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“Questo è un naufragio di Stato”: Sea Watch presenta un esposto sulla strage del 4 settembre

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Sea Bird aveva avvistato e segnalato una barca che nessuno ha soccorso se non due giorni e mezzo dopo. “Le autorità sapevano, potevano salvarli”. La denuncia di ong, familiari e superstiti
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“Il secondo giorno abbiamo iniziato a avere delle allucinazioni: vedevamo dei palazzi in mezzo al mare, delle navi e cercavamo di raggiungerli”. Ma non c’era nessuno e le motovedette che avrebbero da tempo potuto soccorrerli non sono uscite dal porto se non due giorni dopo la prima segnalazione. Nel frattempo, ventuno persone fra cui tre bambini sono sparite tra le onde.

Naufragio scoperto grazie a Sea Bird che il governo vuole a terra

Nelle cronache è divenuto noto come il naufragio del 4 settembre e, se oggi si può ricostruire in parte quello che è successo, è anche grazie agli aerei civili che con il nuovo decreto flussi il governo Meloni tenta di tenere a terra. “Mostriamo il re nudo, le violazioni delle norme internazionali, i respingimenti, i ritardi e le omissioni di soccorso, per questo vogliono chiuderci gli occhi”, dice la portavoce della sezione italiana Giorgia Linardi. Ma a superstiti, familiari delle vittime e Sea Watch non basta: vogliono che vengano accertate le respon…

“Il secondo giorno abbiamo iniziato a avere delle allucinazioni: vedevamo dei palazzi in mezzo al mare, delle navi e cercavamo di raggiungerli”. Ma non c’era nessuno e le motovedette che avrebbero da tempo potuto soccorrerli non sono uscite dal porto se non due giorni dopo la prima segnalazione. Nel frattempo, ventuno persone fra cui tre bambini sono sparite tra le onde.

Naufragio scoperto grazie a Sea Bird che il governo vuole a terra

Nelle cronache è divenuto noto come il naufragio del 4 settembre e, se oggi si può ricostruire in parte quello che è successo, è anche grazie agli aerei civili che con il nuovo decreto flussi il governo Meloni tenta di tenere a terra. “Mostriamo il re nudo, le violazioni delle norme internazionali, i respingimenti, i ritardi e le omissioni di soccorso, per questo vogliono chiuderci gli occhi”, dice la portavoce della sezione italiana Giorgia Linardi. Ma a superstiti, familiari delle vittime e Sea Watch non basta: vogliono che vengano accertate le responsabilità relative all'omissione di soccorso nei confronti delle persone naufragate e chiedere giustizia per le vittime per questo hanno presentato un esposto alla procura della Repubblica di Agrigento. “Siamo qui per denunciare quello che per noi è un altro naufragio di Stato”, aggiunge Linardi. Alla politica, l’ong tedesca chiede l'istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare sul Mediterraneo.

Violato l’obbligo di soccorso

Il 2 settembre l’aereo civile Sea Bird di Sea Watch quella barca l’ha vista, fotografata, segnalata. Per tre volte ha invitato le autorità competenti a intervenire, ma quei messaggi sono caduti nel vuoto. “Quando SeaBird l’ha avvistata – dice Linardi – le persone vive erano molte di più di quelle mostrate nel video poi diffuso dalla Guardia Costiera, erano vive”. E quel guscio era a non più di un’ora da Lampedusa. “Le norme nazionali e internazionali imponevano l’obbligo di soccorso tempestivo e coordinato”, spiega l’avvocata Francesca Cancellaro. “Potenzialmente stiamo parlando di responsabilità per omicidio colposo plurimo, naufragio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Quello che noi vogliamo arrivare a definire quale sia stata la catena di comando, le posizioni fisiche che hanno portato al mancato intervento”. Un naufragio, sottolinea la legale, “assolutamente prevedibile perché le tre segnalazioni di Sea Bird segnalavano già una situazione di conclamato pericolo e in rapido e progressivo deterioramento della situazione”.

L’esposto alla procura di Agrigento

Circostanze che sollevano “inevitabilmente gravi interrogativi sulle decisioni assunte dalle autorità competenti” per Sea Watch, che ritiene importante anche “comprendere quale sia stato il grado di coordinamento tra le autorità italiane, quelle maltesi e l'agenzia Frontex, e per quale motivo non sia stato lanciato un mayday relay per informare tutte le imbarcazioni presenti nell'area, affinché potessero prestare attenzione e collaborare alle operazioni di soccorso”. In sintesi, perché quelle persone siano state lasciate sole, in balia del mare, condannate di fatto a morire. “Questa non è una dichiarazione di guerra alla Guardia costiera – sottolinea Linardi – il nostro obiettivo è ricostruire la catena di comando ci consentirà di individuare le ingerenze di tipo politico”.

Mika Grunwaldt 

La testimonianza dei sopravvissuti

L’ong ha carte in mano: brogliacci, foto, video, una perizia che senza alcun dubbio afferma che la barca soccorsa troppo tardi dalla Guardia Costiera era la stessa segnalata da Sea Bird due giorni prima, le parole di un superstite. Lui adesso è in Germania, sta curando ferite fisiche e psicologiche recenti e passate, e quel naufragio lo ha vissuto, lo rivive nei suoi incubi. Dalla Siria è stato costretto a scappare, sentiva addosso la pressione sempre più forte del regime, uno dei suoi familiari ha disertato e è stato inghiottito dalle prigioni del governo, lui – gli avevano detto – sarebbe stato il prossimo.

