necessari 60-70mila euro al giorno, che scendono a non meno di 50mila nei giorni di screening nelle acque internazionali a venti miglia da Lampedusa. A oggi, la Libra ha accumulato dieci giorni di viaggio - cui se ne devono aggiungere altri due per il ritorno ad Augusta, anche questa volta con pit stop a Brindisi per far sbarcare un vulnerabile – e tre ferma in acque internazionali a venti miglia da Lampedusa. Al termine della seconda operazione, il costo approssimato è di 1.116.000 euro.

“I fondi assegnati per l'attuazione del protocollo sono 670 milioni di euro per cinque anni, vuol dire 134 milioni di euro l'anno, cioè il 7,5% di quello che noi spendiamo ogni anno per accogliere gli immigrati che sbarcano da noi”, Giorgia Meloni.

In realtà, secondo l’elaborazione di Openpolis e ActionAid, il costo medio per migrante nei centri di accoglienza in Italia – Sai, Cas e Prima accoglienza – è di 26,93 euro al giorno. Da capitolato d’appalto, per come poi riportato nelle tabelle a corredo della legge di conversione del protocollo Italia- Albania, il costo medio per migrante nei centri albanesi è di 156,01 euro. Se al conto si aggiunge il viaggio su una nave militare più le spese di funzionamento e personale da sostenere anche a centro vuoto, il costo medio pro-capite sale a più di 85mila euro.

“Sono, non dico come un hotel a cinque stelle, ma almeno di tre stelle, con l'aria condizionata, con i letti, le coperte, con i materassi", Antonio Tajani.

Sette metri di barriere esterne, sormontate da filo spinato, un tappeto di moduli prefabbricati, ancora reti dentro: una doppia a circondare il Cpr, chiuso da cancelli blindati che si possono aprire solo con un codice, una addirittura tripla a chiudere il penitenziario. Ad ogni angolo telecamere e sensori in grado di rilevare il calore. Eccolo l’hotel a tre stelle di Gjader. Nei moduli sono presenti diverse camere di sei metri per 2,5 con letti a castello e arredi imbullonati al pavimento in cui si prevede che stiano almeno quattro persone.

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