Senza passaporto perché le autorità lo avevano trattenuto e senza visto, perché mai glielo avrebbero concesso nonostante i gravi problemi sanitari che spera di risolvere in Europa, per lui l’unica possibilità era passare in Libia e affidare le proprie speranze alla tenuta di un barcone. E così ha fatto. Quando è arrivato sulla spiaggia di Sabratha e ha visto il guscio su cui avrebbe dovuto viaggiare si è terrorizzato. “Nonostante i tentativi di opporci all'imbarco, gli uomini che ci hanno condotti sulla spiaggia ci costringono a salire a bordo”.

“Ogni onda si prendeva uno di noi”

Per ventisei ore, tutto è filato liscio, poi la barca ha iniziato a avere problemi. Chi guidava ha chiesto aiuto, ma non ha risposto nessuno. Nel frattempo un’onda ha fatto ribaltare l’imbarcazione e per i 28 che viaggiavano a bordo è iniziato l’inferno. “Sei di noi sono scomparsi tra le onde e non sono più riemersi. Tra loro c’erano alcune persone anziane e uno dei ragazzi che guidava l’imbarcazione”, racconta Ayaan.

Quando è scesa la notte, tutto è diventato ancora più difficile. “Stavamo intorno alla barca cercando di stare a galla con delle camere d’aria nere che ciascuno di noi aveva, da utilizzare come salvagenti. Le onde erano alte e a ogni onda perdevamo uno di noi”. All’alba, molti erano spariti. Quel giorno, dopo ore passate tra le onde senza bere e senza mangiare, sono iniziate le allucinazioni. “Anche io ho visto un edificio in mezzo al mare, ho provato a nuotare in quella direzione, poi mi sono reso conto che non era reale e sono tornato indietro”.

Tra i morti anche tre bambini. “Uno aveva 12 anni e viaggiava solo”

Lo ha fatto pure uno dei tre bambini che erano a bordo. “Ha visto qualcosa e si è buttato in mare per raggiungerla e non l’abbiamo più visto”. Gli altri hanno provato a salvarli disperatamente. “Il primo – racconta - aveva dodici anni, era solo e veniva da Idlib in Siria. Una delle onde l’ha trascinato via. Siamo riusciti a recuperarlo e abbiamo provato a rianimarlo, ma non c'è stato nulla da fare”. C’era un terzo bambino, viaggiava con il padre “è stato trascinato dalle onde. Per due volte l’abbiamo recuperato ma la terza volta era con il suo genitore e era notte, li abbiamo persi entrambi”.

Anche Omar, siriano anche lui, fuggito dal suo Paese perché finito nel mirino dei servizi segreti, era su quella barca. ”Per due giorni e mezzo siamo rimasti in questa situazione: le onde arrivavano, capovolgevano l'imbarcazione e prendevano qualcuno tra noi”.

Il figlio di una vittima: “Li potevano salvare, qualcuno non ha fatto il proprio dovere”

Ibrahim Hsain su quella barca ha perso suo padre. Lo aspettava, ma ha visto solo le immagini diffuse dalla Guardia costiera del soccorso, la denuncia di Sea Watch che subito si è resa conto che quel barchino era proprio quello che più volte Sea Bird aveva segnalato. Li ha contattati. E vuole giustizia. “C’erano infinite possibilità di salvare queste persone, ma evidentemente qualcuno non ha fatto il proprio dovere. Il governo italiano e maltese di questo devono rispondere”, dice.

Lo ha sentito il 31 agosto, “non sapevo che sarebbe stata l’ultima. Avevo tante cose da dirgli: quanto mi manca, che lo aspettavo per potermi sposare, proprio come lui desiderava”. Ha saputo del naufragio da foto e video che circolavano su stampa e social. Quando si è presentato in Italia per provare a riconoscere il corpo, è stato sottoposto a un fuoco di fila di domande: “Perché sei qui? Come lo hai saputo?”. Alla fine gli hanno messo in mano solo una foto. Non ha avuto modo di vederlo, di accomiatarsi, non ha potuto neanche fare una cerimonia funebre come l’Islam impone e lui avrebbe voluto. Della sepoltura, lo ha avvertito il custode del cimitero meno di un’ora prima che iniziassero le operazioni. “Non capisco come sia possibile. Per loro sono solo numeri, ma per me lui era tutto. Non lo dimenticherò mai finché il mio cuore batterà”.

"I responsabili paghino”

Ha una richiesta, anzi un appello: “Voglio sapere chi è il responsabile della morte di mio padre, chi è stato causa di questo dolore immenso per me e la mia famiglia. Voglio che paghi perciò che ha fatto, per essere un esempio per tutti coloro che sono causa di morte di persone innocenti, il cui unico desiderio era vedere i propri cari e vivere una vita dignitosa”. E una speranza: “Spero che mio padre adesso si trovi in un posto migliore. senza passaporti, senza frontiere e senza guerre”.

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